ROTARY CLUB PISA-PACINOTTI


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Abbiamo deciso e spero gli amici del Rotary Club Pisa Pacinotti siano consenzienti, di dedicare una pagina di questo sito web ai rotariani stessi. Qualora siano interessati a farsi conoscere tramite questa pagina con qualche scritto, su qualsiasi argomento sia personale sia aneddotico sia storico ecc. questa pagina è pronta per accoglierli per comunicare ai loro amici rotariani ed in genere a tutti i visitatori di questo sito le loro impressioni e riflessioni varie.


Essere rotariani di Luppichini   Notizie su San Pierino  La passione per la bicicletta di Arturo Nebbiai  Il ciliegio marchiano del Goghe di S. Luppichini  Riflessioni sullo sport di Francesco Mallegni  Riflessioni di un rotariano e prospettive di un probabile sviluppo di progetti innovativi: (Paolo Romeo)  Una riflessione sulla vita trascorsa di Francesco Lippi (forse rotariani si nasce?)  Articolo che verrà pubblicato sul libro del Centenario    Vacanze in barca di Bartorelli   Conferenza Maurizio Cordoni      Storia di Alessandro Cruto     Storia del Rotary    Camposanto monumentale    Cavalieri di Malta    Notizie su CNR       Il Conte Ugolino della Gherardesca
 

Dissertazione di Arturo Nebbiai sulla MARATONA

La Maratona

Cari amici,
vorrei parlarvi della "Maratona" sport affascinante che ho praticato per molti anni.
Innanzitutto un po’ di storia.
La Maratona deve il suo nome dalla città greca di Maratona dove il 12 settembre 490 a.c. venne combattuta una battaglia contro i persiani comandati dal mitico Dario.
I novemila soldati Ateniesi riuscirono a vincere e al soldato Filippide fu ordinato di andare ad Atene ad annunciare la vittoria.
La distanza tra Maratona ed Atene è di circa 40 chilometri ed è stata ripercorsa alle ultime Olimpiadi di Atene dove ha vinto la medaglia d’oro l’italiano Stefano Baldini.
La leggenda racconta che il soldato Filippide, primo maratoneta della storia, dopo aver effettuato la propria ambasciata, cadde a terra e morì.
La Maratona in epoca recente fu disputata per la prima volta alle Olimpiadi di Atene del 1896 con un percorso di circa Km. 40.
Successivamente, alle Olimpiadi di Londra del 1908 la partenza fu data dal castello reale e la distanza per raggiungere lo stadio olimpico era di 42.195 metri.
Da allora una corsa per essere definita Maratona deve avere una distanza di esatti Km. 42 e 195 metri e per garantire questa distanza si usano satelliti e speciali tecnologie.
Per la cronaca, la maratona delle olimpiadi di Londra rappresentò un evento eccezionale al punto che allo stadio aspettavano l’arrivo dei trenta partecipanti ben 90.000 persone ed altre 100.000 lungo le strade. Vinse a sorpresa un pasticciere italiano, il celebre Dorando Pietri, poi squalificato perché caduto in prossimità dell’arrivo fu aiutato a rialzarsi in piedi.
La maratona si sta diffondendo velocemente e sta diventando una specie di moda; basti pensare che in Italia nell’ultimo anno ben 18.000 persone hanno corso una maratona ed il numero cresce in modo esponenziale.
Ad esempio in toscana fino a pochi anni fa si correva una sola maratona importante a Firenze; oggi in ogni capoluogo di provincia si corrono maratone con partecipazione di atleti internazionali.
Circa la metà dei maratoneti corrono una sola volta la maratona; in altre parole si tolgono la soddisfazione di raccontarlo a parenti ed amici.
Per l’altra metà, invece nasce una passione travolgente che oltre i risultati ottenuti porta a fare della maratona uno stile di vita, un chiodo fisso.
Entriamo nel vivo della corsa.
La maratona si compone psicologicamente di due gare: la prima di Km. 33 dove di regola il corridore non deve incontrare problemi soprattutto se non commette errori nella tattica di gara (andatura costante) e se ha effettuato una lunga preparazione atletica, alimentare ecc.
A questo punto viene il bello! Il corridore si scontra con il temutissimo "muro del maratoneta"!
Si tratta di un improvviso decadimento fisico (comprovato da studi scientifici) che a questo chilometraggio colpisce i corridori, siano essi professionisti od corridori della domenica.
Mancano ancora km. 9 all’arrivo, nei quali lo sforzo diventa psicologico; occorre, con grande forza di volontà imporre a dei muscoli indolenziti e pieni di acido lattico di correre.
In questi ultimi chilometri avviene il maggior numero dei ritiri.
L’arrivo è il momento più bello. Anche se è oramai trascorso una o due ore dall’arrivo dei primi atleti, l’emozione è forte ed una scarica di adrenalina permette addirittura una volata finale.
Il bello della Maratona è che ogni persona, a qualsiasi età (ribadisco a qualsiasi età) può correre una maratona se ha una grande determinazione; anzi a livello amatoriale i migliori risultati vengono raggiunti dai 40 – 50 anni perché prevale la resistenza rispetto alla forza muscolare e perché per ottenere risultati occorrono anni ed anni di preparazione.
La maratona è uno sport unico per vari motivi.
Innanzitutto perché è l’unica gara che non si prova mai in allenamento. Infatti, malgrado nella preparazione si corrono (anche a livello amatoriale) circa km. 50 – 150 settimanali per 3 – 4 mesi, di solito in allenamento non si superano mai i km. 30 – 35 per evitare problemi muscolari.
Nella preparazione è fondamentale l’alimentazione che deve essere ricca di carboidrati (pastasciutta) da mangiare in quantità industriale e con l’aggiunta di alcuni integratori alimentari come gli aminoacidi ramificati; non devono inoltre mancare sali minerali e vitamine.
Altro elemento da non sottovalutare sono gli allungamenti dei muscoli e della colonna vertebrale dopo la corsa; ad ogni passo si crea una onda d’urto che dalla caviglia arriva al cervello e quindi occorre effettuare appositi esercizi fisici; basti pensare che dopo una maratona si è più bassi di un centimetro.
Un maratoneta, di solito corre una maratona da una a tre volte l’anno, una ventina nella sua carriera e dunque nel giorno della corsa tutto deve essere perfettamente programmato; è come se un cacciatore avesse solo una cartuccia e quindi costretto ha non sbagliare mira.
Per concludere, personalmente ho corso quindici maratone ed il miglior tempo è stato di 3 ore e undici minuti (circa un ora dopo l’arrivo del primo); poi il continuo logoramento della cartilagine del ginocchio e del menisco mi hanno portato a praticare un altro bellissimo sport: il ciclismo di cui se vorrete vi parlerò in un altra occasione.
Un saluto a tutti,
Arturo Nebbiai.

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Riflessione sul tema "Essere Rotariani" di Sergio Luppichini

Siamo a Settembre e inizia in pratica il nuovo anno Rotariano: dato che Luglio si può considerare di transizione, Agosto è "chiuso per ferie" quindi è da ora che inizia l’impegno per il nostro Club. Dico nostro Club anziché per il "Nostro Presidente" in quanto tutti dobbiamo farci carico, ognuno per le proprie possibilità fisiche di tempo ed altro, perché sia un annata da non dimenticare. Ricordiamoci che è l’anno del centenario e questa ricorrenza c’impegna in modo non indifferente. Anche se in generale l’essere Rotariano agli occhi degli altri può essere un privilegio, non mancano i denigratori sia per gelosia, perché non hanno i requisiti per essere ammessi, sia per invidia sia per partito preso sia per la concezione che il Rotary sia una sorta di mafia se non addirittura di una loggia massonica dove vengono espletate mansioni poco pulite, o per essere un clan chiuso ad uso e consumo del nepotismo più sfacciato. La gente non conosce la verità sul Club, e l’ignoranza è la peggior nemica nei confronti dei rapporti umani. Abbiamo il dovere di comunicare, di farci vedere, di operare alla luce del giorno: ma la parola chiave è operare secondo lo spirito rotariano senza pensare all’interesse personale ma solo con il fine ultimo di aiutare chi di aiuto ha bisogno senza distinzione di ceto, razza, credo, politica.
Allora diamoci da fare per operare e divulgare la nostra opera e farci conoscere per quelli che effettivamente siamo. Il fatto di riunirci nelle conviviali con una cena che oserei dire di normale amministrazione, con lo scopo di ritrovarci e parlare, progettare e conoscerci meglio, ha fatto pensare a banchetti pantagruelici se un grande del cinema, Woody Hallen sembra sia uscito con una battuta, voce incontrollata, che ha fatto il giro del mondo, "i Rotariano sono persone che consumano più alka seltzer che fosforo". Questo la dice lunga! Forse non è stato accettato al Club di sua competenza per il comportamento molto civile e morale della sua vita privata?! Valla a capire la gente!. Ma non è il solo episodio; fin dagli anni trenta si è tentato di diffamare il Club da parte degli addetti alla cultura fumettistica e cinematografica. Nel 1933 uscì, in un’edizione di cartoons di Topolino edita da Walt Disney, autore Floyd Gottfredson, un’avventura dal titolo "Mickey Maus the mail pilot" (Topolino eroe dell’aria) dove il nostro piccolo protagonista è sequestrato da una banda di malfattori, nella fattispecie il famigerato Gamba di Legno ed il suo degno compare il Lupo, e rinchiuso in un enorme dirigibile dove si svolgeva una vita malavitosa a livello di organizzazione sociale. Topolino è accompagnato ad una visita della loro realtà da Gamba di Legno e company ed è introdotto nella loro città. All’ingresso, a destra della porta c’è il cartello col nome della città "Welcom to Plunderville" (Benvenuti a Borgorapine) mentre alla sinistra si vede una grossa ruota dentata con la scritta "Rotary Club – Meets Tuesdays" (Rotary Club – Riunioni il Martedì). Da questo se ne potrebbe dedurre che il Rotary è un clan di pochi di buono, ma dato che io sono un ottimista rimando la palla al mittente dando quest’interpretazione, che è anche quella del rotariano Paolo Vestri Presidente del Rotary Club Cascina: ogni agglomerato urbano di qualsiasi tipologia sia non può essere chiamato città se non esiste in esso il Rotary Club.
Per cui, tornando a noi, mettiamoci sotto e diamoci da fare con progetti, volontà e voglia di fare e il nostro anno rotariano sarà sicuramente ottimo visto anche la guida di un valido Presidente come Carmine De Felice. Scusate il tono tra il serio ed il faceto, ma credo di avervi inviato un messaggio perché il nostro Club sia guardato con rispetto dai cittadini e dagli altri Club confratelli. Mi preme di dire anche che è buona norma essere presenti alle conviviali che sicuramente sono più appetibili, ma anche ai caminetti che sono il luogo dove si confrontano le idee, si fanno i progetti e si creano le strategie per realizzarli.

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Notizie su San Pietro in Vincoli detto dai pisani "San Pierino".
In previsione della possibilità di poter visitare la chiesa di San Pierino mi sono permesso di riportare alcune notizie, tratte dalle guide turistiche, sull’architettura e sulle opere all’interno della chiesa.

Interessanti sono le bifore che sovrastano le porte e l’architrave, di imitazione classica, della porta centrale. L’interno della chiesa è diviso in tre navate con colonne e capitelli antichi e archi a tutto sesto con il pavimento intarsiato rialzato su una la cripta, divisa in tre navate da colonne e pilastri che reggono volte e crociera e capitelli romani.
In fondo al fianco sinistro sorge il campanile, che presenta altre arcature e in basso monofore che danno luce alla cripta. Si tratta probabilmente di una più antica torre che faceva parte di un complesso trasformato nell’XI° o XII° secolo. Vi si trova un sarcofago romano, resti di affreschi e un "Crocifisso" su tavola del XIII° secolo: l’opera non è propriamente una croce dipinta, ma una tavola sagomata contenente la rappresentazione di una croce; Cristo, confitto alla croce con quattro chiodi, è rappresentato morto, con la testa reclinata verso sinistra ed il corpo fortemente inarcato e coperto dal solo perizoma; l’aureola crucigena è realizzata in rilievo. Nella cimasa è rappresentata, secondo lo schema delle antiche croci romaniche, l’Ascensione, consistente nella rappresentazione degli Apostoli disposti in due gruppi attorno alla Vergine orante; la scena è affiancata da due clipei contenenti angeli a mezza figura e coronata da un altro clipeo con Cristo pantokrator in trono, sorretto al di fuori della croce da due angeli ad ali spiegate. Ai lati del braccio orizzontale della croce sono rappresentati i dolenti (Maria Vergine e Giovanni Evangelista) a figura intera; parallelamente al braccio corre l’iscrizione "MORTIS DESTRUCTOR / VITE REPARATOR ET AUCTOR" (Colui che distrugge la morte e ripara e produce la vita). Nella parte inferiore, ai due lati del piedicroce, è rappresentata la scena del Diniego di Pietro. La Canonica conserva affreschi del XII° e XV° secolo e stucchi del XVIII° secolo".
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Arturo Nebbiai non finisce di sorprenderci. Gli sembrava di fare pochi chilometri a piedi ed ora si rifà con la bicicletta.

RIFLESSIONI SU DI UN BELLISSIMO SPORT: LA BICICLETTA

 

La passione per la bicicletta

Dopo anni di podismo, arriva un giorno in cui il medico di comunica che la cartilagine del ginocchio si sta consumando ed in poche parole è l’ora di cambiare sport!
Spolvero dal garage il "rampichino", meglio conosciuto come mountain bike e vado a pedalare nella golena dell’Arno dove è stata ricavata da alcuni anni una pista ciclabile che a seguito dell’incuria delle amministrazioni locali è diventata una specie di giungla metropolitana.
Campi coltivati e frutteti, il cui colore cambia con le stagioni, greggi di pecore, animali da cortile, allevamenti di api, una scuola di addestramento per cani, draghe per sabbia di fiume oramai abbandonate, laghetti artificiali, giardini pubblici più o meno attrezzati con l’erba alta un metro, animali selvatici fra i quali fagiani, tortore, aironi ma anche topolini di campagna; tutto questo si può trovare a pochi passi dalla città percorrendo la pista ciclabile con una costante ventilazione tipica dei bacini fluviali.
Ma il bello deve ancora venire; andando al lavoro passo davanti ad una vetrina con una bicicletta da corsa e la tentazione è galeotta; maglia rossa fiammante con croce bianca ispirata alla bandiera pisana e bici superprofessionale gialla come la luce del sole e via parto verso nuove avventure.
All’inizio occorre vincere la sensazione di una posizione apparentemente scomoda, di un sellino stretto e duro, dei piedi legati al pedale da speciali attacchi simili a quelli dello sci, dai copertoni larghi pochi centimetri ma duri come sassi (8 atmosfere!) dell’apparente fragilità di una bici che pesa meno di 10 kg., della sincronizzazione dei cambi anteriori e posteriori con decine di combinazioni.
In breve, se è vera passione, superi ogni ostacolo e il fruscio della catena che scorre veloce sui rocchetti lucidi più dell’argenteria di casa è musica per le orecchie, poesia.
E’ buffo rendersi conto che le stesse strade, case, paesaggi che conosco perfettamente sembrano diverse se viste con l’occhio curioso di un ciclista alla velocità di 25/30 km invece che sfrecciando da un automobile.
E’ la stessa sensazione che mi capita quanto viene invertito un senso unico di una strada in città, sembra tutto diverso!
Gli itinerari si fanno sempre più lunghi soprattutto se percorsi in gruppo; infatti chi procede dietro altri ciclisti sfrutta la minor resistenza dell’aria con una riduzione notevolissima (anche del 50%) dello sforzo fisico prodotto, specialmente nei casi in cui si procede con vento contrario. Inoltre c’è un trascinamento psicologico che sincronizza la nostra pedalata a quella degli altri con apparente poca fatica.
Personalmente sono iscritto in un gruppo sportivo dove gli incontri settimanali diventano anche un momento di amicizia, di conoscenza, di scambio di esperienze e magari dell’organizzazione di gite (ovviamente in bici) anche di più giorni con mete turistiche e gastronomiche.
Nel nostro vagare fra le campagne e periferie di Pisa, Lucca e Livorno si scoprono percorsi e paesini a poche decine di chilometri da casa veramente interessanti anche perché in bici non si cercano le scorciatoie ma paradossalmente le "allungatoie" e quando arrivi ad un bivio stradale mai percorso c’è sempre qualcuno che propone di andare a vedere quella nuova località.
D’inverno la meta preferita è il mare (Marina, Tirrenia, Calambrone) per poi proseguire verso le colline; d’estate invece tali percorsi diventano impraticabili per l’eccessivo traffico e dunque è preferita la lucchesia più fresca e con strade alberate.
L’amore – odio di ogni ciclista è la salita; quando la strada comincia a salire anche solo per un cavalcavia, cambia tutto; improvvisamente si avvertono dolori muscolari, il fiato diventa corto e velocemente si cercano "rapporti" (cambi) più agili.
La salita è ovviamente adatta a coloro che pesano poco e riescono facilmente a "alzarsi sui pedali" in modo da dare più spinta; è necessario inoltre un approccio mentale più aggressivo, una volontà di farcela e proprio questo secondo fattore a volte è determinante per non essere sopraffatti dalla forza di gravità.
Nella nostra zona la salita più impegnativa è quella del Monte Serra che è una specie di santuario del ciclismo locale che si può percorrere da tre versanti: da Calci, da Buti e dal versante lucchese di S. Andrea di Compito con pendenze medie dell’8% e punte al 12% (in altri termini ogni chilometro si sale un dislivello medio di circa 80 metri).
Quando si arriva in cima ad una salita ti assale una immensa autogratificazione e non importa se sei arrivato prima o dopo dei tuoi compagni.
Un vero ciclista ha una propria mappa locale delle fonti d’acqua più fresche e buone; in cima al Monte Serra c’è una fonte particolarmente apprezzata dove qualcuno ha scritto:
bevi e ringrazia Dio!

 

NdR: ho assaggiato quell’acqua e veramente c’è da ringraziare Dio: certo io l’ho fatto con molta meno passione di Arturo, in quanto, molto tempo fa, ci sono arrivato in macchia e nonostante questo mi ha stancato lo stesso. Devo ringraziare Arturo per il suo scritto che è una miscellanea di amore per la natura, di poesia, di malcelata soddisfazione dovuta all’appagamento dei sensi e dello spirito. Grazie Arturo, grazie veramente a nome mio e di tutti gli amici che ti stimano e ti vogliono bene.
 

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IL CILIEGIO MARCHIANO DEL GOGHE.

Un piccolo brano di una raccolta di ricordi,"Bè mì tempi", che ho avuto la malaugurata idea di scrivere. Sergio Luppichini

 

.Nella bottega di barbiere di mio nonno vi bazzicavano i tipi più strani; vi potevi trovare non solo i clienti, ma anche gli amici e gli sfaccendati che andavano a chiedere consigli a Guglielmo e a passare un’ora nelle varie discussioni sui fatti del momento. Ricordo in particolare due di questi tizi: Gò, un tipo estroverso, ottimo lavoratore, ma non gli dispiaceva lo scherzo e data la penuria di quattrini, non disdegnava saccheggiare gli alberi da frutto di proprietà altrui. Poi il Goghe ( non ricordo i veri nomi, li ho conosciuti col loro soprannome): un tipo taciturno, che come segno di riconoscimento portava l’orecchino al lobo destro. Si vociferava che fosse stato marinaio e avesse fatto del bene con azioni poco pulite: si era ritirato nella campagna attorno a Fornacette in un piccolo appezzamento di terra che coltivava ad ortaggi e frutta: fin da quando era entrato in bottega si lamentava con mio nonno e con gli altri clienti che durante la notte un mascalzone gli aveva "scaricato" tutti i frutti dal ciliegio marchiano che aveva dietro casa e che era un suo vanto e l’invidia degli altri -: Se lo trovo ni stacco ‘r collo, ni stacco! ve lo dice ‘r Goghe-: gridava.
Quando fu il suo turno si mise sulla poltrona con il lungo accappatoio bianco fermato attorno al collo e allentato dal dito del Goghe perché troppo stretto, colla mano destra sorreggeva la caratteristica bacinella da barbiere, fatta a scodella, con una larga incisione ad arco lungo il bordo, in modo da combaciare perfettamente tra il mento ed il pomo d’Adamo, contenente l’acqua in cui il barbiere intingeva il pennello per insaponare la faccia ed avere una rasatura morbida. (Questa bacinella è resa famosa dalla letteratura in quanto fu adottata come elmo da Don Chisciotte della Mancia).
Mio nonno, con larghe falcate del braccio insaponava sapientemente e nel contempo spiegava al Goghe e agli altri clienti in attesa seduti sulle comode poltrone di pelle nera, e fra questi c’era Gò, che il movimento del sole attorno alla terra era solo apparente ma in realtà era la terra che vi girava attorno e spiegava come gli effetti sulla terra fossero i soliti. Ad un certo punto Gò esplose :- ‘un’ è vero niente! È tutta ‘na bugia! Ver che racconti son barzellette, e se ci ‘redi vor dì ch’un capisci nulla. Io lo so di siùro!:- Nonno cercò di spiegarsi meglio e per dare maggior forza alle parole gesticolava col pennello carico di schiuma, smettendo di insaponare. Gò continuava a fare cenni di diniego; anche gli altri avevano capito e davano ragione a mio nonno. Allora Gò si alzò e tutto pieno di susseguo :- Se tanto tanto fusse vero che gl’è la terra a girà, varche vorta ‘r ciliegio der Goghe verrebbe a casa mia e ‘un lo dovrei ’ndà a cercà io-: Il Goghe schizzò su in aria come un fulmine, buttò di qui a là la bacinella bagnando tutto mio nonno, per scagliarsi su Gò che nel frattempo di corsa aveva guadagnato la porta scappando fuori seguito da un Goghe infuriato ed urlante che con quell’accappatoio lungo e bianco che gli scendeva dal collo ondeggiante dal vento per la corsa, la faccia insaponata, l’espressione stravolta ed infuriata, sembrava un fantasma inferocito che inseguiva un’anima dannata. Fu una scena indimenticabile! Tutti fuori bottega a gridare, incitare e ridere. Allora tutto finiva nell’ilarità , oggi la parola sarebbe passata agli avvocati ed al giudice.

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A proposito di sport! E' il caso di dire che "IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO".
Riflessioni storico archeo antropologiche di Fancesco Mallegni

 

Non che lo sport dell'antichità fosse sgombro da tutti quei problemi che assillano e scombussolano in un certo qual modo quello moderno (sostanze dopanti, imbrogli tra camarille varie a favore di questo o quell'atleta ecc.); basta dare un'occhiata ai mass media e ne vengono fuori di tutti i colori. Quando pensiamo al mondo antico a cultura occidentale (e qui salta fuori subito la Grecia con i suoi giochi olimpici, panatenaici, ismici, nemei, pitici in onore di quella divinità, di quell'eroe e chi più ne ha più ne metta) si pensa immediatamente a quello che ci tramandano le fonti; gli scrittori, i poeti (ad es. Pindaro), gli  scultori (Fidia, Policleto, Prassitele, Lisippo ecc.), i pittori (Apelle, Polignoto ecc.) si fecero letteralmente in quattro per cantare l'eroismo puro dei loro atleti, il loro appagamento nel vincere solamente, senza ricompense (oggi miliardarie, si direbbe, quali appunto vengono date agli eroi moderni in questa o quella disciplina, nel gioco del pallone per es.), ma solo sperando in una corona di mirto, di edera, di quercia o in un vaso decorato ripieno di olio, a seconda degli agoni delle varie feste che li rendevano celebri per sempre. Purtroppo anche a quei tempi non andava tutto liscio e chiaro. Posso portare testimonianza di un qualcosa che non era proprio andata così come le evidenze archeologiche volevano far credere. La fortunata circostanza del ritrovamento di un sarcofago in quel di Taranto, in una tomba che fu monumentale e per ragioni ignote cadde nell'oblio per aver perso il così detto alzato (ma per ricompensa ebbe modo di conservare intatto il contenuto per cui era stata fatta), mi ha dato la possibilità di scoprire un possibile giallo che altrimenti sarebbe stato per sempre privo di spiegazioni. Dunque, siamo nella prima metà del V secolo a.C. (circa 475 anni della vecchia era); all'interno del sarcofago un uomo di circa 27 anni con al suo fianco un alabastron (fiala in alabastro contenente unguenti), tipico corredo funebre di un atleta dell'epoca; ma non solo, ai quattro lati del sarcofago altrettanti vasi panatenaici che contennero l'olio sacro dell'Attica, dati ai vincitori delle discipline sportive  gareggiate ogni quattro anni ad Atene in onore di Atena Parthenos (la vergine protettrice della città). Su di un lato di ogni vaso, come d'uso, veniva dipinta la raffigurazione della gara vinta dall'atleta, dall'altro appariva la figura della dea in atteggiamento di lotta con lancia e scudo; vasi bellissimi, non c'è che dire, ritenuti tali soprattutto oggi, ma a quel tempo agognati per il significato e l'onore che si riceveva ad ottenerli; tanto è vero che la città originaria dei vincitori conferiva  al loro ritorno feste straordinarie; l'atleta impersonava infatti l'intera comunità. Il "nostro" tarantino ne aveva vinte quattro (una però è molto frammentaria a causa di una tomba posteriore, di età ellenistica, che fu scavata al fianco del sarcofago, cosa che portò alla distruzione appunto del vaso e anche all'impossibilità di sapere in quale gara l'atleta in oggetto si era distinto) e questo dava già da pensare perché a soli 27 anni non si sarebbe potuto vincere gare che si disputavano ogni quattro anni, basta fare i conti. Probabilmente qualcuna poteva essere disputata nello stesso anno. Ma quali erano le gare che il "nostro" avrebbe vinto?  Un vaso riporta dipinta la gara del lancio del disco e questa gara sicuramente era stata vinta dal tarantino perché il suo arto superiore destro era molto più robusto del sinistro: ce lo dicono le sue ossa con attacchi muscolari evidentissimi soprattutto sull'osso di questo lato (il bicipite, il deltoide, il grande pettorale ed il brachiale anteriore) e sulle ossa dell'avambraccio, radio ed ulna; se ne deduce anche che l'atleta era destrimane, ed inoltre che la relativa maggiore lunghezza dell'avambraccio sul braccio dava la possibilità di un lancio maggiore. Sempre su questo vaso è anche dipinta la gara del salto in lungo; qui un personaggio in azione si aiuta con degli "alteres" a darsi una spinta maggiore per raggiungere un punto ancora più lontano. Gli alteres, che potevano essere di pietra, di piombo o anche di terracotta, erano tenuti in mano, nel momento del salto, spinti verso l'avanti per migliorare con il loro peso la spinta. La robustezza delle tibie, in cui il soleo (muscolo del polpaccio) ha lasciato impronte cordiformi e rilevate, non lascia dubbi sulla possibilità di una vincita in questa gara da parte dell'atleta. Le due specialità dipinte su di uno stesso vaso fanno presumere che l'atleta le avesse ottenute nella stessa panatenaica. Un secondo vaso porta dipinta la corsa delle bighe con quattro magnifici cavalli. Ecco, lui non aveva partecipato come auriga, ma era solo il proprietario dei cavalli e infatti solo questo vinceva (è come nella corsa del Palio di Siena: è la contrada che vince, il fantino è il solo e semplice mezzo per la vittoria finale); si trattava quindi anche di un uomo ricco o facente almeno parte di una ricca famiglia della Magna Grecia, tanto da potersi permettere di trasbordare i cavalli dalla Puglia all'Attica; questa gara quindi poteva essere stata vinta nella stessa panatenaica delle altre due specialità di cui abbiamo antecedentemente parlato. Un terzo vaso riporta una scena di pugilato: siamo sicuri che questo vaso il "nostro" l'ha comprato senza partecipare alla gara; il suo scheletro facciale, il suo cranio, le sue ossa degli arti e del torace non portano alcun segno di fratture; sappiamo infatti che la gara si disputava con guanti costituiti da durissime strisce di cuoio, con su infissi pezzi di metallo; questi non soltanto escoriavano le parti molli, ma fratturavano le ossa; non era raro infatti che si dichiarava il vincitore dopo la morte dello sconfitto; basta tenere in mente il famoso pugile di Lisippo, una magnifica statua in bronzo, conservata nei Musei Capitolini; esso mostra il classico schiacciamento del naso, tipico dei pugili e una serie di ferite rappresentate ancora sanguinanti che deturpano tutto il suo corpo. Quindi questo vaso era stato comprato e fatto ritenere frutto di una vincita che mai ci fu; del resto lo scheletro dell'Atleta, anche se ben robusto per gli attacchi muscolari che lo fecero eccellere in alcune gare delle panatenaiche di quell'anno, è fondamentalmente gracile e snello quale si poteva competere ad un lanciatore di disco ed ad un saltatore in lungo. Il quarto vaso,come abbiamo detto, è quasi del tutto distrutto e illeggibile, quindi non possiamo ipotizzare quale vincita o quale fandonia il "nostro" aveva messo in piedi. Certamente nel V° secolo non c'erano né televisione in presa diretta né corrispondenti esteri che potessero sbugiardarlo una volta rientrato in Puglia. Nella baraonda che accompagnava e seguiva le gare si poteva ben nascondere un millantato credito. Il povero atleta morì troppo giovane, nonostante la sua prestanza fisica, probabilmente per un delitto: la quantità di arsenico rinvenuto nelle sue ossa al momento delle indagini paleonutrizionali, operate sui suoi resti, forse nasconde una faida familiare in cui per troppe ricchezze si può anche passare a miglior vita. Egli comunque si era nutrito benissimo: frutti di mare, pesce, verdure in abbondanza e poca carne erano le sue preferenze, del resto le stesse che ancora adesso i pugliesi tendono a consumare.


Francesco Mallegni

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Riflessioni di un rotariano e prospettive di un probabile sviluppo di progetti innovativi
di Paolo Romeo
 

Noi del Rotary Pacinotti definiamo il nostro Club come "nuovo" (e questo è stato riconosciuto anche da autorità rotariane esterne al nostro Club come il Governatore Rampioni) volendo sì indicare la sua recente costituzione, ma anche il richiamo all’attenzione su alcuni aspetti del nostro vivere rotariano che per impostazione mentale e fattiva collaborazione fra soci, riteniamo diverso da quello di altri Clubs.
Da molte parti si sente parlare e si scrive di una stanchezza del Club che secondo me è causata dall’appiattimento dell’azione del rotariano. Per noi "giovani" posso tranquillamente dire che la qualità della vita del Pacinotti è interessante e piacevole. Perchè? Sicuramente influiscono i rapporti di amicizia e di affiatamento che si sono progressivamente sviluppati tra i soci, e che sono il frutto di una intelligente politica sociale che trova il suo momento qualificante nella adozione di un veloce turn-over di tutti i componenti del Club alle cariche istituzionali.
Questo porta dei vantaggi che nascono da una simile collegialità, per cui c’è anche il desiderio da parte di tutti per una sempre maggiore partecipazione al Club con proposte, impressioni e critiche: queste ultime fatte in un clima sereno e di collaborazione presupposto essenziale sia per la vita interna del Club sia per le iniziative progettate o che andremo a progettare, sempre con un occhio attento alle realtà locali. Tutti quanti siamo d’accordo sull’ opportunità del premio Pacinotti come momento culturale che dà lustro ed importanza al Club, come anche l’assegnazione di borse di studio a giovani meritevoli che è da considerare un evento ad alto contenuto umano e sociale e nello stesso tempo divulgativo verso giovani che sicuramente nella loro vita professionale futura si ricorderanno del Club che ha dato loro un aiuto per facilitarne la carriera.
Non dimentichiamoci l’apprezzamento che è stato attribuito alla manifestazione artistica di un anno fa al teatro Verdi, organizzata e finanziata dal nostro Rotary. E’ stato un vero successo di pubblico ed è stata apprezzata la ottima preparazione artistica e la sorprendente serietà di molti giovani che con entusiasmo ed emozione si sono affrontati in una cavalleresca competizione di danza .
Sono queste le azioni rotariane che dobbiamo incrementare, perché è stata una di quelle occasioni in cui abbiamo avuto la sensazione di aver realizzato uno dei punti di forza della nostra filosofia "tendere la mano" e cioè operare a favore di chiunque possa avere bisogno di noi al di sopra dei nostri interessi personali. Secondo molti, l’iniziativa di squisito spirito rotariano, è piaciuta e mi domando: perché non potrebbe trovare uno spazio annuale nel nostro programma degli interventi sociali? Sono queste le azioni che ci fanno conoscere e ci proiettano al di fuori delle strette mura della nostra sede istituzionale.
A questo punto permettetemi delle libere interpretazioni e modi di agire.
In genere i Rotary Clubs, a causa della forte presenza di docenti universitari, costituiscono centri intellettuali preoccupati prevalentemente di magnificare solo personalità della Cultura, assegnando loro prestigiosi Premi e stimolando attività finalizzate alla diffusione della PURA cultura rotariana: i soliti garantiscono di avere anche interessi per le necessità delle realtà locali, ma in pratica la loro disponibilità, le loro azione per la soluzione di alcuni di questi problemi sono del tutto insignificanti e quindi spesso assenti. Risultato? Il Rotary è ritenuto un clan chiuso riservato agli intellettuali e che serve solo agli interessi dei soci stessi.
Compito del rotariano è guardarsi attorno, scoprire le necessità di soggetti meritevoli in una società che a volte ignora il valore a favore del nepotismo: è in questa direzione che dobbiamo agire. Un Club non ha limiti nelle sue azioni: W.C.Carter, avvocato e Presidente Internazionale del Rotary negli anni 1973-74, ha affermato che " ogni Club rotariano è autonomo e libero di cercare le occasioni di intervento che ritiene più opportune. Questo è un punto di forza da cui deriva la capacità di adattarsi alle realtà locali"
Le possibilità di intervento quindi sono notevoli: vi sono molti settori poco considerati dagli altri Clubs, e anche se sembrano di minor valore sono estremamente stimolanti perché danno la possibilità di una azione veramente rotariana.
Tornando all’ultimo spettacolo artistico possiamo sostenere che iniziative come questa, servono a apportare un concreto sostegno a ragazzi giovani e giovanissimi che per passione sacrificano molte ore della loro vita per la preparazione fisica, per creare un’armonia artistica del loro corpo al servizio dell’arte della danza, richiedendo spesso sacrifici finanziari alle famiglie e a volte dolorose rinunce. Per alcuni di loro si tratta di una buona occasione per un domani migliore, altrimenti insperato ed è in questi casi che è utile "tendere una mano".
Deve esservi una particolare attenzione per i giovani perché essi rappresentano il futuro, e l’esperienza ci insegna che i ricordi della gioventù sono indelebili e sicuramente questi giovani ricorderanno con gratitudine e rispetto che ha loro "teso una mano".
Riflettiamoci, perché questa può essere una delle tante strade che può condurre alla costituzione di una nuova "identità" per il nostro "nuovo" Club e sfatare i luoghi comuni che rappresentano il Rotary come una entità ingessata ed avulsa alle necessità contingenti.
Sono queste le iniziative da percorrere, e si potrebbe trovare una ulteriore conferma della sua validità, se anche questo anno, fosse realizzato un simile progetto. Si potrebbe provare, facilmente, con l’attuazione del progetto in situazioni analoghe come scuole di musica, di canto, associazioni sportive, ecc.
Una nostra politica sociale così articolata può essere di vantaggio anche per lo stesso Rotary inteso come Istituzione: pur prescindendo da fatto che nel DNA di ogni rotariano dovrebbe esserci scritta la sua vocazione di interpretare e provvedere alle esigenze della società, consideriamo che i giovani ai quali offriamo il nostro sostegno oggi, una volta diventati adulti, porteranno con loro sempre il ricordo e anche la gratitudine verso una Istituzione della quale altrimenti non avrebbero conosciuto né l’esistenza né il valore morale e sociale.

Tanti cari e rotariani saluti

Paolo Romeo

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Una riflessione sulla vita trascorsa di Francesco Lippi
(forse rotariani si nasce?)
 

L’ingresso nel Club di un Rotariano può nascere in rapporto a vari fattori: alla capacità e serietà professionale che riesci a rappresentare nel mondo del lavoro, alle doti di moralità e di virtù che esprimi e che gli altri ti riconoscono, alle capacità di generare "servizio" che invece sono in parte opera della maturazione individuale e in parte comunque innate. Tutte queste componenti, anche se diversificate fra loro, hanno peraltro una propria base rappresentata prevalentemente dalla educazione e dai principi forniti dalla famiglia.
Personalmente devo riconoscere con piacere che ho avuto la fortuna di avere una educazione familiare particolarmente "dedicata". Infatti, soprattutto in epoca adolescenziale, e quindi per un ragazzo particolarmente delicata, ho avuto molto vicino la figura paterna. Mio padre ottantacinquenne, Docente di Agraria per molti anni (ha festeggiato i Suoi 60 anni di iscrizione all’Albo) e ancora particolarmente attivo, con carattere duro ma docile, fermo ma comprensivo, figura emblematica della severità disciplinare e della integrità morale, allo stesso tempo aperto al sorriso e alla comprensione, mi ha decisamente aiutato a passare indenne quegli anni così difficili. Infatti egli mi ha dedicato, oltre alla Sua partecipazione alla vita scolastica e agli sport, anche la visione positiva della vita, facendomi capire che le insidie e i problemi che quotidianamente fanno parte integrante della vita, devono essere affrontati con sicurezza ma soprattutto in modo positivo. E pensare che alle scuole superiori le esperienze della contestazione studentesca avevano fatto vacillare questa sicurezza e i principi in cui credevo, infatti la mia mancata presenza alle occupazioni e alle manifestazioni, ma anzi il tentativo di proseguire le lezioni superando i picchetti nonostante gli insulti e le minacce fisiche, avevano portato me e pochi altri amici all’isolamento scolastico inteso come emarginazione politica e quindi alla difficoltà alla partecipazione alla vita studentesca Liceale. Sicuramente stavo rischiando di perdere la sicurezza che avevo ricevuto e che ormai faceva parte di me e iniziava a perfondermi un senso di sconforto e di isolamento. Solo gli insegnamenti ricevuti da mio padre, la Sua esperienza, la Sua pazienza e la Sua decisa e ferma contestazione espressa verso certi docenti, hanno consentito il superamento di questi ostacoli ma non senza evidenti difficoltà.
La parte successiva della mia vita dedicata all’Università prima e alle Specializzazioni dopo, mi ha consentito di ritrovare lo spirito positivo che sempre mi ha caratterizzato e di poter maturare esperienze sia professionali che umane, sempre senza dimenticare gli insegnamenti ricevuti che mi hanno permesso di integrarmi con facilità in ambienti che molti sanno essere particolarmente ostili. Le doti di spirito di sacrificio, umiltà ma sempre corredate da una buona dose di grinta moralmente ed eticamente corrette mi hanno aperto strade che inizialmente non speravo.
Finalmente giunto allo scopo sognato da giovane studente di Medicina ho avuto sempre il desiderio di non fermarmi mai ma di proseguire incessantemente nello scopo iniziale di migliorarsi per poter migliorare gli altri. E’ qui che nasce il desiderio innato di dare qualcosa in più a coloro che non hanno avuto in dote la fortuna di essere ciò che io ho avuto la fortuna di avere o di saper creare e di saper mantenere. Fortemente sempre cercato il desiderio di interscambio con altre culture ho spesso viaggiato e studiato in paesi stranieri Europei e Statunitensi ampliando la mia esperienza di vita e aumentando sempre di più il desiderio di globalizzazione della cultura ma mai dimenticando la propria identità peraltro fortemente caratterizzata dal "servizio" verso coloro che presentavano necessità di partecipazione. A questo scopo ricordo i viaggi di lavoro in molte regioni Italiane in particolare del Sud per promuovere iniziative che portassero sostegno a comunità meno fortunate che necessitavano di strumentazioni cliniche a scopo diagnostico.
Non è poi quindi difficile riconoscere in tutte queste caratteristiche quelli che sono poi gli scopi di un rotariano e che riescono a sottolineare i tratti di vita vissuta di una persona. Guardandomi indietro spesso ricordo fatti o episodi che mi riportano a quello che abitualmente penso di mettere in pratica per un progetto di "servizio", quindi ritengo che rotariani forse si è nell’animo e non per caso. Lo spirito di creare "servizio", il desiderio dell’interscambio, la ricerca del miglioramento costante della professionalità nel rispetto dell’etica e degli interessi comuni sono certamente un corredo di particolare rilevanza.
Ma come dicevo all’inizio buona parte di questi tratti caratteristici li devo alla educazione paterna e non posso non citare alcuni brani di mio padre scrittore di poesie per piacere, ma che comunque ha ottenuto premi e riconoscimenti internazionali, per dargli pubblicamente il mio sentito e profondo ringraziamento per avere ricevuto una educazione e un indirizzo per una vita che reputo particolarmente e fortunatamente riuscita. Mi auguro che questi insegnamenti di vita possa io stesso trasmetterli con la stessa intensità e con lo stesso ardore non solo a mio figlio ma a tutti coloro che ho il piacere e l’onore di chiamare amici.

Riporto con piacere tre poesie scelte con difficoltà tra le molte scritte da mio padre, che ritengo le più belle:

SOGNO D’ESTATE: Polvere d’oro/ filtra/ tra le palme/ e fa brillare/ fili sottili/ argentati/ della ragnatela/ tesa/ tra le foglie./ Dal mare/ nell’incanto delle sirene/ musica lieve/ delle onde/ a cullare/ la barca/ su cui sto sognando/ di esserti vicino/ per scaldarti il sangue.

RESTARE IN CIELO: Volan le rondini in cielo/ e par che dicano:/ guarda come è lieve il volo,/ siedi ad ammirare il cielo/ smetti di lavorare,/ asciuga il tuo sudore./ E tu nel seguir quel volo/ ti troverai a superar le nubi,/ là sopra, il cielo sarà terso/ e nell’infinito/ volerai con loro./ Dimenticherai gli affanni/ e ti ritroverai/ nella scia della luna/ a sognare/ le cose liete vissute/ le amarezze sofferte./ E forse/ rifiuterai/ di tornar tra le tue rose/ e come imbalsamato/ vorrai restare in cielo.

UN GIORNO CHE FINISCE: E’ sera,/ tramonta il sole/ calando all’orizzonte/ che s’arrossa/ come gli occhi tuoi/ quando piangi/ nel dirmi addio./ La musica/ invece sale/ con le sue note dolci/ a salutar le stelle/ mentre nel giorno/ ormai finito/ resta il ricordo/ che presto sparirà/ come castello di sabbia/ sommerso/ da un’onda più lunga.

Francesco Lippi

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Articolo ed immagini che verranno pubblicate sul libro di commemorazione del Centenario
 


ROTARY CLUB PISA PACINOTTI – DISTRETTO 2070

 

Il 19 Giugno 2002, con la consegna della Carta, da parte del Governatore Franco Mazza nelle mani del primo Presidente del Club Sergio Bartorelli, nasce ufficialmente il Rotare Club Pisa Pacinotti: il nostro è quindi un club giovane come età ma l’animo e la volontà del servizio in noi è consolidata, parte del nostro DNA, tanto che fin da subito il club si è distinto per iniziative che hanno dato soddisfazione ai soci e visibilità all’esterno.

Nel 2003 abbiamo inviato ad un ospedale africano un ecografo che viene adoperato in tutta la regione essendo l’unico nella zona. Il 16 Luglio 2003 in occasione dell’inaugurazione dello stabilimento balneare della C.R.I., uno dei pochi completamente agibile ai disabili, abbiamo donato l’attrezzatura completa dell’ambulatorio per le urgenze sanitarie, compreso un defibrillatore. Nell’Ottobre del 2003 abbiamo organizzato la visita alla mostra "Il volto del passato tra biologia e storia", a Pisa, con una guida d’eccezione: l’autore stesso, il nostro socio prof. Mallegni. In occasione dello sciagurato episodio di Nassiriya abbiamo organizzato una solenne cerimonia religiosa con messa di Suffragio ai caduti. Inoltre molte sono le donazioni, con la partecipazione delle consorti, ad istituti caritatevoli. Patrocinio e donazioni alla Sez. Prov. UILDM per il progetto "prevenzione respiratoria" Il 3 Luglio 2003 c’è stata una visita ufficiale alla Nave Scuola Amerigo Vespucci con accoglienza da parte del Comandante e degli Ufficiali. Abbiamo avuto anche l’occasione di visitare il Museo dell’acqua, a Filettole, ospiti della Società Acque spa, dove sono esposte le antiche pompe che servivano gli acquedotti di Pisa e Livorno. Molto importante il convegno "Orientare i giovani: dinamiche occasionali e risposte formative" presso l’Auditorium Maccaroni a Pisa, con il patrocinio della Provincia, che aveva lo scopo di aiutare ed indirizzare i giovani ad affrontare il loro futuro lavorativo. Siamo stati molto attivi per il progetto Brahans con l’invio di una batteria completa di ferri per la chirurgia ortopedica, due sterilizzatrici, un microscopio con obiettivi ad immersione, ferri chirurgici per ambulatori di pronto soccorso. Ultimamente abbiamo completato l’invio in Rhuanda di 15 mc. di materiale sanitario per un ospedale gestito da medici italiani.

Nelle abituali conferenze nelle cene Conviviali sono state chiamate personalità note della cultura e della società civile, sia locali che nazionali, e nello spirito della collaborazione e per rafforzare le relazioni di amicizia e stima, cosa essenziale nello spirito rotariano sono stati preferiti amici soci dei Club concittadini

Abbiamo deciso di onorare il Centenario del Rotare International con due progetti, per noi di grande importanza:

1°) l’acquisto di un automezzo per il trasporto di disabili da donare alla Veneranda Misericordia di Pisa. Inizialmente la scelta si era indirizzata verso l’acquisto di una autoambulanza ma, dopo un’attenta verifica dei mezzi già in uso sul territorio e dopo un approfondito colloquio con i confratell,i abbiamo deciso di acquistare un pulmino per il trasporto di disabili. Con questa donazione intendiamo quindi sia essere visibili nell’ambito cittadino sia dimostrare che il nostro Club si interessa attivamente ai problemi di tutti ed in particolar modo a quelli dei "diversamente abili. La scelta è stata supportata dalla conoscenza della carenza dei servizi per la cittadinanza più debole, in particolare dei servizi di trasporto assistito e di accompagnamento nelle necessità di ogni giorno per persone con difficoltà motorie: la Veneranda Misericordia di Pisa possiede già due mezzi che sono in continuo uso, ma il servizio risulta essere ancora insufficiente rispetto alle richieste effettive. I confratelli ci hanno assicurato l’assegnazione di un gruppo di volontari per un utilizzo continuativo del mezzo che andremo a donare.

2°) l’istituzione del "Premio Pacinotti", riconoscimento a scadenza annuale conferito ad un personaggio della realtà pisana che abbia lavorato per la diffusione della conoscenza di Pisa sia in Italia che nel Mondo. Quest’anno verrà organizzato nella seconda quindicina di Maggio, e sarà assegnato alla memoria del compianto Prof. Marco Tangheroni, insigne accademico recentemente deceduto, che ha contribuito con i suoi studi di Medioevalista a diffondere la conoscenza della storia di Pisa in tutto il mondo .La scelta del prof. Tangheroni viene motivata dalla similitudine tra lo spirito che ha governato la sua vita e lo spirito rotariano: il dare agli altri per il piacere del fare e del donare, senza interessi personali. I suoi studi, apprezzati largamente nel mondo accademico, sono inoltre conosciuti e diffusi anche tra la gente comune che, come lui, amava la nostra Pisa.. La cerimonia di consegna si svolgerà nei locali dell’Opera della Primaziale Pisana alla presenza delle autorità cittadine, e la Prof.ssa Garzella dell’Istituto di Storia Medievale del nostro ateneo, illustrerà gli studi del prof. Tangheroni con particolare riferimento agli ultimi progetti su Pisa e il Mare, mentre il prof .Giulio Soldani parlerà dell’uomo Tangheroni, cui era legato da lunga amicizia, durante la Conviviale che precederà la consegna del premio, della sua vita dedicata sì allo studio ma anche e soprattutto agli altri,

Il Club Rotary Pisa Pacinotti è partito con 25 soci fondatori, un numero piuttosto basso per reperire i fondi necessari alle iniziative che intendevamo portare avanti ma che in massima parte abbiamo attuato ovviando al limitato numero di soci con grande volontà e con lo spirito del servire. Il nostro messaggio è stato recepito e compreso dalla nostra città che tanti attestati di stima ci riserva ogni volta e soprattutto da amici che sono venuti ad allargare la nostra famiglia rotariana. Ed oggi con orgoglio diciamo di essere, dopo neppure tre anni, già 45 soci attivi e volonterosi.
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Sergio Bartorelli scrive ad un amico sulla bellezza della navigazione a vela

Caro Sergio ,

ho pensato di raccontare agli amici rotariani, per far seguito alla mia precedente relazione sulla vela qualora per mia poca dimestichezza non sia riuscito a trasmettere concetti e sensazioni che si possono avere trascorrendo le ferie in una barca a vela, l’esperienza di una gita con questo mezzo con amici, e lo farò tipo giornale di bordo: ti prego quindi di divulgarlo.

Questo anno col Semalu 7°, la mia barca che è uno Sloop, ci proponemmo di raggiungere la Tunisia.
Come programma era stato stabilito un percorso abbastanza ambizioso: prevedeva la partenza da Livorno, toccare l’Elba, discendere la Corsica e la Sardegna fino a Villa Simius e da qui procedere per Biserta. Il ritorno prevedeva una tappa a Pantelleria e poi su, a vele spiegate, fino a Livorno.
Anche se in teoria poteva essere un programma abbastanza realizzabile, non esito a definirlo ambizioso perché l’equipaggio che doveva essere di sei persone si era ridotto a quattro, di cui due donne che purtroppo di vela ne capiscono ben poco per non dire niente data la loro inesperienza.
Questa escursione aveva richiesto una preparazione non indifferente; cominciammo a metà Luglio per rivedere e mettere a punto il motore, controllare lo stato delle vele, rifornire la cambusa ecc.
La partenza avvenne regolarmente, come previsto, il 29/7 ed iniziammo il percorso previsto con un buon vento di ponente. Appena raggiunta l’Elba ci accorgemmo che l’impresa di raggiungere la nostra meta sarebbe stata più difficile del previsto, dato che il tempo aveva cominciato a fare i capricci: infatti passammo i primi due giorni alla fonda nella baia di Portoferraio con 25/30 nodi di vento da SW (il famoso Libeccio).
Portoferraio ha una bellissima rada, riparata dalle colline circostanti che non consentono la formazione del vento di Fenec per cui si può stare tranquillamente all’ancora quasi certi che non ci saranno problemi da parte del mare e del vento. La cosa più complicata è trovare come passare il tempo ma ci arrangiammo con un pò di pesca, un pò di lettura e tanta noia. Infatti la barca non può essere abbandonata, sia perché è proibito sia perchè non è assolutamente prudente. Ecco il motivo per cui è difficile e sconveniente scendere in terra.
Finalmente la mattina del 1 Agosto il tempo migliorò e decidemmo immediatamente di salpare l’ancora.
La prossima tappa era la Corsica ma questo anno eravamo destinati a non avere una facile navigazione, infatti non si trovò un alito di vento: prima il cattivo tempo ed ora un tempo troppo buono e per troppo buono intendo una di quelle giornate tanto desiderate dagli automobilisti del mare che amano scorrazzare su di un mare calmo e senza vento.
Arrivati finalmente a Bastia ci ormeggiammo nella darsena del porto Toga pensando di riprendere il nostro viaggio il giorno dopo, ma sulla sera cominciammo a vedere le nubi provenienti da SW che erano il preludio di una Libecciata e poteva durare almeno tre giorni: infatti ci costrinse a restare bene ormeggiati in porto. Fortuna vuole che Bastia è una bella cittadina ed è stato piacevole trascorrervi il tempo della forzata inattività.
Finalmente il tempo migliorò e salpammo subito con destinazione al sud della Corsica: infatti non avevamo ancora rinunciato a raggiungere la meta che ci eravamo prefissi.
Navigammo tutto il giorno con un buon vento da NE: ci preoccupava il fatto che questo è un vento prettamente invernale che non è giustificato nelle nostre zone dove nel mese di Agosto la fa da padrone il Grecale. Comunque trascorremmo una giornata piacevole con la Barca che procedeva a oltre sette nodi. Verso le otto di sera raggiungemmo la baia di Santa Maria che si trova all’estremo sud della Corsica. Fino ad ora avevamo percorso circa 90 miglia tutte a vela e naturalmente eravamo un poco stanchi ma molto soddisfatti per quanto avevamo fatto nella giornata. Questa baia è molto bella e suggestiva dal punto di vista paesaggistico, ma la caratteristica essenziale per noi naviganti è che è riparata da tutti i venti ed è tappa di molte barche che hanno in programma di attraversare le bocche di Bonifacio per raggiungere la Sardegna: voglio precisare che queste sono sempre un’incognita per la navigazione. Il Mancini nei suoi libri "Navigare lungo costa" raffigura Bonifacio come un vecchio con un barbone che con la bocca soffia sul mare rendendolo agitato. Infatti qui è molto difficile trovare il mare calmo. In quel tratto di mare, tra le colline del sud della Corsica e l’isola di Santa Maria a nord della Sardegna, lungo una quindicina di miglia, si forma un imbuto dove i venti sia da Ovest o da Est acquistano velocità e alzano il Mare.
Qui trascorremmo una nottata tranquilla dondolati dal mare leggermente increspato.
La mattina ci accingemmo ad attraversare le bocche di Bonifacio; il tempo era quello classico del luogo con vento a circa 25/30 nodi ed il sole leggermente offuscato da piccoli cirri che si muovevano verso SE : questo significa che sono spinti da un vento di NW detto "Mistral".
Qui il Mistral, che è il nostro maestrale, non è la piacevole brezza caratteristica delle nostre zone che si alza nel primo pomeriggio e dà sollievo nelle giornate di afa, ma quando soffia fa sul serio e può rendere la navigazione impegnativa: nonostante tutto decidemmo di partire.
Il vento anche se forte, veniva da una direzione favorevole di circa 150 gradi rispetto alla prua. Per gli inesperti chiarisco che questa andatura in gergo marinaresco è detta al "Giardinetto". Ricordo che le migliori andature dei velieri, cioè quelle con cui si può raggiungere le massime velocità, sono la bolina larga, al traverso e al giardinetto.
Il decantato vento in poppa andava bene con le barche con le quali navigava Cristoforo Colombo; oggi, con il vento in poppa, se si vuole navigare bene è necessario alzare lo Spinnaker, bellissima vela ma che richiede un equipaggio di almeno cinque o sei persone ben addestrate per poterla governare.
Dopo aver percorso circa 80 miglia raggiungemmo Porto Taverna che è una bella baia molto ben riparata vicino all’isola Molara dove si può sostare tranquillamente come se fossimo in un porto. Il tempo era buono e il mattino successivo proseguimmo la nostra crociera ed arrivammo fino a Villa Simius. Qui il tempo cambiò in maniera repentina con un vento di SE a 30/35 nodi che ci costrinse a rimanere fermi in porto tre giorni. Il quarto giorno calò l’intensità del vento, ma non cambiò la direzione. Perdurando questa situazione non ci fu possibile partire per la tappa finale Villa Simius –Biserta, dato che la rotta è 150° invece il vento soffiava da 125/130 gradi.
Eravamo gia al 15 di Agosto, non avevamo più tempo a nostra disposizione per cui bisognò rinunciare con molto rammarico al nostro progetto.
Una cosa è certa, in barca a vela si sa quando si parte, ma è molto difficile stabilire quando si arriva e se sia possibile completare il programma che uno si propone.
Non dico nulla sul ritorno a Livorno, perchè sarebbe noioso continuare ad elencare una serie di avvenimenti tutti uguali e sempre condizionati dal tempo. A questo punto credo sia opportuno fare una riflessione: oggi le stagioni non sono più quelle di prima, il clima è veramente cambiato: i venti predominanti del periodo estivo, in particolare nel mese di Agosto, erano il Ponente, il Maestrale, le brezze e non lo scirocco e il libeccio come sta accadendo in questi ultimo anni. Questo ci deve far riflettere perchè non so fino a che punto questi cambiamenti climatici siano colpa dell’uomo.
Permettetemi di dire che l’estate passata forse è stata una delle peggiori degli ultimi dieci anni e quello che preoccupa maggiormente è il fatto che, come ho gia detto in precedenza, il clima sia sostanzialmente cambiato per colpa di noi uomini, e se è vero dobbiamo pensarci e ricorrere a rimedi.

Sergio Bartorelli

 
CONFERENZA DI MAURIZIO CORDONI SU "GELOTOLOGIA: TERAPIA O DIVERTIMENTO"
 
Gelotologia: terapia o divertimento

Vorrei iniziare la mia relazione con una citazione famosa di Charlie Chaplin " Un giorno senza un sorriso è un giorno perso"
Ma cosa è il " sorriso" e perchè è importante sorridere e quando e come si sviluppa il sorriso.
Il sorriso è una competenza innata del bambino, che può evolversi e perfezionarsi nel corso della sua crescita e del suo sviluppo, anche in rapporto alle esperienze che egli fa nel suo ambiente di vita. Il sorriso del bambino è alla base del legame con le sue figure di attaccamento e successivamente gli permette anche di comunicare con le altre persone significative che ruotano intorno a lui. Durante le prime due settimane di vita del neonato i sorrisi che egli esprime sembrano aver luogo automaticamente durante il sonno, mentre raramente egli sorride quando è sveglio: questo comportamento può essere considerato automatico, senza che sia necessariamente legato ad uno stato di gioia o di piacere specifico.
A partire dall'età di sei settimane circa il sorriso del bambino inizia a trasformarsi in una "risposta sociale" per cui egli sorride davanti ad un volto ed ad una voce familiari o al contatto fisico con la madre. E’ importante sottolineare che sebbene tale atteggiamento sia una espressione innata nel bambino, una madre o un padre raramente mancano di rispondere ad esso, rinforzandolo a loro volta con i loro gesti e con le parole, affmche il bambino si senta gratificato e stimolato ad esprimersi nuovamente attraverso i suoi comportamenti. Tutto ciò crea perciò un alalogo reciproco tra madre, padre e bambino, dove quest'ultimo viene considerato come parte attiva in tale interazione.
Dunque, il sorriso si presenta spontaneamente in tutti i bambini. Nasce come reazione fisiologica per poi diventare una espressione con intenti comunicativi. In questo senso può essere considerato un comportamento tipico e distintivo della specie umana nei confronti delle altre specie animali.
Il sorriso manifesta serenità, benessere e apertura nei confronti di un ' altra persona. L' espressione viene usata sia per manifestare uno stato emotivo, sia come strumento di comunicazione nel rapportarsi con gli altri. N el primo caso è spontaneo e quasi involontario, nel secondo caso invece è incanalato in un codice di comportamento e può essere dunque una forma convenzionale di approccio. Paul Ekman, professore di Psicologia all'Università della Califomia a S. Francisco, è conosciuto in tutto il mondo come esperto nella ricerca sulle emozioni e sulla "comunicazione non verbale". In particolare deve la sua fama agli studi sull'espressione delle emozioni e sulla corrispondente attività fisiologica del viso. Egli ha individuato 18 sorrisi diversi, la maggior parte dei quali sono falsi! Il sorriso è genuino, ci dice il professor Ekman, quando " le labbra fanno stringere gli occhi generando una espressione di piacere ".
Dal punto di vista biologico, si possono elencare alcuni effetti benefici del sorriso: 1) aumento delle difese immunitarie (recentemente anche ricercatori del Centro di Salute Pubblica di Loma Linda in Califomia
hanno dimostrato un netto incremento di molti parametri neuroimmunologici dopo l'esposizione a situazioni umoristiche). 2) Aumento del livello delle endorfme ( sostanze naturali a struttura peptidica scoperte nel cervello e dotate di azione simile a quella della morfina) e controllo del dolore. 3) Benefici legati alla respirazione, in particolare per chi soffre di bronchite ed asma. 4) Aumento del livello di ossigeno nel sangue ( una ricerca condotta presso 1 'Unità di Riabilitazione Respiratoria Don Gnocchi conferma che la risata è una ginnastica per i polmoni). 4) Effetto di ringiovanimento e maggior durata della vita (i ricercatori finlandesi dell' Istituto Nazionale di Salute Pubblica hanno dimostrato una stretta relazione tra durata della vita e pensiero positivamente orientato ). 5) Miglioramento della capacità di lavorare in team. Aumento della creatività. Miglioramento delle relazioni interpersonali.
Ridere, perciò, è il mezzo più sano per vivere meglio e più a lungo possibile sfidando le frustrazioni della vita. I ricercatori del gruppo internazionale Arise, che si occupano di studi sul piacere, hanno dimostrato l'esistenza di un rapporto diretto tra cali d 'umore e risposte del sistema immunitario: il riso riduce la secrezione di ormoni da stress, come il cortisolo e stimola la produzione di betaendorfme, analgesici prodotti dall'organismo. Essi affermano che "Il piacere è importante per la nostra salute sotto tre aspetti". Primo può contribuire a favorire la salute fisica e mentale. Secondo, può facilitare il processo di rilassamento e proteggere dallo stress, ovvero svolgere una funzione di antidoto. Terzo, può agire come un fattore di protezione delle malattie: proprio come un vaccino." Tutti gli studi nel campo della salute ci assicurano che dovremmo cominciare a ridere di più, perche " ridere fa bene".
Per il buddismo Zen quindici minuti di risate equivalgono a sei ore di meditazione. Anche lo psicoanalista Ernst ~s scriveva:" sotto la spinta della battuta di spirito, torniamo all'allegria dell'infanzia, possiamo liberarci finalmente dai legami del pensiero logico e divertirci in una libertà dimenticata da anni; ecco perche il riso diviene un passaggio chiave per spegnere il lavoro mentale, risvegliando la mente inconscia attraverso il non fare e il non pensare e favorendo la creatività, come presupposto a libere associazioni". Un ulteriore risposta arriva attraverso le parole di un autorevolissimo scienziato americano, il professor William Fry della Stanford University . I suoi studi hanno dimostrato in maniera inconfutabile che la risata è un perfetto esercizio aerobico. In particolare incrementa l' apporto di ossigeno ai polmoni, aumenta la resistenza cardio-polmonare (un minuto di risata equivale a dieci minuti di esercizi al vogatore ), rilassa i muscoli, massaggia gli organi interni, migliora la circolazione sanguigna, favorisce il sonno calmo e rilassato. Un altro scienziato americano, il dottor Berk dell 'Università di Loma Linda in Califomia, ha verificato che la risata aumenta il livello delle immunoglobulina A nella mucosa respiratoria che fa da prima barriera contro gli agenti patogeni che aggrediscono le vie respiratorie e dunque irrobustisce il sistema immunitario e aiuta in maniera determinante chi soffre di asma e bronchiti, come se non bastasse, incrementa il livello delle endorfine, diminuisce il tasso di stress, combatte attivamente la depressione.

Ed ora parliamo di umorismo e comunicazione.

Verso l'inizio del ventesimo secolo si narrava di alcuni matti che rinchiusi in un manicomio si raccontavano le barzellette per passare il tempo della ricreazione, il problema era che ne conoscevano solo una decina e continuavano a raccontarsi sempre quelle. Fu così che il guardiano che doveva sorvegliarli, un bel giorno, si stancò di sentire sempre le stesse storielle. Per creare un diversivo propose ai matti di elencare le barzellette e di numerarle, in modo che, invece di far fatica a raccontarle, si potesse dichiarare il numero, così che chi ascoltava pensasse alla barzelletta corrispondente e riuscisse a divertirsi ugualmente. I matti aderirono subito all ' idea e dal giorno successivo la loro ricreazione diventò uno scambio di numeri: "5, mi fai morire da ridere; 3, buona questa" e così via. Il guardiano entusiasta di essere stato apprezzato dai matti, corse dal direttore a vantarsi per come era riuscito ad insegnare ai matti ad abbinare le barzellette ad un numero, così che ridessero sentendo la cifra senza dover raccontare la storiella intera. Questi, da buon direttore, prima di lodare il dipendente volle verificare. Accompagnato dal guardiano, scese nella sala della ricreazione e con tutti i matti presenti pronunciò "cinque", i matti lo guardarono con molto rispetto, ma rimasero immobili e in silenzio," due" tentò nuovamente il direttore, ma i matti non risero, anzi cominciavano a guardarlo con un po' di compassione. Allora il direttore uscì e se la prese con il guardiano " Perche non hanno riso? , disse" " F orse, perche, bisogna anche saperle raccontare le barzellette " rispose il guardiano.
Saper suscitare il riso, infatti è un problema di comunicazione, per cui chi riceve un messaggio umoristico deve percepire il "solletico" che gli provoca il riso. Per arrivare a questo è necessario qualche premessa sulla comunicazione.
Gli studi sull' argomento ci insegnano che il significato del messaggio viene definito dal ricevente in base a tre gruppi di variabili: una prima categoria è costituita dall'insieme delle motivazioni del ricevente, una seconda dall'insieme delle convinzioni che il ricevente si è fatto a proposito del trasmittente ed una terza dall'insieme delle idee che il ricevente ha a proposito di se stesso. Per comodità riassumiamo le tre categorie di variabili che intervengono nella definizione del significato del messaggio rispettivamente con i nomi di Obiettivi ( ciò che si vuole ottenere ), Pregiudizi (le idee che si hanno a proposito di chi sta parlando) e Vissuti (le idee che si hanno in merito a se stessi). Perciò, per raccontare una barzelletta e far ridere con probabilità di successo, occorre che chi la ascolta: 1° non sia in condizione depressiva ( abbia un vissuto disponibile a ridere); 2° ritenga che chi racconta le barzellette non sia uno di quelli che non le sa raccontare ( abbia il pregiudizio che il raccontatore di barzellette sappia raccontarle) e 3 ° abbia voglia di ridere (abbia obiettivi che comprendono il riso ). Non sempre I'interlocutore si trova contemporaneamente in queste tre condizioni e chi sa raccontare bene le barzellette, pur senza accorgersene, non solo decide se è il caso di raccontarle oppure no, ma è anche capace di modificare le condizioni di chi 10 sta ascoltando per orientarle verso un contesto in cui sia possibile fare dell'umorismo e suscitare il riso.
Tutto ciò per sottolineare come sia difficile far ridere specialmente nelle situazioni critiche e disperate, come cerca di fare la Comicoterapia, che è l'uso della risata e delle emozioni positive per migliorare lo stato psicologico e neuroendocrino del malato. Lo strumento della Comicoterapia è fondamentalmente l 'umorismo, ritenuto importantequanto l' amore: la terapia del sorriso si adegua alle persone e alle situazioni. La scarica di endorfme scatenate da una risata o da un momento di svago,ha un'influenza diretta e positiva sulle difese immunitarie. Migliora la risposta individuale contro la malattia e aiuta a tollerare meglio le inevitabili sofferenze che alcune cure comportano. Non bisogna però commettere l' errore di pensare che una risata sia sufficiente per guarire da una malattia oncologica. Un pagliaccio da solo non può far nulla, se non portare un momentaneo sollievo, dietro a questo, infatti, sussiste un progetto complesso e ben preciso. Queste esperienze funzionano solo quando si punta al benessere totale del paziente e si stabilisce un'alleanza terapeutica tra medici, genitori, personale paramedico, animatori e clown. In ogni caso il fine ultimo è sempre lo stesso: ridare fiducia alla persona Ricoverata e allo stesso tempo umanizzare l' ambiente ospedaliero per renderlo più vivibile.
Uno dei principali fautori della "Gelotologia" (dal greco ghelos = risata, logos = scienza; " scienza della risata"), divenuto famoso anche dopo un celebre film dedicato alla sua vita, è Patch Adams, il rivoluzionario medico-clown americano. E' il precursore di un'assistenza sanitaria vista come servizio e incentrata sui reali bisogni dei pazienti, dove la comicità è utilizzata per creare "familiarità con i malati e ridurre il disagio e l'alienazione dei degenti". Patch Adams, ha cercato di concretizzarla fondando una casa-ospedale nel West Virginia, l'istituto "Gesundheit"(salute). Da sempre, infatti, si sa che "ridere fa buon sangue" e che una bella risata può curare il "mal di vivere". Il chiodo fisso di Patch è l' amicizia, perchè "le persone hanno bisogno delle persone" e hanno la necessità profonda di essere sostenute da legami molto forti, dalle famiglie e dalle comunità. Il comportamento altruistico sarebbe un farmaco che allunga la vita: la tesi è avvalorata da uno studio condotto da ricercatori dell'Università del Michigan. Si è scoperto infatti che chi partecipa con entusiasmo a progetti di volontariato ha una frequenza di mortalità due volte e mezzo inferiore a chi invece si rinchiude in se stesso e non fa niente ruminando il suo dolore. Le potenzialità della comicoterapia sono state sperimentate dentro e fuori l' ambiente ospedaliero su: adolescenti, anziani, persone depresse e ammalati con qualsiasi tipo di patologia. E' una terapia senza effetti collaterali, anallergica, la posologia è "a piacere" e il sovradosaggio non esiste, non ha scadenze ed è disinquinante per qualsiasi tipo di ambiente.
Le origini risalgono al XVIl° secolo quando un autorevole medico Thomas Sydenham, affermava che " l' arrivo di un buon clown esercita, sulla salute di una città, un ' influenza benefica superiore a quella di venti asini carichi di medicinali". Qualche secolo dopo lo stesso Freud riteneva " i motti di spirito" così rilevanti da dedicarvi un intero libro.
Solo a partire però, dagli anni sessanta, sono cominciati i primi studi sistematici sulle virtù terapeutiche della risata. Negli anni ottanta, il caso di Norman Cousins, fece scalpore in tutti gli Stati Uniti. Cousins era un noto giornalista scientifico che improvvisamente venne colpito da Spondilite Anchilosante: una grave alterazione delle articolazioni che porta progressivamente alla paralisi e alla morte. Refrattario alla medicina convenzionale Cousins decise di curarsi seguendo una insolita terapia: il ridere (vedeva film comici tre - quattro ore al giorno) e la vitamina C ( 25 grammi al giorno assunti per flebo ). A dispetto di ogni previsione, in capo ad un anno, guarì completamente. La prima reazione della comunità scientifica americana fu di incredulità e stupore, alcuni misero addirittura in dubbio la malattia, ma i fatti erano incontrovertibili. Dopo alcuni anni non solo fu riconosciuta la validità scientifica della sperimentazione effettuata da Cousins su se stesso, ma gli venne offerta una laurea "honoris causa" e poi una cattedra presso 1'Università di California di Los Angeles.
La spettacolare guarigione di Norman Cousins ebbe come risultato indiretto la rivalutazione degli studi di Psico-neuro-endocrino-immunologia ( p .N .E.I. ) una nuova branca della medicina che studia gli effetti delle emozioni sul sistema immunitario. Di li a poco nacque infatti una nuova area di ricerca: la Gelotologia, dedicata allo studio sistematico del ridere come rimedio psicofisico.
Tramite varie ricerche, come abbiamo già visto, è stato dimostrato che le emozioni positive, tra cui il ridere è una delle più potenti, influenzano positivamente il sistema immunitario, che è il vero garante della nostra salute. Questa semplice verità non ha avuto vita facile e ancora stenta ad essere compresa nella sua importanza e profondità. Tutto ciò che è connesso al ridere, nella nostra cultura, è considerato secondario, poco importante, se non dannoso. In ultima analisi siamo molto meglio educati a soffrire che non a star bene. Negli ultimi anni in diversi paesi, a partire dagli Stati Uniti, la silenziosa rivoluzione della risata si è andata diffondendo e oggi percorre due strade differenti anche se strettamente parallele. Da una parte vi sono le esperienze alla Patch Adams, il quale è stato, come detto, l' artefice della presenza negli ospedali della figura del clown-dottore. Lo strumento terapeutico a cui questo gruppo di medici fa ricorso, consiste in un intreccio di barzellette, musica, gag comiche, con un' attenzione particolare ai desideri espressi dai malati. Dall ' altra parte vi sono le esperienze dei cosiddetti clown-operatori alla Michael Christensen, clown professionista, impiegato all'epoca al Big Apple Circus, insieme a Paul Binder, che fondò nel 1986 l'Unità Sanitaria di clown, presente in numerosi Ospedali di New York, Boston, Los Angeles e San Francisco. In questo caso non si tratta di veri dottori, ma di attori, clown o artisti di strada che in collaborazione o sotto il controllo dell'Autorità Sanitaria effettuano con regolarità interventi negli ospedali e in altre strutture sanitarie. Sulla base di questo modello "Le Rire Medicine" in Francia e la fondazione Theodora in Svizzera hanno dato via a programmi analoghi rispettivamente nel 1991 e nel 1993.
Anche in Italia molti pensano che far beneficenza e poter donare sia un privilegio di pochi. Ci sono invece mille modi per rendersi utili: c'è chi elargisce denaro, sovvenzionando tanti progetti stupendi, c'è chi dona la sua professione, il suo mestiere, le sue abilità a servizio del prossimo, c' è poi chi offre la sua innata capacità di far ridere, mettendola a disposizione degli altri, come il clown. Lo scopo è "umanizzare" che vuoI dire cambiare il rapporto struttura sanitaria /persona in difficoltà. Passare quindi da una concezione della persona di tipo meccanicistico ad un rapporto di stretta fiducia, collaborazione, comprensione e rispetto tra operatore sanitario e paziente ( identificato per il suo essere persona e non solo per la malattia). Come in America, in Francia e in molti altri paesi, anche da noi i clown "ospedalizzati" si propongono di raggiungere con i loro interventi molteplici scopi, di varia entità e valore:
1) Contribuire a sdrammatizzare i vissuti e le situazioni stressogene.
2) Strutturare con l'utente un'importante relazione empatica, utile ad una maggiore collaborazione nella relazione terapeutica.
3) Stimolare nel paziente il coping, cioè la capacità di farcela, fornendo la chance per cooperare con lo staff medico.
4) Restituire alle emozioni positive il giusto spazio nel processo di guarigione e crescita della persona.
5) Contribuire, come detto, all'umanizzazione dei reparti ospedalieri. Tutto ciò ha prodotto una iniziativa del prof. Mario Farnè, docente universitario di psicologia medica, che insieme ad altri colleghi, si sono fatti promotori di un appello semiserio al Ministero della Sanità per il riconoscimento della comicoterapia come vera e propria cura da introdurre nelle Strutture Sanitarie.

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Storia di Alessandro Cruto

IN RIFERIMENTO AL SAGGIO "Il Signore della Luce" di Vittoria Haziel

 
Cruto Alessandro  nacque a Piossasco (TO) nel 1847 e morì a Torino nel 1908.

Spirito geniale di ricercatore, malgrado i modesti mezzi e la non grande cultura, si dedicò alla ricerca scientifica indirizzandosi a risolvere il problema della cristallizzazione del carbonio. Nel 1879, dopo aver assistito ad una serie di conferenze tenute da Galileo Ferraris sui progressi dell'elettricità, si diede a preparare un filamento di uso pratico per le lampadine elettriche ad incandescenza e poté così produrre l'anno successivo un filamento che, unico fra quelli ottenuti da altri sperimentatori, aveva un coefficiente di resistenza positivo (che aumentava cioè con l'aumentare della temperatura). Impiantata ad Alpignano una fabbrica di lampadine, ne tenne la direzione fino al 1889. L'industria di Alpignano venne poi assorbita dalla Philips.
Il filamento Cruto viene preparato per deposizione di grafite su un sottile filo di platino in atmosfera di idrocarburi; volatilizzato il platino ad alta temperatura, rimane il filamento  di grafite purissima.

 

 

CRUTO  

Terzogenito di Giacomo "mastro da muro" e di Giuseppa Bruno "benestante", Alessandro Cruto nasce a Piossasco il 24 maggio 1847. Frequenta le scuole elementari,"poscia mio padre volendomi far istruire in modo che riuscissi un discreto capomastro, mi mandò a passare due inverni a Torino, dove andavo a scuola privata di architettura e di geometria dall'architetto Reycend. In seguito mi procurai libri dove studiai Aritmetica Argebra Fisica e Chimica. Tutto ciò, lo confesso in un modo molto disordinato. Quando lo potevo assistevo pure a lezioni di Fisica sperimentale e di Chimica alla R.a Università di Torino; e tutto finì li". Obbligato dalle ristrettezze economiche famigliari a seguire il padre nel lavoro edile non rinuncia, grazie anche a un piccolissimo prestito della madre, ai suoi studi e alle prime esperienze di laboratorio, aperto a Piossasco nel 1872.
Nel 1874 riesce ad ottenere dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio la "privativa industriale del Nuovo sistema di graduazione nei termometri" e fino al 1879 concentra essenzialmente la sua attività nella ricerca del diamante artificiale. La sera del 24 maggio 1879, obbedendo a una sua vecchia passione, si reca al Museo Industriale di Torino "ad assistere a quella delle conferenze che dava allora il professore Galileo Ferraris...Una gran folla si pigiava in quella sala, io, per mia disgrazia, arrivai un poco in ritardo, non potei apprendere gran che, ma tuttavia vi appresi la parte storica della lampada ad incandescenza". Tornato a Piossasco nel suo laboratorio ormai stipato di alambicchi e "macchinette" annota sul suo diario: "Prima i lavori sulla cristallizzazione del carbonio si contendevano il campo col mio sistema di misura delle temperature. Ora abbandonato questo se lo contendeva coll'illuminazione elettrica". Ottiene dal professore Nacari il permesso di usare gli apparecchi del Laboratorio di Fisica della Regia Università di Torino e il 5 marzo 1880 riesce ad accendere la sua prima lampadina elettrica usufruendo della corrente fornita da una batteria di pile Bunsen. All'interno del bulbo vetroso il Cruto introduce filamenti di carbonio puro "della sottigliezza di un capello, di sezione uniforme, avvolti a spira, elastici, di splendore dell'acciaio brunito, e quello che è più meraviglioso, vuoti nell'interno, cioè conformati a tubo capillare. Uno speciale attacco flessibilissimo in tutti i sensi venne pure studiato dall'inventore per la sospensione della sua lampada a incandescenza. L'illuminazione è delle più belle: la luce Cruto è divisibile come quella del gaz, è costante, limpida, molto meno costosa delle altre luci elettriche, costituisce insomma una vera scoperta".


Alessandro Cruto. Ritratto (1883) 

Sul finire del 1881 e l'inizio del 1882, in occasione dell'illuminazione di un tratto di via Roma con lampade Swan, Cruto conosce l'ottico torinese Bardelli col quale costituisce il 25 febbraio 1882 "una Società in accomandita col nome di A.Cruto e Comp. I miei soci (gli onorevoli Carlo e Luigi Favale e Carlo Bechis in rappresentanza del banchiere Nicola Bianco) si sarebbero impegnati di fare un primo versamento di lire cinquemila allo scopo di far fronte alla spesa per la continuazione degli studi e l'esercizio dell'invenzione". Alcuni giorni dopo la stipulazione del contratto Cruto deposita presso la Prefettura di Torino domanda "per ottenere la privativa industriale sopra i perfezionamenti da me ottenuti", apre un nuovo laboratorio-fabbrica dotato "degli apparecchi e dei prodotti necessari" e per la prima volta assume un operaio "un certo Bardelli Giuseppe giovane di 16 o 17 anni" al quale ben presto si affianca Ettore Gioy Levra indispensabile "operaio soffiatore" giunto da Roma.
Sempre nel "febbrile anno"1882 il nostro inventore "nato col bitorzolo del fisico" decide di partecipare all'Esposizione di Elettricità a Monaco di Baviera dove "la mia piccola esposizione fu oggetto di molta curiosità per quanti si interessavano delle lampade ad incandescenza; fu ben accolta e fu oggetto di buoni articoli sopra giornali seri d'elettricità". Il 7 marzo 1883 alla presenza dei professori Ferraris, Morra, Denza, Jervis del Regio Museo Industriale di Torino e dell'ing. Fadda, capo ufficio presso la Ferrovie dell'Alta Italia Cruto presenta un nuovo perfezionato modello di lampada: "L'esito corrispose ed anzi superò le aspettative. Erano nello stesso circuito 4 lampade di 4 candele, 32 lampade di 8 candele, 18 di 16 candele, e 2 di 32 candele; ebbene, tutte queste lampade di così diversa forma si illuminano con perfetta regolarità ed uguaglianza, tramandando tutte egualmente una luce fissa e vivissima". Sono le stesse lampade che la sera del 16 maggio illuminano per la prima volta le vie, le case di Piossasco e "dodici dei sedici ambienti contenuti nella galleria delle camere elettriche"; della Mostra d'elettricità, attrattiva tra le "più notevoli e interessanti" dell'Esposizione Nazionale di Torino del 1884. L'Esposizione sancisce il definitivo successo dei prodotti della Società A.Cruto di Torino: "a Ginevra venne illuminato il grandioso salone del battello Mont-Blanc che fa servizio di trasporto su quel lago. Da alcuni mesi poi si stanno fabbricando su vasta scala lampade a sistema Cruto dalla Casa Mildé di Parigi, concessionaria del brevetto per la Francia. Anche dalla lontana America, a Cuba a New York le lampade Cruto sono favorevolmente conosciute e apprezzate, e la Società ricevette da questi paesi offerte per i brevetti".

 

Lampada a filamento Cruto. Prospetto e sezione (1883)

L'11 aprile 1885 con atto notarile rogato Cassinis si costituisce la "Società Italiana di Elettricità-Sistema Cruto...sottentrata alla Ditta Cruto e C.". Scopo primario: "esercitare i brevetti della Società...nonchè quegli altri che venisse in seguito ad acquistare, colla fabbricazione e collo smercio di lampade elettriche, utilizzando anche la forza motrice del suo stabilimento di Alpignano". Il capitale sociale è stabilito in L.500.000 diviso in 1000 Azioni di L.500 caduna; Cruto è nominato Amministratore, Carlo Bechis Amministratore delegato con funzioni di direttore tecnico; gli uffici vengono collocati a Torino nella centrale via Santa Teresa 2. Il vecchio e ormai angusto laboratorio di Piossasco non è più idoneo, occorre "portare la fabbrica in località dove si avesse una sufficiente forza idraulica, il che non poteva aversi in Piossasco". Inizia rapida la ricerca di un luogo appropriato. "Una domenica (di giugno) andammo in Alpignano dove vi era allora un molino pesto da canapa e torchio da olio (dei fratelli Falconet). Ci siamo fermati sul ponte a vedere, si può dire a volo d'uccello quello stabilimento fabbricato sul letto della Dora. Come era allora aveva un aspetto orrido. Il prezzo di vendita non era troppo elevato, occorrendo la forza idraulica si poteva portare fino a 200 cavalli vapore. A tutti i miei colleghi piacque...la Società lo comprò per lire cinquecentomila; fece fare il progetto di costruzione dello stabilimento dall'ing. Gerolamo Taddei, allora anch'esso consigliere d'amministrazione; si diede l'impresa ai f.lli Boggio". Il 25 luglio 1885 Carlo Bechis chiede ufficialmente al sindaco di Alpignano Antonio Ratti il "permesso di appoggiare il nostro nuovo opificio alle costruzioni del Ponte sulla Dora". E' l'inizio di un lungo e proficuo rapporto che legherà l'Amministrazione Civica alla Società. Il 25 settembre, infatti, il Consiglio Comunale con propria deliberazione "ritiene di somma importanza per questo Comune l'impianto dell'industria Cruto. Mentre in massima si propone di favorire l'erezione in Alpignano, riconosce indispensabile alcune cautele da proporre per riguardo alla conseguente vincolazione del ponte sulla Dora". Si incarica pertanto lo stimato e noto ingegnere Amedeo Peyron di redigere puntuale e dettagliata relazione sul progetto presentato "dall'Ing. Taddei". L'anno successivo la "grandiosa fabbrica" è ultimata: "occupa un'area degli antichi fabbricati del molino, fucina, pesta da olio e da canapa e buona parte del letto del fiume, ingombrando una pittoresca veduta...La produzione giornaliera è di 1000 lampade di varia intensità; gli operai erano 26 e lavoravano per una lira al giorno. I maestri vetrai venivano in parte da Venezia, in parte dall'Olanda". Inserita nel vecchio borgo alpignanese va ad arricchire il numero degli opifici già presenti sul territorio.
Al nuovo "opificio di luce" Cruto va solo di tanto in tanto, ma forti disaccordi con l'ing. Zino, direttore tecnico presto allontanato, costringono Alessandro a riprendere personalmente la direzione dello stabilimento. "Presi in affitto un alloggio in casa Soffietti e feci venire con me mia sorella (13 giugno 1887). E' allora in Alpignano che coi miei quarantanni suonati Cupido mi prese a padroneggiare. Là conobbi la signorina Libera Camandona che tutti mi decantavano come modello di virtù". Il fidanzamento è brevissimo, il 17 ottobre viene celebrato il matrimonio. Sul finire dello stesso anno "la società s'incaricò di fare l'impianto di illuminazione pubblica di Alpignano e della stazione"; per la prima volta le "tortuose vie della borgata" avrebbero avuto una "candida luce". Il 23 settembre si inaugura con "festa popolare" l'illuminazione pubblica a "luce elettrica sistema Cruto. Splendido banchetto di circostanza nel setificio Chiesa con intervento dei rappresentanti della Stampa e di varii personaggi cospicui. Rallegrò la festa una scelta Banda di Avigliana diretta dal signor Dematteis".



Opificio Cruto, Ponte Vecchio, Masso erratico (1913) 

Proseguono e si intensificano in questo periodo i forti dissidi con l'amministratore Bechis e il tecnico Barberis che spesso propongono persone, macchinari o modifiche alle lampade che Cruto, nonsolo ritiene inutili, ma addirittura dannosi. La nascita della primogenita Rita, l'11 giugno 1889, e la messa a punto di un nuovo metodo per economizzare il platino nella fabbricazione della lampada, poi brevettato nel 1891, non bastano a riportare serenità in casa Cruto. "Il mio morale offeso finì per agire anche sul fisico e mi ammalai di forte malattia nervosa". Dopo soli tre anni Alessandro scrive sul suo diario: "Ho dovuto infine allontanarmi da Alpignano per non morire di crepacuore"; la partenza è fissata per la fine di maggio 1891. "Me ne venni colla famiglia ad abitare in Torino", nella casa sita in via Pio V che vedrà la nascita nel 1892 di Alfonso, stimato professore di Chimica biologica presso la R.Università di Roma prematuramente scomparso nel 1935, e nel 1897 di Lea deceduta a Piossasco nel 1957. Il rapporto tra Cruto e il "suo" opificio diventa sempre più epistolare.
Gli anni del nuovo secolo vedono per il paese di Alpignano la diffusione continua e capillare della luce elettrica non solo negli edifici pubblici e nelle case private. Molti sono infatti gli atti deliberativi che testimoniano la tendenza costante dell'Amministrazione Civica per un "reale bisogno d'ampliamento di illuminazione", anche oltre il proprio territorio.
Per la "Società già Cruto" il monopolio sugli ingrandimenti degli "impianti e delle condutture elettriche" con collegamenti tra Rivoli, Alpignano, Pianezza e Torino sono da un punto di vista finanziario un ottimo biglietto da visita. Dopo una brevissima parentesi, gestita dalla "Società Dora" con sede in Genova, gli stabilimenti alpignanesi vengono acquistati nel 1910 dalla Edison Clerici di Milano per la produzione e diffusione su scala internazionale della "lampada Z" venduta "con tanto di tricolore sulla carta". La nuova gestione, in questa fase iniziale, continua a lavorare sul potenziamento della rete per la distribuzione dell'energia elettrica. Nel 1914 si concedono linee "secondarie per l'illuminazione pubblica e privata, riscaldamento e applicazioni agricole nei Comuni di Rivoli, Alpignano, Pianezza, Rosta, Buttigliera, Avigliana, Rivalta e rispettive frazioni".
Nel 1918 L'Amministrazione Civica delibera l'indispensabile costruzione di "una nuova centrale a valle del ponte di Alpignano e la relativa sistemazione del canale di derivazione denominata Bealera di Grugliasco", che va a sostituire l'ormai obsoleta e non più sufficiente centrale ubicata "in regione ghiaro". Alla Società milanese con R.Decreto 31 ottobre 1919 viene concesso "di aumentare la derivazione d'acqua dalla Dora Riparia in territorio di Alpignano fino alla portata di moduli 131,25", con un aumento di "oltre 500HP".
Il successo dell'azienda si arresta nel 1922 quando la Edison Clerici decide, a causa della crisi industriale nazionale, di concentrare tutta la produzione a Milano; gli stabilimenti alpignanesi sono messi in vendita. Solo nel 1927 l'ingegnere Silvio Marietti, già direttore della precedente Società, riesce a vendere le fabbriche al complesso olandese Philips; nel 1928 riprende l'attività per "300 operai tra cui 250 donne". Il vecchio opificio è trasformato in mensa aziendale e dopolavoro.
Cruto non è da molto tempo protagonista e testimone del seguire rapido degli eventi di fine e inizio secolo. Allontanato dalla Società il 1 febbraio 1895 divide le sue giornate tra la casa torinese di corso Vittorio Emanuele 32, dove si spegne a soli 61 anni il 15 dicembre 1908, e il suo amato laboratorio di Piossasco. Con costanza e pazienza torna ai suoi studi, alle sue ampolle: "in primo luogo di fabbricare il carburo di piombo cristallizzato che per la durezza potrà ricevere applicazioni alle industrie e per scopo ornamentale", ma anche "apparecchi per studiare l'elettricità atmosferica", esperimenti sotto il titolo "Lampada ad incandescenza a microlanuggine" e vera bizzaria la "Mosca elettrica", sorta di giocattolo scientifico.
Di lui ad Alpignano rimangono, e non è poco, lo stabilimento ora sede della "luminosa" Biblioteca Comunale, una sinuosa breve via del centro storico e una riflessione: "Pensare, analizzare, inventare non sono atti anomali, sono la normale respirazione dell'intelligenza". Alessandro Cruto ne ha sicuramente fatto uno stile di vita..

da: Marina Baudraz e Laura Palmucci (a cura di), Alessandro Cruto ad Alpignano: nasce una fabbrica si illumina un paese, Alpignano, Comune di Alpignano,1998
(in distribuzione gratuita presso la Biblioteca Comunale)

Ecomuseo Sogno di luce: Alpignano la lampadina di Alessandro Cruto

 

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STORIA DEL ROTARY
 

Il Rotary è un associazione mondiale di imprenditori e professionisti, di entrambi i sessi, che prestano servizio umanitario, che incoraggiano il rispetto di elevati principi etici nell'esercizio di ogni professione e che si impegnano a costruire un mondo di amicizia e di pace.

Il Rotary ha una sua storia, statuti e regolamenti. Si impegna in molte attività; ha strutture, Presidenze, distretti. Il tutto è molto articolato e persino complesso, ma al di là di questo che pur gli dà sostanza e forza, il Rotary è soprattutto amicizia e servizio. La base della organizzazione del Rotary è costituita dai Club i cui soci sono dei professionisti che credono nei valori umani più autentici ma che, soprattutto, vogliono mettere a disposizione della società la loro competenza con azioni di servizio e di generosità attiva. La convivenza nei club, favorita da incontri settimanali e dagli impegni che assieme i soci assumono e realizzano, alimenta la reciproca conoscenza in un clima di benevolenza; si generano così, sempre, un gradevole cameratismo e relazioni improntate a vera amicizia. Il servizio e l'amicizia, o almeno il loro riferimento ideale, sono i pilastri e la stessa ragione d'essere del Rotary. Sono valori che si sostengono e si alimentano a vicenda, perché il servizio rappresenta la concretezza con cui si può esprimere la responsabilità sociale e l'amicizia si costruisce con la volontà di convivenza buona e generosa.
Lo scopo del Rotary
I testi ufficiali del Rotary riportano il riferimento fondamentale dell'associazione. E' la "norma di base", il principio di riferimento che tutti i rotariani nel mondo conoscono e condividono. Scopo del Rotary è incoraggiare e sviluppare l'ideale del "servire" inteso come motore e propulsore di ogni attività. In particolare esso si propone di: Promuovere e sviluppare relazioni amichevoli tra i propri soci, per renderli meglio atti a servire l'interesse generale. Formare ai principi della più alta rettitudine la pratica degli affari e delle professioni; riconoscere la dignità di ogni occupazione utile a far sì che essa venga esercitata nella maniera più degna quale mezzo per servire la società. Orientare l'attività privata, professionale e pubblica dei singoli al concetto del servizio. Propagare la comprensione, la buona volontà e la pace fra nazione e nazione mediante il diffondersi nel mondo di relazioni amichevoli fra gli esponenti delle varie attività economiche e professionali, uniti nel comune proposito e nella volontà di "servire".
La nascita del Rotary
Il Rotary nacque la sera del 23 febbraio 1905, quando Paul Harris, allora giovane avvocato di Chicago, si incontrò con tre amici per discutere un'idea che da tempo lo assillava: dar vita ad un club di persone di differenti professioni, organizzando incontri regolari all'insegna dell'amicizia, per trascorrere un po' di tempo in compagnia e allargare le conoscenze professionali. Quella sera, assieme a Paul Harris, c'erano Silvester Schiele, commerciante di carbone, Gustavus Loehr, ingegnere minerario e Hiram Shorey, sarto. Si riunirono presso l'ufficio di Loehr, in Derarborn Street 127, in un edificio, l'Unity Building, che esiste ancor oggi a Chicago. Da quella riunione cominciò a realizzarsi l'idea di un club maschile dove ogni socio rappresentava la propria professione. Le riunioni si svolgevano settimanalmente, a turno presso l'ufficio o a casa dei vari soci. Era, questo, un sistema di rotazione che aveva lo scopo di far conoscere a ogni socio l'attività degli altri e che portò poi Harris a chiamare il suo sodalizio: Rotary. I quattro soci fondatori erano di discendenza nazionale diversa (americana, tedesca, svedese e irlandese) ed appartenevano anche a fedi religiose diverse (protestante, cattolica ed ebraica). Erano un prodotto di quel grande crogiolo che era ed è l'America e, sotto questo aspetto, erano i progenitori più adatti a dar vita a quel grande movimento internazionale che sarebbe poi diventato il Rotary International.
Il vessillo ufficiale del Rotary
La bandiera ufficiale è stata adottata per la prima volta dal Rotary International nel 1929, all'assemblea di Dallas, Texas. La bandiera del Rotary è bianca con sovrapposta la "ruota" ufficiale in giallo-oro. Il cerchio interno della ruota, diviso in quattro spazi, è colorato in blu turchino e, in questo, nella parte superiore appare la parola "Rotary" e in quella inferiore la parola "International". Entrambe queste parole sono riprodotte in oro. Lo spazio fra i raggi e il mozzo sono bianchi. Nel 1922, l'Ammiraglio Richard Byrd, membro del Rotary Club di Winchester, Virginia, depositò, durante la sua storica spedizione, una bandiera del Rotary al Polo Sud e, 4 anni più tardi, al Polo Nord
L'emblema del Rotary
L'emblema del Rotary è sempre stato rappresentato da una ruota. Il primo disegno di questa è stato realizzato da un incisore di Chicago, Montague Bear. Con questo simbolo, che riproduceva la ruota di un carro dei pionieri, l'artista voleva simboleggiare la civilizzazione e il movimento. Nel 1923, la ruota originale venne cambiata e divenne, come noi la conosciamo, la ruota di un ingranaggio dotata di 24 denti e di 6 raggi ma, venne fatto osservare da alcuni ingegneri, l'ingranaggio in questione non avrebbe mai potuto essere montato su un albero senza una chiavetta che solidalmente unisse l'ingranaggio all'ipotetico albero. Venne subito eseguita la modifica giustamente richiesta e la ruota così composta divenne il simbolo del Rotary International. Il nome Rotary e l'emblema del Rotary International sono registrati come marchi di servizio e, pertanto, non possono essere alterati, nè usati impropriamente. I rotariani sono incoraggiati a portare il distintivo del Rotary, ma lo stesso distintivo, o rappresentazioni dell'emblema del Rotary, non possono essere usati per scopi commerciali, per scopi politici, nè, in modo più generale, al di fuori dell'attività rotariana.
I motti del Rotary
Il primo motto del Rotary International, "He profits most who serves best" (chi serve meglio ha più profitto), venne approvato nel 1911 durante la Convention di Portland, Oregon. Nello stesso periodo il Presidente del Rotary Club di Minneapolis, Minnesota, dichiarò che il modo migliore per organizzare un Rotary Club era quello di seguire il principio che lui aveva adottato: Service, not self (servizio, non egoismo). Questi due slogan vennero adottati come motto del Rotary International, durante la Convention di Detroit nel 1950: He profits most who serves best e Service above self. Il Consiglio di Legislazione del 1989 stabilì che il motto ufficiale sarebbe stato: Service above self (Servire al di sopra di ogni interesse personale), poiché in modo molto conciso
Alcune "prime" rotariane
- La prima riunione di un Rotary Club ha avuto luogo a   Chicago, Illinois, il 23 febbraio 1905.
- Le prime conviviali regolari ebbero luogo a Oakland,   California, nel 1909.
- Il primo Congresso si tenne a Chicago nel 1910. - Il primo Club, fuori dagli Usa, ad essere ammesso al   Rotary fu quello di Winnipeg (Canada) nel 1910.
- Il primo Club non americano ad essere ammesso al   Rotary fu quello di Dublino, Irlanda, nel 1911.
- Il primo Rotary Club di un Paese non di lingua inglese   fu inaugurato all'Avana, Cuba, nel 1916.
- Il primo Rotary Club del Sud America fu quello di   Montevideo, Uruguay, che ricevette la carta nel 1918.
- Il primo Rotary Club dell'Asia tenne la sua prima   riunione a Manila, Filippine, nel 1919.
- Il primo Rotary Club del continente africano fu quello   di Johannesburg, Sud Africa, nel 1921.
- Parimenti nel 1921, il primo Rotary Club australiano   fu quello di Melbourne.
- In Italia il primo Rotary club, quello di Milano, fu   costituito il 19 dicembre 1923
- Il Rotary ha istituito nel 1917 un "Fondo di   Dotazione", precursore della Rotary Foundation.
- Il Rotary ha utilizzato il nome Rotary International, per   la prima volta, nel 1922.
- Il Rotary ha istituito, quale simbolo di riconoscenza   verso il suo fondatore, il Paul Harris Fellow nel 1957,   per coloro che donano 1000 $ alla Fondazione
  Rotary.
- Il simbolo del Rotary apparve per la prima volta su un   francobollo nel 1931.
- Il primo guidoncino di un Rotary club (Houston Space   Center) piazzato in orbita intorno alla luna fu portato   dall'astronauta Frank Borman, socio di quel club.
- Nel 1923, a St. Louis, Warren Harding fu il primo   Capo di Stato a tenere un'allocuzione ad una   Convention rotariana.
- La prima assemblea del Rotary tenutasi in Sud   America ebbe luogo a Rio de Janeiro, nel 1948.
- La "prova delle quattro domande" ha ricevuto il diritto   d'autore nel 1954.
- Il primo progetto di azione di interesse pubblico del   Rotary ha avuto luogo nel 1907 quando i rotariani di   Chicago fecero installare delle toilette pubbliche in   municipio.

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CAMPOSANTO MONUMENTALE DI PISA
Storia degli affreschi, dal degrado al restauro
 
 
Si tornano a vedere gli affreschi del Camposanto Monumentale di Pisa, dopo la prima tappa di una campagna di restauro eccezionale per dimensioni e per importanza. Dopo quasi trent’anni di lavori, promossi dall’Opera della Primaziale Pisana, l’ente che da sempre è responsabile della piazza del Duomo e dei suoi monumenti, si torna a rivedere il Camposanto non più "dal rovescio", per dirla con Cesare Brandi.  Il Camposanto di Pisa, senza gli affreschi sembra visto dal rovescio… dove era il luogo degli affreschi asportati, le grandi pareti squallide, sebbene inalterate, non sono più le stesse, in quanto alla loro stessa qualificazione spaziale la decorazione pittorica era essenziale. (Cesare Brandi, 1958)

Gli affreschi del Camposanto Monumentale di Pisa, luogo capitale dell’arte italiana e meta irrinunciabile già nel Settecento per viaggiatori, artisti e letterati che li conoscono fin dall’Ottocento, proprio mentre la loro fama si viene ulteriormente diffondendo, si trovavano uno stato di vistoso degrado che continua ad aumentare nel secolo successivo coinvolgendo sia la tenuta del colore che dell’intonaco: analisi e sperimentazioni, polemiche e progetti vengono interrotti con violenza da uno spezzone incendiario che durante la seconda guerra mondiale provoca un terribile incendio cui si tenta subito di porre rimedio distaccando gli affreschi, riportandoli su tela con legante a caseato di calcio e applicandoli su pannelli di eternit.
Il restauro però, condotto sotto l’urgenza degli eventi con materiali di fortuna e con metodologie non sperimentate, ne ha evitato solo temporaneamente la perdita. Una prima fase diagnostica, apertasi nel 1980, ha consentito di ricostruire puntualmente le vicende conservative degli affreschi a partire dalla loro esecuzione e ha portato ad individuare nella permanenza sulla superficie di sali e gesso e nel degrado della caseina, usata nel vecchio restauro come legante, fattori di rischio così imminente da costringere ad un nuovo intervento. Sotto la direzione di Umberto Baldini, Clara Baracchini e Antonino Caleca, gli affreschi vengono trattati alternando consolidamenti a delicate puliture per
liberarli dalle sostanze estranee, staccati dai vecchi pannelli in eternit e ricollocati, con un nuovo legante, diverso dalla vecchia caseina, su un nuovo supporto: indagini termoigrometriche e microclimatiche inducevano infatti a scegliere un legante polimerico, in grado di offrire garanzie di stabilità così che, al termine del processo, gli affreschi potessero essere ricollocati sulle loro pareti, certo, con le debite cautele ed un continuo monitoraggio
Sulle pareti di origine sono state ricollocate alcune scene affrescate tra Tre e Quattrocento e mai più tornatevi da quando furono staccate dopo il terribile incendio provocato da uno spezzone incendiario che il 27 luglio 1944, durante la seconda guerra mondiale, le aveva gravemente danneggiate (il fuoco fece liquefare il tetto in piombo e le sue colature rovinarono le opere, che allora sembrarono irrecuperabili): gli affreschi rimasero alterati e "gonfiati" e molte sculture furono lesionate o rotte. Per salvarli dalle conseguenze dell’incendio, questi affreschi vennero "strappati" dalle pareti e collocati su pannelli rigidi (cannicciati ed eternit) e vennero così alla luce le "SINOPIE", cioè i disegni preparatori in cui i maestri "fissavano" l'idea originaria e che costituiscono un prezioso acquisto e grande elemento di studio. Il problema della conservazione delle "Sinopie" del Camposanto Monumentale di Pisa, si
presentò fin dal 1947, quando le stesse furono rimesse alla luce dopo gli "strappi" dei numerosi affreschi. Le sinopie vennero, in via provvisoria, esposte sulle pareti del Camposanto, di seguitore staurate ed esposte in una Sala per le Sinopie nel vicino padiglione degli Spedali Riuniti di Santa Chiara.

Tutti gli affreschi rimasti in parete dopo l’incendio vennero staccati e riportati su pannelli: tra i cicli pittorici più interessanti troviamo le Storie di San Ranieri, patrono di Pisa, che, iniziate da Andrea Bonaiuti da Firenze, furono ultimate - alla sua morte - dal discepolo Antonio Veneziano. Seguono le storie dei Santi Efisio e Potito, realizzate da Spinello Aretino ed infine le Storie del Vecchio Testamento: iniziate da Piero di Puccio da Orvieto, che dipinse solo le prime tre, furono ultimate, dopo un lungo intervallo, da Benozzo Gozzoli.. Nel corso del '300 e del '400 celebri artisti quali Piero di Puccio, Spinello Aretino, Benozzo Gozzoli, si avvicendarono nell’ultimare la decorazione del Camposanto. Nacquero così le animate e terrificanti allegorie del "Trionfo della Morte, del "Giudizio Universale", dell'"INFERNO" e della "Tebaide". Miracolosamente salvati dalle devastazioni della guerra – anche se in stato di degrado-, questi 4 affreschi oggi sono esposti in appositi saloni.
Ad oggi alcune scene sono state restaurate, collocate su pannelli e ricollocate in parete nella loro collocazione originaria: sono le scene della parete sud di Francesco Traini, Buonamico Buffalmacco, Taddeo Gaddi, Piero di Puccio e Benozzo Gozzoli, primo passo per la ricollocazione dell’intero ciclo. Sono già 459 mq quelli visibili nuovamente in parete, su un totale di più di 2.000 metri quadrati affrescati tra Tre e Quattrocento e che costituivano il ciclo più esteso d’Europa.

In questi ultimi anni si è dovuto prendere atto che vistosi sintomi di degrado, con sollevamenti e cadute dei pigmenti, stavano interessando anche le scene del famoso ciclo del Trionfo della Morte, dipinte entro la prima metà del Trecento da Buffalmacco: prima di porvi mano secondo il protocollo finora seguito, la Direzione Lavori (che aveva visto intanto Antonio Paolucci succedere al compianto Umberto Baldini) e il coordinamento scientifico (Mauro Matteni e Maria Perla Colombini), in pieno accordo con l’Opera della Primaziale Pisana, hanno ritenuto necessario approfondire la diagnostica relativa allo specifico stato di conservazione del ciclo. Sono stati dunque aggiornati i dati, acquisiti ormai più di venti anni fa, sulle condizioni ambientali dell’edificio; definito un preciso e dettagliato protocollo di monitoraggio che assicuri la stabilità dei materiali impiegati nel corso del restauro in rapporto alle condizioni ambientali, attuali e future; valutate nuove tecniche di pulitura ed estrazione dei sali, nel frattempo affacciatesi nel mondo del restauro. Al riguardo ottimi risultati si sono raggiunti integrando con l’uso del Laser ad Erbio, dopo numerosi test di laboratorio che ne hanno confermato sicurezza ed efficacia, metodi chimici (carbonato di ammonio, resine a scambio anionico ecc.).
E’ stato quindi organizzato un gruppo di lavoro che coinvolge enti di ricerca diversi, specializzati in tecnologie chimico-fisiche d’avanguardia per i beni culturali. In particolare sono stati coinvolti il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale (SCSBC) - Università di Pisa; l’Istituto per i Processi Chimico-Fisici (IPCF) - CNR Pisa; l’Istituto per la Conservazione e Valorizzazione dei Beni Culturali (ICVBC) - CNR Firenze; l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) - CNR Bologna.
Per facilitare l’interpretazione dei dati e per condividerli con tutti i ricercatori interessati è stato deciso che i risultati delle analisi e la descrizione di prove ed interventi venissero via via inseriti in un Sistema Informativo in Rete, assieme a tutta la documentazione archivistica e bibliografica già precedentemente raccolta.

 

 

Affresco di Buonamico Buffalmacco
Trionfo della morte: particolare Trionfo della morte: particolare Sinopia: particolare
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STORIA DELL'ORDINE DEI CAVALIERI DI MALTA
L'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme è una delle più antiche Istituzioni della civiltà occidentale e cristiana. Presente in Palestina attorno al 1050, è un Ordine religioso laicale, tradizionalmente militare, cavalleresco e nobiliare. Tra i suoi 12.500 membri, alcuni sono frati professi, altri hanno pronunciato la promessa di obbedienza. Gli altri tra cavalieri e dame che lo compongono sono laici tutti votati all'esercizio della virtù e della carità cristiana. Quello che distingue i Cavalieri di Malta è il loro impegno ad approfondire la propria spiritualità nell'ambito della Chiesa e a dedicare parte delle proprie energie al servizio dei poveri e dei sofferenti.
L'Ordine dei Cavalieri di Malta rimane fedele ai suoi principi ispiratori che sono sintetizzati nel binomio "Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum", ovvero la difesa della fede e il servizio ai poveri e ai sofferenti, che si concretizzano attraverso il lavoro volontario di dame e cavalieri in strutture assistenziali, sanitarie e sociali. Oggi l'Ordine è presente in oltre 120 paesi con le proprie attività mediche, sociali e assistenziali.
Caratteristiche dell'Ordine
L'Ordine che conserva le prerogative di un ente indipendente e sovrano, ha un proprio ordinamento giuridico, rilascia passaporti, emette francobolli, batte moneta e d vita ad enti pubblici melitensi dotati di autonoma personalit giuridica.
A Capo dell'Ordine dall11 marzo 2008 il 79ー Gran Maestro Fra' Matthew Festing, eletto a vita.
L'Ordine - la cui sede a Roma - intrattiene relazioni diplomatiche con 102 Stati in tutto il mondo - molti dei quali non cattolici - cui vanno aggiunte rappresentanze presso alcuni importanti Paesi europei e presso Organismi Europei ed Internazionali. L'Ordine di Malta neutrale, imparziale e apolitico. Queste sue caratteristiche lo rendono particolarmente adatto ad intervenire come mediatore tra gli Stati.
L'Ordine e la Repubblica di Malta
Da alcuni anni l'Ordine tornato anche a Malta, a seguito dell'accordo con il Governo maltese che concede all'Ordine l'uso esclusivo di Forte Sant'Angelo per 99 anni. Situato nella citt di Birgu, il Forte appartenuto ai Cavalieri dal 1530 fino all'occupazione dell'isola ad opera di Napoleone nel 1798. Oggi, compiuti i necessari restauri, vi si svolgono attivit di carattere storico e culturale. 
960 anni di storia

1048 Gerusalemme
La nascita dell'Ordine risale al 1048. Sarebbero stati alcuni mercanti dell'antica repubblica marinara di Amalfi ad ottenere dal Califfo d'Egitto il permesso di costruire a Gerusalemme una chiesa, un convento e un ospedale nel quale assistere i pellegrini di ogni fede o razza. L'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme - la comunità monastica dedita alla gestione dell'ospedale per l'assistenza dei pellegrini in Terra Santa - diviene indipendente sotto la guida del suo fondatore il Beato Gerardo. Papa Pasquale II, con la bolla del 15 febbraio 1113, pone l’ospedale di San Giovanni sotto la tutela della Santa Sede, con diritto di eleggere liberamente i suoi capi, senza interferenza da parte delle altre autorità laiche o religiose. In virtù di tale bolla l'Ospedale divenne Ordine esente dalla Chiesa. Tutti i Cavalieri erano religiosi, legati dai tre voti monastici, di povertà, castità e obbedienza.
La costituzione del Regno di Gerusalemme ad opera dei crociati costringe l'Ordine ad assumere la difesa militare dei malati, dei pellegrini e dei territori sottratti dai crociati ai Musulmani. Alla missione ospedaliera si aggiunge il compito di difesa della cristianità.
Successivamente viene adottata la bianca Croce Ottagona, che ancora oggi rappresenta il simbolo dell’Ordine.
1310 a Rodi
Nel 1291 dopo la perdita di S. Giovanni d’Acri - ultimo baluardo della Cristianità in Terra Santa - l'Ordine si stabilisce prima a Cipro e poi dal 1310, sotto la guida del Gran Maestro Fra' Foulques de Villaret, nell'isola di Rodi.
Da quel momento la difesa del mondo cristiano richiede una forza navale e l'Ordine costruisce una potente flotta con cui solca i mari orientali, impegnandosi a difendere la Cristianità in numerose e celebri battaglie tra cui le crociate in Siria e in Egitto.
Fin dagli inizi l'indipendenza dagli altri Stati, in virtù di atti pontifici, insieme con il diritto universalmente riconosciuto di mantenere ed impegnare forze armate, costituisce la base della sovranità internazionale dell'Ordine.
Fin dall'inizio del quattordicesimo secolo le istituzioni dell'Ordine e i cavalieri che giungevano a Rodi da ogni parte d'Europa si riuniscono in Lingue. Dapprima sette: Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Aragona (Navarra), Inghilterra (con Scozia e Irlanda) e Alemagna. Nel 1492 viene costituita l’ottava Lingua, quella di Castiglia, che insieme al Portogallo, si era separata dalla Lingua d'Aragona. Ogni Lingua comprendeva Priorati o Gran Priorati, Baliaggi e Commende.
L'Ordine era governato dal Gran Maestro (Principe di Rodi) e dal Consiglio, batteva moneta e intratteneva rapporti diplomatici con gli altri Stati. Le altre cariche dell'Ordine venivano attribuite ai rappresentanti delle diverse Lingue. La sede dell'Ordine, il Convento, era composto da religiosi di varia nazionalit.
1530 a Malta
Dopo sei mesi di assedio e di cruenti combattimenti con la flotta e l'esercito del Sultano Solimano il Magnifico, nel 1523 i Cavalieri sono costretti ad arrendersi e ad abbandonare l'isola di Rodi, con gli onori militari.
L'Ordine rimane senza territorio per alcuni anni, fino a quando nel 1530 il Gran Maestro Fra' Philippe de Villiers de l'Isle Adam prende possesso dell'isola di Malta, ceduta all'Ordine dall'Imperatore Carlo V con l'approvazione di Papa Clemente VII.
Viene stabilito che l'Ordine sarebbe rimasto neutrale nelle guerre tra nazioni cristiane.
Nel 1565 i Cavalieri, guidati dal Gran Maestro Fra' Jean de la Vallette (che dette il nome alla capitale dell'isola di Malta, Valletta), difendono l'isola più di tre mesi nel corso del Grande Assedio Turco.
1571 la battaglia di Lepanto
La flotta dell'Ordine, considerata una delle più potenti del Mediterraneo, contribuisce alla distruzione della potenza navale degli Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571.
1798 in esilio
Due secoli dopo e precisamente nel 1798, Napoleone Bonaparte impegnato nella campagna d'Egitto, occupa Malta per il suo valore strategico. I Cavalieri sono costretti ad abbandonare l'isola, anche a causa della Regola dell'Ordine che impediva loro di alzare le armi contro altri cristiani. Nonostante il Trattato di Amiens del 1802 riaffermasse i suoi diritti sovrani, l'Ordine non ha mai potuto ritornare a Malta.
1834 a Roma
Dopo essersi trasferito temporaneamente a Messina, a Catania e a Ferrara, nel 1834 l'Ordine si stabilisce definitivamente a Roma dove possiede, garantiti da extraterritorialità, il Palazzo Magistrale, in Via Condotti 68, e la Villa Magistrale sull'Aventino.
Il 20ー e il 21ー secolo
La missione originaria dell'assistenza ospedaliera ritorna ad essere l'attività principale dell'Ordine, che si intensifica nel corso dell'ultimo secolo, grazie al contributo delle attività dei Gran Priorati e delle Associazioni Nazionali presenti in numerosi paesi del mondo. Le attività ospedaliere e di assistenza vengono svolte su larga scala durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale sotto il Gran Maestro Fra' Ludovico Chigi Albani della Rovere (1931-1951).
Sotto i Gran Maestri Fra' Angelo de Mojana di Cologna (1962-1988) e Fra' Andrew Bertie (1988-2008), i progetti si intensificano ulteriormente fino a raggiungere le regioni più remote del pianeta.
Per conoscere le attivit odierne dell'Ordine possibile visitare la sezione Attivit mediche ed umanitarie di questo sito
Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta, comunemente abbreviato in Sovrano Militare Ordine di Malta o anche semplicemente in Ordine di Malta, in sigla SMOM, un ente con finalit assistenziali riconosciuto da gran parte della comunit internazionale come soggetto di diritto internazionale[1], pur essendo ormai privo, secondo alcune autorevoli fonti dottrinarie, del fondamentale requisito della sovranit. E' il principale successore dell'antico ordine dei Cavalieri Ospitalieri, fondato nel 1050 e reso sovrano il 15 febbraio 1113.
Dal 1834 l'Ordine ha sede a Roma in Via Condotti, a due passi da Piazza di Spagna; presente in oltre 120 paesi con iniziative a carattere benefico ed assistenziale ed riconosciuto come ente sovrano, pertanto la sua sede, il Palazzo Magistrale e la Villa di Santa Maria del Priorato sull'Aventino godono dello status di extraterritorialit. L'attuale Principe e Gran Maestro Mattew Festing, eletto nel 2008.
Il suo motto Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum (traduzione dal latino: Difesa della fede e aiuto ai poveri). L'Ordine batte una sua moneta numismatica, lo scudo maltese, immatricola veicoli con targa SMOM, e celebra la sua festivit nazionale il 24 giugno.

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ALTRE NOTIZIE SUL CNR
 

CNR

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) è Ente pubblico nazionale con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle loro applicazioni per lo sviluppo scientifico, tecnologico, economico e sociale del Paese. Un obiettivo che l'Ente vuole perseguire, dopo la riforma attuata con il decreto legislativo N.127 del 4 giugno 2003, alla luce di una missione ambiziosa: rappresentare una risorsa da valorizzare per lo sviluppo socio - economico del Paese. Alla base, il convincimento che l'attività di ricerca e sviluppo, determinante per la competitività del sistema economico nazionale, possa generare nuova occupazione, maggior benessere e maggiore coesione sociale. Nel nuovo modello progettato per il CNR, la necessità di contemperare la salvaguardia di spazi per la ricerca spontanea a tema libero, si incontra con l'esigenza di definire obiettivi concordati e credibili, e di perseguirli in modo strutturato, come avviene da tempo nei principali paesi industrializzati, "cucendo" fra loro gli apporti delle varie unità di ricerca e limitando i danni della dispersione territoriale. E' questa l'organizzazione a commesse, dove il committente dell'attività di ricerca è rappresentato dagli undici Dipartimenti - Terra e Ambiente; Energia e Trasporti; Agricoltura e Alimentazione; Medicina; Scienze della Vita, Progettazione Molecolare, Materiali e Dispositivi, Sistemi di Manifattura avanzati; Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione; Identità culturale; Patrimonio Culturale - che definiscono i progetti, sulla base dei bisogni potenziali di ricerca, e li varano attraverso veri e propri bandi, rivolti agli Istituti. Questi ultimi rappresentano le strutture che svolgono la ricerca e si caratterizzano per le competenze, le attrezzature sperimentali, l'eccellenza dei ricercatori.
La struttura complessiva risultante è la cosiddetta "struttura a matrice", dove i programmi e le competenze sono distinti e incrociati fra loro. In particolare, la struttura a matrice del CNR vede 85 macro - progetti e circa 650 commesse. Quanto alla distribuzione territoriale, il CNR è presente in tutta Italia attraverso una rete di istituti, al fine di favorire una diffusione capillare delle proprie competenze su tutto il territorio nazionale ed agevolare i contatti e le collaborazioni con enti e industrie locali. La struttura organizzativa è così composta:
Presidente; Vicepresidente; Consiglio di Amministrazione; Consiglio Scientifico Generale; Collegio dei Revisori dei Conti; Comitato di valutazione; Comitato per le Pari Opportunità; Uffici della Presidenza; Direzione Generale; Amministrazione Generale; Rete scientifica (Dipartimenti ed Istituti).
La rete scientifica del CNR è composta dai dipartimenti, con compiti di programmazione coordinamento e controllo, dagli istituti, presso i quali si svolgono le attività di ricerca e, limitatamente a singoli progetti a tempo definito, da unità di ricerca presso terzi. I dipartimenti sono le unità organizzative, definite in ragione delle diverse macro aree di ricerca scientifica e tecnologica in cui è strutturato l'Ente, con compiti di programmazione, coordinamento e controllo dei risultati. Essi sono articolati in progetti di ricerca individuati per classi di obiettivi omogenei. I progetti svolgono funzioni di committenza per il segmento di attività di ricerca di rispettiva competenza. Attraverso i progetti vengono esplicitati gli elementi caratterizzanti la domanda di ricerca, in termini colloquiali viene mostrato "dove vogliamo arrivare".Terra e Ambiente Energia e Trasporti Agroalimentare Medicina Scienze della Vita Progettazione Molecolare Materiali e Dispositivi Sistemi di Produzione ICT - Tecnologie dell'Informazione e delle Comunicazioni Identità Culturale Patrimonio Culturale
Gli istituti del CNR sono le unità che svolgono le attività di ricerca e si caratterizzano per le competenze, le attrezzature sperimentali e l'eccellenza dei ricercatori.
Regolamenti del CNR
A seguito della pubblicazione sul Supplemento Ordinario n. 101 della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 124 del 30 maggio 2005, entrano in vigore dal 1° giugno 2005 i nuovi Regolamenti di riforma del CNR previsti dal Decreto Legislativo n. 127 del 4 giugno 2003 (G. U. Serie Generale n.129 del 6 Giugno 2003), in base alla RlfQI1J}9~J~ICNR.
La sezione "Documenti istituzionali del CNR" rappresenta il contenitore informatico di una serie di documenti e relazioni prodotte negli anni dagli Organi di vertice dell'Ente, dagli uffici
dell'Amministrazione Centrale e dalla Rete Scientifica in ambito di programmazione scientificoeconomica delle attività e di conseguente misurazione e divulgazione dei risultati ottenuti. Allo scopo di facilitarne la consultazione, la documentazione raccolta è stata suddiviva nelle seguenti quattro tematiche :

Documenti programmatici
Relazioni di consuntivo
Documenti di bilancio
Regolamento

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche:
svolge, promuove e coordina attività di ricerca con obiettivi di eccellenza in ambito nazionale e internazionale, finalizzate all'ampliamento delle conoscenze nei principali settori di sviluppo, individuati nel quadro della cooperazione ed integrazione europea e della collaborazione con le università e con altri soggetti sia pubblici sia privati;
nell'ambito del piano triennale delle attività di cui all'articolo 16, definisce e realizza programmi autonomi e partecipa a programmi internazionali di ricerca, sostenendo altresì attività scientifiche e di ricerca di rilevante interesse per il sistema nazionale;
svolge attività di comunicazione e promozione della ricerca, curando la diffusione dei relativi risultati economici e sociali all'interno del Paese;
svolge attività di certificazione, prova ed accreditamento per le pubbliche amministrazioni;
svolge attività di sostegno ad idee progettuali per iniziative di ricerca in fase nascente;
promuove e realizza iniziative che integrino la ricerca pubblica con quella privata, anche al fine di acquisire risorse ulteriori per il finanziamento di progetti congiunti ;
assicura la realizzazione e la gestione di grandi attrezzature scientifiche e tecnologiche;
collabora con le regioni e le amministrazioni locali, al fine di promuovere attraverso iniziative di ricerca congiunte lo sviluppo delle specifiche realtà produttive del territorio;
promuove la valorizzazione a fini produttivi e sociali e il trasferimento tecnologico dei risultati della ricerca svolta o coordinata dalla propria rete scientifica ;
promuove I'internazionalizzazione del sistema italiano della ricerca scientifica e tecnologica al fine di accrescerne la competitività e la visibilità, partecipando ai grandi programmi di ricerca e agli organismi internazionali, fornendo su richiesta di autorità governative competenze scientifiche, garantendo la collaborazione con enti ed istituzioni di altri paesi nel campo scientificotecnologico e nella definizione della normativa tecnica;
effettua la valutazione dei risultati dei programmi di ricerca, del funzionamento delle proprie strutture e dell'attività del personale, sulla base di criteri di valutazione definiti dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca;
promuove la formazione e la crescita tecnico-professionale dei ricercatori italiani, attraverso l'assegnazione di borse di studio e assegni di ricerca, nonche promuovendo e realizzando sulla base di apposite convenzioni con le università, corsi di dottorato di ricerca anche con il coinvolgi mento del mondo imprenditoriale;
svolge, su richiesta, attività di consulenza tecnico-scientifica sulle materie di propria competenza, a favore del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, delle altre pubbliche amministrazioni, delle imprese o di altri soggetti privati;
nell'ambito del perseguimento delle proprie attività istituzionali può fornire servizi a terzi in regime di diritto privato.
Le attività del C.N.R. si articolano in macro aree di ricerca scientifica e tecnologica a carattere interdisciplinare, individuate in numero comunque non superiore a dodici dal consiglio di amministrazione previo parere favorevole del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, in relazione allo sviluppo degli scenari e delle opportunità

Innovazioni

Il CNR promuove la valorizzazione dei risultati e delle competenze a fini produttivi e sociali e il trasferimento tecnologico dei risultati della ricerca svolta.
Attraverso la sua organizzazione a matrice, che incrocia la grande rete di Istituti distribuiti su tutto il territorio nazionale con i Dipartimenti tematici, il CNR è in grado di rispondere tempestivamente alle esigenze del sistema produttivo, mettendo a disposizione le competenze più adeguate
indipendentemente dalla loro collocazione geografica.
A questo fine è stata di recente istituita presso la Presidenza la funzione del Tecnology Transfert Office che promuove e coordina iniziative a supporto dei Dipartimenti e della rete scientifica finalizzate a:
diffondere le competenze e le risorse strumentali disponibili all'interno del CNR per aumentarne l'utilizzo da parte delle imprese
valorizzare i risultati della ricerca, traducendoli in innovazione di prodotto e di processo industriale
stabilizzare i rapporti tra il CNR, l'Università e il sistema produttivo e dei servizi.

Questo attraverso :

un'offerta ad ampio spettro di prodotti della ricerca
la creazione di imprese ;;Spin - off,
La tutela e valorizzazionedelle proprietà intellettuali
la partecipazione a Consorsi, società ed altri organismi
la divulgazione scientifica

Per saperne di più prego andare a www.cnr.it

 

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IL CONTE UGOLINO DELLA GHERARDESCA
 
Il conte Ugolino della Gherardesca
« Poscia che fummo al quarto dì venuti
Gaddo mi si gettò disteso a' piedi,
e disse: "Padre mio, ché non m'aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra il quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti
Poscia, più che il dolor, poté il digiuno. »

(Inferno XXXIII, 67-75)

Il conte Ugolino della Gherardesca (Pisa, circa 1220 – Pisa, marzo 1289) era un aristocratico toscano, uomo politico ghibellino (patteggiò per i guelfi) e comandante navale del XIII secolo.
Ugolino ricopriva un'importante serie di cariche nobiliari: era infatti Conte di Donoratico, secondo in successione come Signore del Cagliaritano e Patrizio di Pisa; divenne Vicario di Sardegna nel 1252 per conto del Re Enzo di Svevia, e fu uno dei vertici politici di Pisa dal 18 aprile 1284 (come podestà) al 1 luglio 1288, giorno in cui fu deposto dal ruolo di capitano del popolo.
Gli attriti con Ruggeri degli Ubaldini (arcivescovo di Pisa nonché capofazione ghibellino) portarono la sua posizione a peggiorare a tal punto che finì con alcuni figli e nipoti rinchiuso in una torre, dove morì per inedia nel marzo 1289.
La sua figura fu rappresentata, vent'anni dopo, nel canto XXXIII dell'Inferno della Divina Commedia
di Dante Alighieri.
La storia
Gioventù e passato militare [modifica]Ugolino nacque a Pisa da una famiglia di origine longobarda, i della Gherardesca, che grazie alle connessioni con la casata degli Hohenstaufen godeva di possedimenti e titoli in quella regione (allora territorio della Repubblica di Pisa) e difendeva le posizioni dei ghibellini in Italia.
Questo ben si adattava alle esigenze politiche di una città come Pisa, che storicamente appoggiava l'Impero contro il Papato.
Egli era però passato alla fazione guelfa grazie a una serie di frequentazioni e a un'amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti, tanto che una delle sue figlie andò in sposa a Giovanni Visconti, Giudice di Gallura. Tra il 1271 e il 1274 guidò una serie di disordini contro il podestà imperiale ai quali partecipò lo stesso Visconti, e che finirono con l'arresto di Ugolino e l'esilio per Giovanni. Morto Giovanni nel 1275, Ugolino fu mandato in esilio – un confino terminato qualche anno dopo manu militari, grazie all'aiuto di Carlo I d'Angiò.
Nuovamente inserito nel tessuto politico pisano, fece valere la propria formazione diplomatica e bellica: nel 1284 era uno dei comandanti della flotta della repubblica marinara, e ottenne piccole vittorie militari contro Genova nella guerra per il controllo del Tirreno che era scoppiata quello stesso anno. Partecipò anche alla battaglia della Meloria del 1284, dove Pisa fu pesantemente sconfitta e in seguito alla quale perse territorio e influenza.
Secondo alcune testimonianze dell'epoca, durante la battaglia, Ugolino non riuscì a concludere alcune manovre navali, in particolare il ritiro di alcuni vascelli da una parte dello specchio d'acqua per rinforzarne altri: si convenne dunque che Ugolino stesse cercando di scappare con le forze a sua disposizione, e si generò il sospetto che fosse null'altro che un disertore, fermato più dal precipitare degli eventi che da un effettivo ripensamento.
Ascesa politica e trattative di pace
Conclusa l'esperienza con la marina, e nonostante le accuse che gli venivano rivolte, Ugolino fu nominato prima podestà (1284) e poi capitano del popolo (1286) assieme al figlio di Giovanni Visconti, Nino. Egli ricopriva questa carica in un momento difficilissimo per la Repubblica: approfittando infatti della semi-distruzione della flotta pisana, Firenze e Lucca, tradizionalmente guelfe, attaccarono la città. Avere un vertice guelfo a capo di una città ghibellina avrebbe aumentato le possibilità di dialogo e smorzato i contrasti tra i governi, a patto di poter contare su una personalità forte.
Ugolino prese per prima cosa contatti con Firenze, che pacificò corrompendo, per mezzo delle sue cospicue amicizie, alcune alte cariche della città. In qualità di uomo più influente di Pisa prese poi contatti coi Lucchesi, che desideravano la cessione dei castelli di Asciano, Avane, Ripafratta e Viareggio; pur sapendo che per Pisa si trattava di una concessione troppo ampia, essendo tali piazzeforti una serie di punti chiave del sistema difensivo cittadino, acconsentì alle pretese di Lucca, e con questa convenne in segreto di lasciarle senza difesa. Alla conclusione dell'operazione, che fattivamente poneva fine al conflitto, Pisa manteneva il controllo delle sole fortezze di Motrone, Vico Pisano e Piombino.
I negoziati di pace con Genova non furono meno dolorosi: riguardo al fallimento delle trattative esistono due versioni, probabilmente diffuse dalle fazioni politiche coinvolte. Secondo una leggenda di chiara origine ghibellina, Ugolino decise non cedere alle richieste genovesi – il passaggio di mano della rocca di Castro, in Sardegna – in cambio dei prigionieri pisani per impedire il rientro di alcuni capi ghibellini imprigionati a Genova. Secondo una voce più probabilmente guelfa, alcuni tra i prigionieri avevano dichiarato, interpretando l'umore di tutti, che avrebbero preferito morire piuttosto di vedere una piazzaforte costruita dagli antenati cadere senza combattere, e se fossero stati liberati avrebbero impugnato le armi contro chiunque avesse consentito uno scambio tanto disonorevole.
Potere assoluto e lotte intestine
Curiosamente, l'insieme delle trattative riuscì ad accontentare chiunque all'infuori di Pisa, e a scontentare tutti i Pisani: i ghibellini cominciavano a guardarlo come un traditore in battaglia come in politica, per essere passato alla parte guelfa in gioventù, per la "diserzione" della Meloria e per il sacrificio dei capi ghibellini a Genova, al momento destinati alla vendita come schiavi; i guelfi lo consideravano ambiguo, privo di una vera affidabilità per le proprie origini ghibelline, dalla concessione facile nei confronti dei nemici e troppo avido di ricchezze e potere per costituire una guida sicura per la città.
Il duumvirato con Nino ebbe dunque vita breve: costui decise di appropriarsi del titolo di podestà insediandosi nel palazzo comunale, e si avvicinò alla maggioranza ghibellina entrando in contatto con l'arcivescovo, nonché capofazione del patriziato e dei sostenitori dell'Impero, Ruggeri degli Ubaldini.
Il conte reagì con assoluta fermezza: nel 1287 scacciò e fece demolire i palazzi di alcune famiglie ghibelline prominenti, occupò con la forza il palazzo del Comune, ne scacciò il nuovo podestà e si fece proclamare signore di Pisa.
Nell'aprile dello stesso anno giunse a Pisa una delegazione di ambasciatori genovesi per trattare la pace e decidere sulla sorte dei numerosi prigionieri della Meloria, per la cui liberazione si era deciso di abbassare il riscatto: anziché la cessione del Castro, Genova si sarebbe accontentata di una somma in denaro.
Ugolino della Gherardesca, all'apice del potere, vide però nel ritorno dei prigionieri una minaccia, tanto più che questi gli avevano giurato vendetta per il fallimento delle trattative iniziali: in risposta alla legazione, che rientrò a Genova a mani vuote, le navi pisane cominciarono ad aggredire i mercantili genovesi nell'alto Tirreno, per mano dei corsari sardi.
Per scongiurare che anche il nipote Nino diventasse una minaccia all'unità del proprio potere, fece rientrare in città alcune delle famiglie ghibelline scacciate (i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi), le cui milizie si unirono a quelle dei della Gherardesca: una mossa che valse una parziale pacificazione con Ruggeri degli Ubaldini, il quale fece finta di non vedere quando il Visconti gli chiese appoggio contro le forze politiche schierate contro di lui.
Esasperazione popolare e vendetta
Esiliato il nipote, sistemata la questione con Genova e pacificate Firenze e Lucca, il conte Ugolino, dall'alto del proprio potere ormai quasi assoluto, si permise il lusso di rifiutare un'alleanza con l'arcivescovo in un momento delicatissimo per la storia della Repubblica: dopo una serie di lotte intestine che impedirono la ricostruzione di una flotta militare, e dopo che si era indebolita proprio per questa ragione quella mercantile, nel 1288 Pisa soffriva di un drammatico caroviveri, che limitava al minimo la circolazione delle merci e soprattutto impediva il continuo e corretto approvvigionamento della popolazione.
Le tensioni che si crearono tra le grandi famiglie pisane causarono una serie di rivolte e scontri, nei quali le famiglie della maggioranza ghibellina appoggiata da Ruggeri degli Ubaldini (Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, Orlandi, Ripafratta) si opposero con le armi alle famiglie della minoranza guelfa appoggiata dal conte (Visconti, Gaetani, Upezzinghi): entrambe le fazioni erano state aumentate nel numero dei combattenti dalla penetrazione di guelfi e ghibellini travestiti da mercanti.
Il casus belli fu la morte di un nipote dell'arcivescovo, avvenuta per mano dello stesso Ugolino, durante un violento alterco che quest'ultimo aveva avuto con un familiare. Il 1° luglio 1288, dopo avere partecipato nella chiesa di San Bastiano ad un consiglio che doveva decidere della pace con Genova, ma che si sciolse senza concludere nulla, Ugolino si ritrovò coinvolto coi suoi in una serie di violenti attacchi, in cui morì Balduccio della Gherardesca, un figlio naturale del conte.
Dopo un'accanita resistenza, sopraffatto coi suoi dai ghibellini, Ugolino si chiuse verso mezzogiorno coi familiari nel palazzo del Comune, dove rimase a difendersi disperatamente fino a sera e donde uscì solo dopo che fu appiccato il fuoco all'edificio.
Furono allora rinchiusi nella Muda, una torre di proprietà dei Gualandi, che fu una durissima prigione per Ugolino, i figli Gaddo e Uguccione, e i nipoti Anselmuccio e Lapo. Per ordine dell'arcivescovo, nel frattempo autoproclamatosi podestà, nel marzo 1289 fu dato ordine di gettare la chiave della prigione nell'Arno, e di lasciare i cinque prigionieri morire di fame.
I loro corpi furono trasportati post mortem al chiostro della Chiesa di San Francesco, sempre a Pisa, dove rimasero fino a 1902; in quell'anno infatti le spoglie dei cinque furono ricomposte e portate all'interno della Cappella della Gherardesca [1].
La leggenda
Se la biografia di Ugolino della Gherardesca è suffragata da alcune prove storiografiche, la terribile fine del conte nei suoi tragici aspetti deve la sua fama e la sua diffusione esclusivamente a Dante Alighieri, che lo collocò nell'Antenora, ovvero il secondo girone dell'ultimo cerchio dell'Inferno (a metà tra i canti XXXII e XXXIII), tra i traditori.
Secondo Dante, i prigionieri morirono per inedia lentamente e tra atroci sofferenze, e prima di morire i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi delle loro carni. Nel poema, Ugolino afferma che più che il dolor poté il digiuno, con una doppia, ambigua interpretazione: in un caso, il conte ormai impazzito si ciba della progenie; nell'altro, resiste alla fame e lascia che sia la fame a dare il colpo di grazia a un uomo già distrutto dal dolore per la perdita dei figli.
La prima conclusione, la più terrificante e raccapricciante, fu quella che convinse maggiormente l'ampio pubblico della Commedia, almeno inizialmente: per questa ragione Ugolino è passato alla storia come il conte cannibale e viene spesso rappresentato con le dita delle mani strappate a morsi ("ambo le man per lo dolor mi morsi", Inf XXXIII, 57) per la costernazione, come nella scultura I Cancelli dell'Inferno di Auguste Rodin, e Ugolino e i suoi figli di Jean-Baptiste Carpeaux.
Studi più recenti hanno invece portato gli studiosi ad optare per la seconda scelta, cioè quella secondo la quale il Conte sia morto per la fame che lo opprimeva da quasi una settimana.
Ugolino appare nell'Inferno sia come un dannato che come un demone vendicatore, che affonda i denti per l'eternità nel capo dell'arcivescovo Ruggeri.
Le recenti analisi
Nel 2002, l'antropologo Francesco Mallegni trovò quelli che vennero considerati come i resti di Ugolino e dei suoi familiari. Le analisi del DNA delle ossa evidenziarono che si trattava di cinque individui di tre generazioni della stessa famiglia (padre, figli e nipoti), e ricerche effettuate sugli attuali discendenti dei della Gherardesca portarono alla conclusione che i resti umani appartenevano a membri della stessa famiglia, con uno scarto del 2%, fatto peraltro più che ovvio trattandosi di una cappella funeraria privata. Quindi l'identificazione è da ritenersi ragionevolmente sicura. Tuttavia, nel 2008 la Soprintendente ai Beni Archivistici della Toscana Paola Benigni ha smentito tali teorie, dimostrando, attraverso un attento studio storico, che non si poteva trattare di Ugolino e famiglia.
Il paleodietologo che seguì la ricerca non crede ci sia stato alcun cannibalismo: le analisi delle costole del presunto scheletro di Ugolino hanno rivelato tracce di magnesio ma non di zinco, che sarebbe invece evidente nel caso in cui avesse consumato carne nelle settimane prima del decesso.
Risulterebbe abbastanza evidente, invece, l'inedia di cui hanno sofferto le vittime prima della morte: Ugolino era un uomo molto anziano (più che settuagenario) ed era quasi senza denti quando fu imprigionato, il che rende ancor più improbabile che sia sopravvissuto agli altri e abbia potuto cibarsene in cattività.
Inoltre, Mallegni ha sottolineato che il più anziano degli scheletri aveva la scatola cranica danneggiata: se si trattava di Ugolino, si può affermare che la malnutrizione ha peggiorato sensibilmente le sue condizioni, ma non è stata l'unica causa di morte.

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