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Abbiamo deciso e spero gli amici del Rotary Club Pisa
Pacinotti siano consenzienti, di dedicare una pagina di questo sito web
ai rotariani stessi. Qualora siano interessati a farsi conoscere tramite
questa pagina con qualche scritto, su qualsiasi argomento sia personale
sia aneddotico sia storico ecc. questa pagina è pronta per accoglierli
per comunicare ai loro amici rotariani ed in genere a tutti i visitatori
di questo sito le loro impressioni e riflessioni varie.
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Essere rotariani di Luppichini
Notizie su San Pierino
La passione per la bicicletta di
Arturo Nebbiai Il ciliegio
marchiano del Goghe di S. Luppichini
Riflessioni sullo sport di Francesco
Mallegni Riflessioni di un rotariano e
prospettive di un probabile sviluppo di progetti innovativi: (Paolo
Romeo) Una riflessione sulla
vita trascorsa di Francesco Lippi (forse rotariani si nasce?)
Articolo che verrà pubblicato sul libro del
Centenario Vacanze
in barca di Bartorelli
Conferenza Maurizio Cordoni Storia di
Alessandro Cruto
Storia del Rotary
Camposanto monumentale
Cavalieri di Malta
Notizie su CNR
Il Conte Ugolino della
Gherardesca |
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Dissertazione di
Arturo Nebbiai sulla MARATONA |
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La Maratona

Cari amici,
vorrei parlarvi della "Maratona" sport affascinante che ho praticato per
molti anni.
Innanzitutto un po’ di storia.
La Maratona deve il suo nome dalla città greca di Maratona dove il 12
settembre 490 a.c. venne combattuta una battaglia contro i persiani
comandati dal mitico Dario.
I novemila soldati Ateniesi riuscirono a vincere e al soldato Filippide
fu ordinato di andare ad Atene ad annunciare la vittoria.
La distanza tra Maratona ed Atene è di circa 40 chilometri ed è stata
ripercorsa alle ultime Olimpiadi di Atene dove ha vinto la medaglia
d’oro l’italiano Stefano Baldini.
La leggenda racconta che il soldato Filippide, primo maratoneta della
storia, dopo aver effettuato la propria ambasciata, cadde a terra e
morì.
La Maratona in epoca recente fu disputata per la prima volta alle
Olimpiadi di Atene del 1896 con un percorso di circa Km. 40.
Successivamente, alle Olimpiadi di Londra del 1908 la partenza fu data
dal castello reale e la distanza per raggiungere lo stadio olimpico era
di 42.195 metri.
Da allora una corsa per essere definita Maratona deve avere una distanza
di esatti Km. 42 e 195 metri e per garantire questa distanza si usano
satelliti e speciali tecnologie.
Per la cronaca, la maratona delle olimpiadi di Londra rappresentò un
evento eccezionale al punto che allo stadio aspettavano l’arrivo dei
trenta partecipanti ben 90.000 persone ed altre 100.000 lungo le strade.
Vinse a sorpresa un pasticciere italiano, il celebre Dorando Pietri, poi
squalificato perché caduto in prossimità dell’arrivo fu aiutato a
rialzarsi in piedi.
La maratona si sta diffondendo velocemente e sta diventando una specie
di moda; basti pensare che in Italia nell’ultimo anno ben 18.000 persone
hanno corso una maratona ed il numero cresce in modo esponenziale.
Ad esempio in toscana fino a pochi anni fa si correva una sola maratona
importante a Firenze; oggi in ogni capoluogo di provincia si corrono
maratone con partecipazione di atleti internazionali.
Circa la metà dei maratoneti corrono una sola volta la maratona; in
altre parole si tolgono la soddisfazione di raccontarlo a parenti ed
amici.
Per l’altra metà, invece nasce una passione travolgente che oltre i
risultati ottenuti porta a fare della maratona uno stile di vita, un
chiodo fisso.
Entriamo nel vivo della corsa.
La maratona si compone psicologicamente di due gare: la prima di Km. 33
dove di regola il corridore non deve incontrare problemi soprattutto se
non commette errori nella tattica di gara (andatura costante) e se ha
effettuato una lunga preparazione atletica, alimentare ecc.
A questo punto viene il bello! Il corridore si scontra con il
temutissimo "muro del maratoneta"!
Si tratta di un improvviso decadimento fisico (comprovato da studi
scientifici) che a questo chilometraggio colpisce i corridori, siano
essi professionisti od corridori della domenica.
Mancano ancora km. 9 all’arrivo, nei quali lo sforzo diventa
psicologico; occorre, con grande forza di volontà imporre a dei muscoli
indolenziti e pieni di acido lattico di correre.
In questi ultimi chilometri avviene il maggior numero dei ritiri.
L’arrivo è il momento più bello. Anche se è oramai trascorso una o due
ore dall’arrivo dei primi atleti, l’emozione è forte ed una scarica di
adrenalina permette addirittura una volata finale.
Il bello della Maratona è che ogni persona, a qualsiasi età (ribadisco a
qualsiasi età) può correre una maratona se ha una grande determinazione;
anzi a livello amatoriale i migliori risultati vengono raggiunti dai 40
– 50 anni perché prevale la resistenza rispetto alla forza muscolare e
perché per ottenere risultati occorrono anni ed anni di preparazione.
La maratona è uno sport unico per vari motivi.
Innanzitutto perché è l’unica gara che non si prova mai in allenamento.
Infatti, malgrado nella preparazione si corrono (anche a livello
amatoriale) circa km. 50 – 150 settimanali per 3 – 4 mesi, di solito in
allenamento non si superano mai i km. 30 – 35 per evitare problemi
muscolari.
Nella preparazione è fondamentale l’alimentazione che deve essere ricca
di carboidrati (pastasciutta) da mangiare in quantità industriale e con
l’aggiunta di alcuni integratori alimentari come gli aminoacidi
ramificati; non devono inoltre mancare sali minerali e vitamine.
Altro elemento da non sottovalutare sono gli allungamenti dei muscoli e
della colonna vertebrale dopo la corsa; ad ogni passo si crea una onda
d’urto che dalla caviglia arriva al cervello e quindi occorre effettuare
appositi esercizi fisici; basti pensare che dopo una maratona si è più
bassi di un centimetro.
Un maratoneta, di solito corre una maratona da una a tre volte l’anno,
una ventina nella sua carriera e dunque nel giorno della corsa tutto
deve essere perfettamente programmato; è come se un cacciatore avesse
solo una cartuccia e quindi costretto ha non sbagliare mira.
Per concludere, personalmente ho corso quindici maratone ed il miglior
tempo è stato di 3 ore e undici minuti (circa un ora dopo l’arrivo del
primo); poi il continuo logoramento della cartilagine del ginocchio e
del menisco mi hanno portato a praticare un altro bellissimo sport: il
ciclismo di cui se vorrete vi parlerò in un altra occasione.
Un saluto a tutti,
Arturo Nebbiai.
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Riflessione sul tema "Essere Rotariani"
di Sergio Luppichini |
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Siamo a Settembre e inizia in pratica il nuovo anno
Rotariano: dato che Luglio si può considerare di transizione, Agosto è
"chiuso per ferie" quindi è da ora che inizia l’impegno per il nostro
Club. Dico nostro Club anziché per il "Nostro Presidente" in quanto
tutti dobbiamo farci carico, ognuno per le proprie possibilità fisiche
di tempo ed altro, perché sia un annata da non dimenticare. Ricordiamoci
che è l’anno del centenario e questa ricorrenza c’impegna in modo non
indifferente. Anche se in generale l’essere Rotariano agli occhi degli
altri può essere un privilegio, non mancano i denigratori sia per
gelosia, perché non hanno i requisiti per essere ammessi, sia per
invidia sia per partito preso sia per la concezione che il Rotary sia
una sorta di mafia se non addirittura di una loggia massonica dove
vengono espletate mansioni poco pulite, o per essere un clan chiuso ad
uso e consumo del nepotismo più sfacciato. La gente non conosce la
verità sul Club, e l’ignoranza è la peggior nemica nei confronti dei
rapporti umani. Abbiamo il dovere di comunicare, di farci vedere, di
operare alla luce del giorno: ma la parola chiave è operare secondo lo
spirito rotariano senza pensare all’interesse personale ma solo con il
fine ultimo di aiutare chi di aiuto ha bisogno senza distinzione di
ceto, razza, credo, politica.
Allora diamoci da fare per operare e divulgare la nostra opera e farci
conoscere per quelli che effettivamente siamo. Il fatto di riunirci
nelle conviviali con una cena che oserei dire di normale
amministrazione, con lo scopo di ritrovarci e parlare, progettare e
conoscerci meglio, ha fatto pensare a banchetti pantagruelici se un
grande del cinema, Woody Hallen sembra sia uscito con una battuta, voce
incontrollata, che ha fatto il giro del mondo, "i Rotariano sono persone
che consumano più alka seltzer che fosforo". Questo la dice lunga! Forse
non è stato accettato al Club di sua competenza per il comportamento
molto civile e morale della sua vita privata?! Valla a capire la gente!.
Ma non è il solo episodio; fin dagli anni trenta si è tentato di
diffamare il Club da parte degli addetti alla cultura fumettistica e
cinematografica. Nel 1933 uscì, in un’edizione di
cartoons
di Topolino edita da Walt Disney, autore Floyd Gottfredson, un’avventura
dal titolo "Mickey Maus the mail pilot" (Topolino eroe dell’aria) dove
il nostro piccolo protagonista è sequestrato da una banda di malfattori,
nella fattispecie il famigerato Gamba di Legno ed il suo degno compare
il Lupo, e rinchiuso in un enorme dirigibile dove si svolgeva una vita
malavitosa a livello di organizzazione sociale. Topolino è accompagnato
ad una visita della loro realtà da Gamba di Legno e company ed è
introdotto nella loro città. All’ingresso, a destra della porta c’è il
cartello col nome della città "Welcom to Plunderville" (Benvenuti a
Borgorapine) mentre alla sinistra si vede una grossa ruota dentata con
la scritta "Rotary Club – Meets Tuesdays" (Rotary Club – Riunioni il
Martedì). Da questo se ne potrebbe dedurre che il Rotary è un clan di
pochi di buono, ma dato che io sono un ottimista rimando la palla al
mittente dando quest’interpretazione, che è anche quella del rotariano
Paolo Vestri Presidente del Rotary Club Cascina: ogni agglomerato urbano
di qualsiasi tipologia sia non può essere chiamato città se non esiste
in esso il Rotary Club.
Per cui, tornando a noi, mettiamoci sotto e diamoci da fare con
progetti, volontà e voglia di fare e il nostro anno rotariano sarà
sicuramente ottimo visto anche la guida di un valido Presidente come
Carmine De Felice. Scusate il tono tra il serio ed il faceto, ma credo
di avervi inviato un messaggio perché il nostro Club sia guardato con
rispetto dai cittadini e dagli altri Club confratelli. Mi preme di dire
anche che è buona norma essere presenti alle conviviali che sicuramente
sono più appetibili, ma anche ai caminetti che sono il luogo dove si
confrontano le idee, si fanno i progetti e si creano le strategie per
realizzarli.
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Notizie su San Pietro in Vincoli detto dai pisani "San Pierino". |
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In previsione della possibilità di poter visitare la chiesa di San
Pierino mi sono permesso di riportare alcune notizie, tratte dalle guide
turistiche, sull’architettura e sulle opere all’interno della chiesa.
Interessanti sono le bifore che sovrastano le porte e l’architrave, di
imitazione classica, della porta centrale. L’interno della chiesa è
diviso in tre navate con colonne e capitelli antichi e archi a tutto
sesto con il pavimento intarsiato rialzato su una la cripta, divisa in
tre navate da colonne e pilastri che reggono volte e crociera e
capitelli romani.
In fondo al fianco sinistro sorge il campanile, che presenta altre
arcature e in basso monofore che danno luce alla cripta. Si tratta
probabilmente di una più antica torre che faceva parte di un complesso
trasformato nell’XI° o XII° secolo. Vi si trova un sarcofago romano,
resti di affreschi e un "Crocifisso" su tavola del XIII° secolo: l’opera
non è propriamente una croce dipinta, ma una tavola sagomata contenente
la rappresentazione di una croce; Cristo, confitto alla croce con
quattro chiodi, è rappresentato morto, con la testa reclinata verso
sinistra ed il corpo fortemente inarcato e coperto dal solo perizoma;
l’aureola crucigena è realizzata in rilievo. Nella cimasa è
rappresentata, secondo lo schema delle antiche croci romaniche,
l’Ascensione, consistente nella rappresentazione degli Apostoli disposti
in due gruppi attorno alla Vergine orante; la scena è affiancata da due
clipei contenenti angeli a mezza figura e coronata da un altro clipeo
con Cristo pantokrator in trono, sorretto al di fuori della croce da due
angeli ad ali spiegate. Ai lati del braccio orizzontale della croce sono
rappresentati i dolenti (Maria Vergine e Giovanni Evangelista) a figura
intera; parallelamente al braccio corre l’iscrizione "MORTIS DESTRUCTOR
/ VITE REPARATOR ET AUCTOR" (Colui che distrugge la morte e ripara e
produce la vita). Nella parte inferiore, ai due lati del piedicroce, è
rappresentata la scena del Diniego di Pietro. La Canonica conserva
affreschi del XII° e XV° secolo e stucchi del XVIII° secolo".
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Arturo Nebbiai non finisce di
sorprenderci. Gli sembrava di fare pochi chilometri a piedi ed ora si
rifà con la bicicletta.
RIFLESSIONI SU DI UN BELLISSIMO SPORT: LA BICICLETTA |
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La passione per la bicicletta

Dopo anni di podismo, arriva un giorno in cui il
medico di comunica che la cartilagine del ginocchio si sta consumando ed
in poche parole è l’ora di cambiare sport!
Spolvero dal garage il "rampichino", meglio conosciuto come mountain
bike e vado a pedalare nella golena dell’Arno dove è stata ricavata da
alcuni anni una pista ciclabile che a seguito dell’incuria delle
amministrazioni locali è diventata una specie di giungla metropolitana.
Campi coltivati e frutteti, il cui colore cambia con le stagioni, greggi
di pecore, animali da cortile, allevamenti di api, una scuola di
addestramento per cani, draghe per sabbia di fiume oramai abbandonate,
laghetti artificiali, giardini pubblici più o meno attrezzati con l’erba
alta un metro, animali selvatici fra i quali fagiani, tortore, aironi ma
anche topolini di campagna; tutto questo si può trovare a pochi passi
dalla città percorrendo la pista ciclabile con una costante ventilazione
tipica dei bacini fluviali.
Ma il bello deve ancora venire; andando al lavoro passo davanti ad una
vetrina con una bicicletta da corsa e la tentazione è galeotta; maglia
rossa fiammante con croce bianca ispirata alla bandiera pisana e bici
superprofessionale gialla come la luce del sole e via parto verso nuove
avventure.
All’inizio occorre vincere la sensazione di una posizione apparentemente
scomoda, di un sellino stretto e duro, dei piedi legati al pedale da
speciali attacchi simili a quelli dello sci, dai copertoni larghi pochi
centimetri ma duri come sassi (8 atmosfere!) dell’apparente fragilità di
una bici che pesa meno di 10 kg., della sincronizzazione dei cambi
anteriori e posteriori con decine di combinazioni.
In breve, se è vera passione, superi ogni ostacolo e il fruscio della
catena che scorre veloce sui rocchetti lucidi più dell’argenteria di
casa è musica per le orecchie, poesia.
E’ buffo rendersi conto che le stesse strade, case, paesaggi che conosco
perfettamente sembrano diverse se viste con l’occhio curioso di un
ciclista alla velocità di 25/30 km invece che sfrecciando da un
automobile.
E’ la stessa sensazione che mi capita quanto viene invertito un senso
unico di una strada in città, sembra tutto diverso!
Gli itinerari si fanno sempre più lunghi soprattutto se percorsi in
gruppo; infatti chi procede dietro altri ciclisti sfrutta la minor
resistenza dell’aria con una riduzione notevolissima (anche del 50%)
dello sforzo fisico prodotto, specialmente nei casi in cui si procede
con vento contrario. Inoltre c’è un trascinamento psicologico che
sincronizza la nostra pedalata a quella degli altri con apparente poca
fatica.
Personalmente sono iscritto in un gruppo sportivo dove gli incontri
settimanali diventano anche un momento di amicizia, di conoscenza, di
scambio di esperienze e magari dell’organizzazione di gite (ovviamente
in bici) anche di più giorni con mete turistiche e gastronomiche.
Nel nostro vagare fra le campagne e periferie di Pisa, Lucca e Livorno
si scoprono percorsi e paesini a poche decine di chilometri da casa
veramente interessanti anche perché in bici non si cercano le
scorciatoie ma paradossalmente le "allungatoie" e quando arrivi ad un
bivio stradale mai percorso c’è sempre qualcuno che propone di andare a
vedere quella nuova località.
D’inverno la meta preferita è il mare (Marina, Tirrenia, Calambrone) per
poi proseguire verso le colline; d’estate invece tali percorsi diventano
impraticabili per l’eccessivo traffico e dunque è preferita la lucchesia
più fresca e con strade alberate.
L’amore – odio di ogni ciclista è la salita; quando la strada comincia a
salire anche solo per un cavalcavia, cambia tutto; improvvisamente si
avvertono dolori muscolari, il fiato diventa corto e velocemente si
cercano "rapporti" (cambi) più agili.
La salita è ovviamente adatta a coloro che pesano poco e riescono
facilmente a "alzarsi sui pedali" in modo da dare più spinta; è
necessario inoltre un approccio mentale più aggressivo, una volontà di
farcela e proprio questo secondo fattore a volte è determinante per non
essere sopraffatti dalla forza di gravità.
Nella nostra zona la salita più impegnativa è quella del Monte Serra che
è una specie di santuario del ciclismo locale che si può percorrere da
tre versanti: da Calci, da Buti e dal versante lucchese di S. Andrea di
Compito con pendenze medie dell’8% e punte al 12% (in altri termini ogni
chilometro si sale un dislivello medio di circa 80 metri).
Quando si arriva in cima ad una salita ti assale una immensa
autogratificazione e non importa se sei arrivato prima o dopo dei tuoi
compagni.
Un vero ciclista ha una propria mappa locale delle fonti d’acqua più
fresche e buone; in cima al Monte Serra c’è una fonte particolarmente
apprezzata dove qualcuno ha scritto:
bevi e ringrazia Dio!
NdR: ho assaggiato quell’acqua e veramente c’è da
ringraziare Dio: certo io l’ho fatto con molta meno passione di Arturo,
in quanto, molto tempo fa, ci sono arrivato in macchia e nonostante
questo mi ha stancato lo stesso. Devo ringraziare Arturo per il suo
scritto che è una miscellanea di amore per la natura, di poesia, di
malcelata soddisfazione dovuta all’appagamento dei sensi e dello
spirito. Grazie Arturo, grazie veramente a nome mio e di tutti gli amici
che ti stimano e ti vogliono bene.
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IL CILIEGIO MARCHIANO DEL GOGHE. |
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Un piccolo brano di una raccolta di
ricordi,"Bè mì tempi", che ho avuto la malaugurata idea di scrivere.
Sergio Luppichini |
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.Nella
bottega di barbiere di mio nonno vi bazzicavano i tipi più strani; vi
potevi trovare non solo i clienti, ma anche gli amici e gli sfaccendati
che andavano a chiedere consigli a Guglielmo e a passare un’ora nelle
varie discussioni sui fatti del momento. Ricordo in particolare due di
questi tizi: Gò, un tipo estroverso, ottimo lavoratore, ma non gli
dispiaceva lo scherzo e data la penuria di quattrini, non disdegnava
saccheggiare gli alberi da frutto di proprietà altrui. Poi il Goghe (
non ricordo i veri nomi, li ho conosciuti col loro soprannome): un tipo
taciturno, che come segno di riconoscimento portava l’orecchino al lobo
destro. Si vociferava che fosse stato marinaio e avesse fatto del bene
con azioni poco pulite: si era ritirato nella campagna attorno a
Fornacette in un piccolo appezzamento di terra che coltivava ad ortaggi
e frutta: fin da quando era entrato in bottega si lamentava con mio
nonno
e con gli altri clienti che durante la notte un mascalzone gli aveva
"scaricato" tutti i frutti dal ciliegio marchiano che aveva dietro casa
e che era un suo vanto e l’invidia degli altri -: Se lo trovo ni stacco
‘r collo, ni stacco! ve lo dice ‘r Goghe-: gridava.
Quando fu il suo turno si mise sulla poltrona con il lungo accappatoio
bianco fermato attorno al collo e allentato dal dito del Goghe perché
troppo stretto, colla mano destra sorreggeva la caratteristica bacinella
da barbiere, fatta a scodella, con una larga incisione ad arco lungo il
bordo, in modo da combaciare perfettamente tra il mento ed il pomo
d’Adamo, contenente l’acqua in cui il barbiere intingeva il pennello per
insaponare la faccia ed avere una rasatura morbida. (Questa bacinella è
resa famosa dalla letteratura in quanto fu adottata come elmo da Don
Chisciotte della Mancia).
Mio nonno, con larghe falcate del braccio insaponava sapientemente e nel
contempo spiegava al Goghe e agli altri clienti in attesa seduti sulle
comode poltrone di pelle nera, e fra questi c’era Gò, che il movimento
del sole attorno alla terra era solo
apparente ma in realtà era la terra che vi girava attorno e spiegava
come gli effetti sulla terra fossero i soliti. Ad un certo punto Gò
esplose :- ‘un’ è vero niente! È tutta ‘na bugia! Ver che racconti son
barzellette, e se ci ‘redi vor dì ch’un capisci nulla. Io lo so di siùro!:-
Nonno cercò di spiegarsi meglio e per dare maggior forza alle parole
gesticolava col pennello carico di schiuma, smettendo di insaponare. Gò
continuava a fare cenni di diniego; anche gli altri avevano capito e
davano ragione a mio nonno. Allora Gò si alzò e tutto pieno di susseguo
:- Se tanto tanto fusse vero che gl’è la terra a girà, varche vorta ‘r
ciliegio der Goghe verrebbe a casa mia
e
‘un lo dovrei ’ndà a cercà io-: Il Goghe schizzò su in aria come un
fulmine, buttò di qui a là la bacinella bagnando tutto mio nonno, per
scagliarsi su Gò che nel frattempo di corsa aveva guadagnato la porta
scappando fuori seguito da un Goghe infuriato ed urlante che con
quell’accappatoio lungo e bianco che gli scendeva dal collo ondeggiante
dal vento per la corsa, la faccia insaponata, l’espressione stravolta ed
infuriata, sembrava un fantasma inferocito che inseguiva un’anima
dannata. Fu una scena indimenticabile! Tutti fuori bottega a gridare,
incitare e ridere. Allora tutto finiva nell’ilarità , oggi la parola
sarebbe passata agli avvocati ed al giudice.
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A proposito di
sport! E' il caso di dire che "IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO".
Riflessioni storico archeo antropologiche di Fancesco Mallegni |
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Non che lo sport dell'antichità fosse sgombro da
tutti quei problemi che assillano e scombussolano in un certo qual modo
quello moderno (sostanze dopanti, imbrogli tra camarille varie a favore
di questo o quell'atleta ecc.); basta dare un'occhiata ai mass media e
ne vengono fuori di tutti i colori. Quando pensiamo al mondo antico a
cultura occidentale (e qui salta fuori subito la Grecia con i suoi
giochi olimpici, panatenaici, ismici, nemei, pitici in onore di quella
divinità, di quell'eroe e chi più ne ha più ne metta) si pensa
immediatamente a quello che ci tramandano le fonti; gli scrittori, i
poeti (ad es. Pindaro), gli scultori (Fidia, Policleto,
Prassitele, Lisippo ecc.), i pittori (Apelle, Polignoto ecc.) si fecero
letteralmente in quattro per cantare l'eroismo puro dei loro atleti, il
loro appagamento nel vincere solamente, senza ricompense (oggi
miliardarie, si direbbe, quali appunto vengono date agli eroi moderni in
questa o quella disciplina, nel gioco del pallone per es.), ma solo
sperando in una corona di mirto, di edera, di quercia o in un vaso
decorato ripieno di olio, a seconda degli agoni delle varie feste che li
rendevano celebri per sempre. Purtroppo anche a quei tempi non andava
tutto liscio e chiaro. Posso portare testimonianza di un qualcosa che
non era proprio andata così come le evidenze archeologiche volevano far
credere. La fortunata circostanza del ritrovamento di un sarcofago in
quel di Taranto, in una tomba che fu monumentale e per ragioni ignote
cadde nell'oblio per aver perso il così detto alzato (ma per ricompensa
ebbe modo di conservare intatto il contenuto per cui era stata fatta),
mi ha dato la possibilità di scoprire un possibile giallo che altrimenti
sarebbe stato per sempre privo di spiegazioni. Dunque, siamo nella prima
metà del V secolo a.C. (circa 475
anni della vecchia era); all'interno del sarcofago un uomo di circa 27
anni con al suo fianco un alabastron (fiala in alabastro contenente
unguenti), tipico corredo funebre di un atleta dell'epoca; ma non solo,
ai quattro lati del sarcofago altrettanti vasi panatenaici che
contennero l'olio sacro dell'Attica, dati ai vincitori delle discipline
sportive gareggiate ogni quattro anni ad Atene in onore di Atena
Parthenos (la vergine protettrice della città). Su di un lato di ogni
vaso, come d'uso, veniva dipinta la raffigurazione della gara vinta
dall'atleta, dall'altro appariva la figura della dea in atteggiamento di
lotta con lancia e scudo; vasi bellissimi, non c'è che dire, ritenuti
tali soprattutto oggi, ma a quel tempo agognati per il significato e
l'onore che si riceveva ad ottenerli; tanto è vero che la città
originaria dei vincitori conferiva al loro ritorno feste
straordinarie; l'atleta impersonava infatti l'intera comunità. Il
"nostro" tarantino ne aveva vinte quattro (una però è molto frammentaria
a causa di una tomba posteriore, di età ellenistica, che fu scavata al
fianco del sarcofago, cosa che portò alla distruzione appunto del vaso e
anche all'impossibilità di sapere in quale gara l'atleta in oggetto si
era distinto) e questo dava già da pensare perché a soli 27 anni non si
sarebbe potuto vincere gare che si disputavano ogni quattro anni, basta
fare i conti. Probabilmente qualcuna poteva essere disputata nello
stesso anno. Ma quali erano le gare che il "nostro" avrebbe vinto?
Un vaso riporta dipinta la gara del lancio del disco e questa gara
sicuramente era stata vinta dal tarantino perché il suo arto superiore
destro era molto più robusto del sinistro: ce lo dicono le sue ossa con
attacchi muscolari evidentissimi soprattutto sull'osso di questo lato
(il bicipite, il deltoide, il grande
pettorale ed il brachiale anteriore) e sulle ossa dell'avambraccio,
radio ed ulna; se ne deduce anche che l'atleta era destrimane, ed
inoltre che la relativa maggiore lunghezza dell'avambraccio sul braccio
dava la possibilità di un lancio maggiore. Sempre su questo vaso è anche
dipinta la
gara del salto in lungo; qui un personaggio in azione si aiuta con degli
"alteres" a darsi una spinta maggiore per raggiungere un punto ancora
più lontano. Gli alteres, che potevano essere di pietra, di piombo o
anche di terracotta, erano tenuti in mano, nel momento del salto, spinti
verso l'avanti per migliorare con il loro peso la spinta. La robustezza
delle tibie, in cui il soleo (muscolo del polpaccio) ha lasciato impronte
cordiformi e rilevate, non lascia dubbi sulla possibilità di una vincita
in questa gara da parte dell'atleta. Le due specialità dipinte su di uno
stesso vaso fanno presumere che l'atleta le avesse ottenute nella stessa
panatenaica. Un secondo vaso porta dipinta la corsa delle bighe con
quattro magnifici cavalli. Ecco, lui non aveva partecipato come auriga,
ma era solo il proprietario dei cavalli e infatti solo questo vinceva (è
come nella corsa del Palio di Siena: è la contrada che vince, il fantino
è il solo e semplice mezzo per la vittoria finale); si trattava quindi
anche di un uomo ricco o facente almeno parte di una ricca famiglia
della Magna Grecia, tanto da potersi permettere di trasbordare i cavalli
dalla Puglia all'Attica; questa gara quindi poteva essere stata vinta
nella stessa panatenaica delle altre due specialità di cui abbiamo
antecedentemente parlato. Un terzo vaso riporta una scena di pugilato:
siamo sicuri che questo vaso il "nostro" l'ha comprato senza partecipare
alla gara; il suo scheletro facciale, il suo cranio, le sue ossa degli
arti e del
torace non portano alcun segno di fratture; sappiamo infatti
che la gara si disputava con guanti costituiti da durissime strisce di
cuoio, con su infissi pezzi di metallo; questi non soltanto escoriavano
le parti molli, ma fratturavano le ossa; non era raro infatti che si
dichiarava il vincitore dopo la morte dello sconfitto; basta tenere in
mente il famoso pugile di Lisippo, una magnifica statua in bronzo,
conservata nei Musei Capitolini; esso mostra il classico schiacciamento
del naso, tipico dei pugili e una serie di ferite rappresentate ancora
sanguinanti che deturpano tutto il suo corpo. Quindi questo vaso era
stato comprato e fatto ritenere frutto di una vincita che mai ci fu; del
resto lo scheletro dell'Atleta, anche se ben robusto per gli attacchi
muscolari che lo fecero eccellere in alcune gare delle panatenaiche di
quell'anno, è fondamentalmente gracile e snello quale si poteva
competere ad un lanciatore di disco ed ad un saltatore in lungo. Il
quarto vaso,come abbiamo detto, è quasi del tutto distrutto e
illeggibile, quindi non possiamo ipotizzare quale vincita o quale
fandonia il "nostro" aveva messo in piedi. Certamente nel V° secolo non
c'erano né televisione in presa diretta né corrispondenti esteri che
potessero sbugiardarlo una volta rientrato in Puglia. Nella baraonda che
accompagnava e seguiva le gare si poteva ben nascondere un millantato
credito. Il povero atleta morì troppo giovane, nonostante la sua
prestanza fisica, probabilmente per un delitto: la quantità di arsenico
rinvenuto nelle sue ossa al momento delle indagini paleonutrizionali,
operate sui suoi resti,
forse nasconde una faida familiare in cui per troppe ricchezze si può
anche passare a miglior vita. Egli comunque si era nutrito benissimo:
frutti di mare, pesce, verdure in abbondanza e poca carne erano le sue
preferenze, del resto le stesse che ancora adesso i pugliesi tendono a
consumare.
Francesco Mallegni
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Riflessioni di un rotariano e prospettive di un probabile sviluppo di
progetti innovativi
di Paolo Romeo |
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Noi del Rotary Pacinotti definiamo il nostro Club
come "nuovo" (e questo è stato riconosciuto anche da autorità rotariane
esterne al nostro Club come il Governatore Rampioni) volendo sì indicare
la sua recente costituzione, ma anche il richiamo all’attenzione su
alcuni aspetti del nostro vivere rotariano che per impostazione mentale
e fattiva collaborazione fra soci, riteniamo diverso da quello di altri
Clubs.
Da molte parti si sente parlare e si scrive di una stanchezza del Club
che secondo me è causata dall’appiattimento dell’azione del rotariano.
Per noi "giovani" posso tranquillamente dire che la qualità della vita
del Pacinotti è interessante e piacevole. Perchè? Sicuramente
influiscono i rapporti di amicizia e di affiatamento che si sono
progressivamente sviluppati tra i soci, e che sono il frutto di una
intelligente politica sociale che trova il suo momento qualificante
nella adozione di un veloce turn-over di tutti i componenti del
Club alle cariche istituzionali.
Questo porta dei vantaggi che nascono da una simile collegialità, per
cui c’è anche il desiderio da parte di tutti per una sempre maggiore
partecipazione al Club con proposte, impressioni e critiche: queste
ultime fatte in un clima sereno e di collaborazione presupposto
essenziale sia per la vita interna del Club sia per le iniziative
progettate o che andremo a progettare, sempre con un occhio attento alle
realtà locali. Tutti quanti siamo d’accordo sull’ opportunità del premio
Pacinotti come momento culturale che dà lustro ed importanza al Club,
come anche l’assegnazione di borse di studio a giovani meritevoli che è
da considerare un evento ad alto contenuto umano e sociale e nello
stesso tempo divulgativo verso giovani che sicuramente nella loro vita
professionale futura si ricorderanno del Club che ha dato loro un aiuto
per facilitarne la carriera.
Non dimentichiamoci l’apprezzamento che è stato attribuito alla
manifestazione artistica di un anno fa al teatro Verdi, organizzata e
finanziata dal nostro Rotary. E’ stato un vero successo di pubblico ed è
stata apprezzata la ottima preparazione artistica e la sorprendente
serietà di molti giovani che con entusiasmo ed emozione si sono
affrontati in una cavalleresca competizione di danza .
Sono queste le azioni rotariane che dobbiamo incrementare, perché è
stata una di quelle occasioni in cui abbiamo avuto la sensazione di aver
realizzato uno dei punti di forza della nostra filosofia "tendere la
mano" e cioè operare a favore di chiunque possa avere bisogno di noi al
di sopra dei nostri interessi personali. Secondo molti, l’iniziativa di
squisito spirito rotariano, è piaciuta e mi domando: perché non potrebbe
trovare uno spazio annuale nel nostro programma degli interventi
sociali? Sono queste le azioni che ci fanno conoscere e ci proiettano al
di fuori delle strette mura della nostra sede istituzionale.
A questo punto permettetemi delle libere interpretazioni e modi di
agire.
In genere i Rotary Clubs, a causa della forte presenza di docenti
universitari, costituiscono centri intellettuali preoccupati
prevalentemente di magnificare solo personalità della Cultura,
assegnando loro prestigiosi Premi e stimolando attività finalizzate alla
diffusione della PURA cultura rotariana: i soliti garantiscono di avere
anche interessi per le necessità delle realtà locali, ma in pratica la
loro disponibilità, le loro azione per la soluzione di alcuni di questi
problemi sono del tutto insignificanti e quindi spesso assenti.
Risultato? Il Rotary è ritenuto un clan chiuso riservato agli
intellettuali e che serve solo agli interessi dei soci stessi.
Compito del rotariano è guardarsi attorno, scoprire le necessità di
soggetti meritevoli in una società che a volte ignora il valore a favore
del nepotismo: è in questa direzione che dobbiamo agire. Un Club non ha
limiti nelle sue azioni: W.C.Carter, avvocato e Presidente
Internazionale del Rotary negli anni 1973-74, ha affermato che " ogni
Club rotariano è autonomo e libero di cercare le occasioni di intervento
che ritiene più opportune. Questo è un punto di forza da cui deriva la
capacità di adattarsi alle realtà locali"
Le possibilità di intervento quindi sono notevoli: vi sono molti
settori poco considerati dagli altri Clubs, e anche se sembrano di minor
valore sono estremamente stimolanti perché danno la possibilità di una
azione veramente rotariana.
Tornando all’ultimo spettacolo artistico possiamo sostenere che
iniziative come questa, servono a apportare un concreto sostegno a
ragazzi giovani e giovanissimi che per passione sacrificano molte ore
della loro vita per la preparazione fisica, per creare un’armonia
artistica del loro corpo al servizio dell’arte della danza, richiedendo
spesso sacrifici finanziari alle famiglie e a volte dolorose rinunce.
Per alcuni di loro si tratta di una buona occasione per un domani
migliore, altrimenti insperato ed è in questi casi che è utile "tendere
una mano".
Deve esservi una particolare attenzione per i giovani perché essi
rappresentano il futuro, e l’esperienza ci insegna che i ricordi della
gioventù sono indelebili e sicuramente questi giovani ricorderanno con
gratitudine e rispetto che ha loro "teso una mano".
Riflettiamoci, perché questa può essere una delle tante strade
che può condurre alla costituzione di una nuova "identità" per il
nostro "nuovo" Club e sfatare i luoghi comuni che rappresentano il
Rotary come una entità ingessata ed avulsa alle necessità contingenti.
Sono queste le iniziative da percorrere, e si potrebbe trovare una
ulteriore conferma della sua validità, se anche questo anno, fosse
realizzato un simile progetto. Si potrebbe provare, facilmente, con
l’attuazione del progetto in situazioni analoghe come scuole di musica,
di canto, associazioni sportive, ecc.
Una nostra politica sociale così articolata può essere di vantaggio
anche per lo stesso Rotary inteso come Istituzione: pur prescindendo da
fatto che nel DNA di ogni rotariano dovrebbe esserci scritta la sua
vocazione di interpretare e provvedere alle esigenze della società,
consideriamo che i giovani ai quali offriamo il nostro sostegno oggi,
una volta diventati adulti, porteranno con loro sempre il ricordo e
anche la gratitudine verso una Istituzione della quale altrimenti non
avrebbero conosciuto né l’esistenza né il valore morale e sociale.
Tanti cari e rotariani saluti
Paolo Romeo
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Una riflessione sulla vita trascorsa di
Francesco Lippi
(forse rotariani si nasce?) |
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L’ingresso nel Club di un Rotariano può nascere in
rapporto a vari fattori: alla capacità e serietà professionale che
riesci a rappresentare nel mondo del lavoro, alle doti di moralità e di
virtù che esprimi e che gli altri ti riconoscono, alle capacità di
generare "servizio" che invece sono in parte opera della maturazione
individuale e in parte comunque innate. Tutte queste componenti, anche
se diversificate fra loro, hanno peraltro una propria base rappresentata
prevalentemente dalla educazione e dai principi forniti dalla famiglia.
Personalmente devo riconoscere con piacere che ho avuto la fortuna di
avere una educazione familiare particolarmente "dedicata". Infatti,
soprattutto in epoca adolescenziale, e quindi per un ragazzo
particolarmente delicata, ho avuto molto vicino la figura paterna. Mio
padre ottantacinquenne, Docente di Agraria per molti anni (ha
festeggiato i Suoi 60 anni di iscrizione all’Albo) e ancora
particolarmente attivo, con carattere duro ma docile, fermo ma
comprensivo, figura emblematica della severità disciplinare e della
integrità morale, allo stesso tempo aperto al sorriso e alla
comprensione, mi ha decisamente aiutato a passare indenne quegli anni
così difficili. Infatti egli mi ha dedicato, oltre alla Sua
partecipazione alla vita scolastica e agli sport, anche la visione
positiva della vita, facendomi capire che le insidie e i problemi che
quotidianamente fanno parte integrante della vita, devono essere
affrontati con sicurezza ma soprattutto in modo positivo. E pensare che
alle scuole superiori le esperienze della contestazione studentesca
avevano fatto vacillare questa sicurezza e i principi in cui credevo,
infatti la mia mancata presenza alle occupazioni e alle manifestazioni,
ma anzi il tentativo di proseguire le lezioni superando i picchetti
nonostante gli insulti e le minacce fisiche, avevano portato me e pochi
altri amici all’isolamento scolastico inteso come emarginazione politica
e quindi alla difficoltà alla partecipazione alla vita studentesca
Liceale. Sicuramente stavo rischiando di perdere la sicurezza che avevo
ricevuto e che ormai faceva parte di me e iniziava a perfondermi un
senso di sconforto e di isolamento. Solo gli insegnamenti ricevuti da
mio padre, la Sua esperienza, la Sua pazienza e la Sua decisa e ferma
contestazione espressa verso certi docenti, hanno consentito il
superamento di questi ostacoli ma non senza evidenti difficoltà.
La parte successiva della mia vita dedicata all’Università prima e alle
Specializzazioni dopo, mi ha consentito di ritrovare lo spirito positivo
che sempre mi ha caratterizzato e di poter maturare esperienze sia
professionali che umane, sempre senza
dimenticare gli insegnamenti
ricevuti che mi hanno permesso di integrarmi con facilità in ambienti
che molti sanno essere particolarmente ostili. Le doti di spirito di
sacrificio, umiltà ma sempre corredate da una buona dose di grinta
moralmente ed eticamente corrette mi hanno aperto strade che
inizialmente non speravo.
Finalmente giunto allo scopo sognato da giovane studente di Medicina ho
avuto sempre il desiderio di non fermarmi mai ma di proseguire
incessantemente nello scopo iniziale di migliorarsi per poter migliorare
gli altri. E’ qui che nasce il desiderio innato di dare qualcosa in più
a coloro che non hanno avuto in dote la fortuna di essere ciò che io ho
avuto la fortuna di avere o di saper creare e di saper mantenere.
Fortemente sempre cercato il desiderio di interscambio con altre culture
ho spesso viaggiato e studiato in paesi stranieri Europei e Statunitensi
ampliando la mia esperienza di vita e aumentando sempre di più il
desiderio di globalizzazione della cultura ma mai dimenticando la
propria identità peraltro fortemente caratterizzata dal "servizio" verso
coloro che presentavano necessità di partecipazione. A questo scopo
ricordo i viaggi di lavoro in molte regioni Italiane in particolare del
Sud per promuovere iniziative che portassero sostegno a comunità meno
fortunate che necessitavano di strumentazioni cliniche a scopo
diagnostico.
Non è poi quindi difficile riconoscere in tutte queste caratteristiche
quelli che sono poi gli scopi di un rotariano e che riescono a
sottolineare i tratti di vita vissuta di una persona. Guardandomi
indietro spesso ricordo fatti o episodi che mi riportano a quello che
abitualmente penso di mettere in pratica per un progetto di "servizio",
quindi ritengo che rotariani forse si è nell’animo e non per caso. Lo
spirito di creare "servizio", il desiderio dell’interscambio, la ricerca
del miglioramento costante della professionalità nel rispetto dell’etica
e degli interessi comuni sono certamente un corredo di particolare
rilevanza.
Ma come dicevo all’inizio buona parte di questi tratti caratteristici li
devo alla educazione paterna e non posso non citare alcuni brani di mio
padre scrittore di poesie per piacere, ma che comunque ha ottenuto premi
e riconoscimenti internazionali, per dargli pubblicamente il mio sentito
e profondo ringraziamento per avere ricevuto una educazione e un
indirizzo per una vita che reputo particolarmente e fortunatamente
riuscita. Mi auguro che questi insegnamenti di vita possa io stesso
trasmetterli con la stessa intensità e con lo stesso ardore non solo a
mio figlio ma a tutti coloro che ho il piacere e l’onore di chiamare
amici.
Riporto con piacere tre poesie scelte con difficoltà
tra le molte scritte da mio padre, che ritengo le più belle:
SOGNO D’ESTATE: Polvere d’oro/ filtra/ tra le
palme/ e fa brillare/ fili sottili/ argentati/ della ragnatela/ tesa/
tra le foglie./ Dal mare/ nell’incanto delle sirene/ musica lieve/ delle
onde/ a cullare/ la barca/ su cui sto sognando/ di esserti vicino/ per
scaldarti il sangue.
RESTARE IN CIELO: Volan le rondini in cielo/ e
par che dicano:/ guarda come è lieve il volo,/ siedi ad ammirare il
cielo/ smetti di lavorare,/ asciuga il tuo sudore./ E tu nel seguir quel
volo/ ti troverai a superar le nubi,/ là sopra, il cielo sarà terso/ e
nell’infinito/ volerai con loro./ Dimenticherai gli affanni/ e ti
ritroverai/ nella scia della luna/ a sognare/ le cose liete vissute/ le
amarezze sofferte./ E forse/ rifiuterai/ di tornar tra le tue rose/ e
come imbalsamato/ vorrai restare in cielo.
UN GIORNO CHE FINISCE: E’ sera,/ tramonta il
sole/ calando all’orizzonte/ che s’arrossa/ come gli occhi tuoi/ quando
piangi/ nel dirmi addio./ La musica/ invece sale/ con le sue note dolci/
a salutar le stelle/ mentre nel giorno/ ormai finito/ resta il ricordo/
che presto sparirà/ come castello di sabbia/ sommerso/ da un’onda più
lunga.
Francesco Lippi
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Articolo ed immagini che verranno
pubblicate sul libro di commemorazione del Centenario |
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ROTARY CLUB PISA PACINOTTI – DISTRETTO 2070
Il 19 Giugno 2002, con la consegna della Carta, da
parte del Governatore Franco Mazza nelle mani del primo Presidente del
Club Sergio Bartorelli, nasce ufficialmente il Rotare Club Pisa
Pacinotti: il nostro è quindi un club giovane come età ma l’animo e la
volontà del servizio in noi è consolidata, parte del nostro DNA, tanto
che fin da subito il club si è distinto per iniziative che hanno dato
soddisfazione ai soci e visibilità all’esterno.
Nel 2003 abbiamo inviato ad un ospedale africano un
ecografo che viene adoperato in tutta la regione essendo l’unico nella
zona. Il 16 Luglio 2003 in occasione dell’inaugurazione dello
stabilimento balneare della C.R.I., uno dei pochi completamente agibile
ai disabili, abbiamo donato l’attrezzatura completa dell’ambulatorio per
le urgenze sanitarie, compreso un defibrillatore. Nell’Ottobre del 2003
abbiamo organizzato la visita alla mostra "Il volto del passato tra
biologia e storia", a Pisa, con una guida d’eccezione: l’autore stesso,
il nostro socio prof. Mallegni. In occasione dello sciagurato episodio
di Nassiriya abbiamo organizzato una solenne cerimonia religiosa con
messa di Suffragio ai caduti. Inoltre molte sono le donazioni, con la
partecipazione delle consorti, ad istituti caritatevoli. Patrocinio e
donazioni alla Sez. Prov. UILDM per il progetto "prevenzione
respiratoria" Il 3 Luglio 2003 c’è stata una visita ufficiale alla Nave
Scuola Amerigo Vespucci con accoglienza da parte del Comandante e degli
Ufficiali. Abbiamo avuto anche l’occasione di visitare il Museo
dell’acqua, a Filettole, ospiti della Società Acque spa, dove sono
esposte le antiche pompe che servivano gli acquedotti di Pisa e Livorno.
Molto importante il convegno "Orientare i giovani: dinamiche occasionali
e risposte formative" presso l’Auditorium Maccaroni a Pisa, con il
patrocinio della Provincia, che aveva lo scopo di aiutare ed indirizzare
i giovani ad affrontare il loro futuro lavorativo. Siamo stati molto
attivi per il progetto Brahans con l’invio di una batteria completa di
ferri per la chirurgia ortopedica, due sterilizzatrici, un microscopio
con obiettivi ad immersione, ferri chirurgici per ambulatori di pronto
soccorso. Ultimamente abbiamo completato l’invio in Rhuanda di 15 mc. di
materiale sanitario per un ospedale gestito da medici italiani.
Nelle abituali conferenze nelle cene Conviviali sono
state chiamate personalità note della cultura e della società civile,
sia locali che nazionali, e nello spirito della collaborazione e per
rafforzare le relazioni di amicizia e stima, cosa essenziale nello
spirito rotariano sono stati preferiti amici soci dei Club concittadini
Abbiamo deciso di onorare il Centenario del Rotare
International con due progetti, per noi di grande importanza:
1°)
l’acquisto di un automezzo per il trasporto di disabili da donare alla
Veneranda Misericordia di Pisa. Inizialmente la scelta si era
indirizzata verso l’acquisto di una autoambulanza ma, dopo un’attenta
verifica dei mezzi già in uso sul territorio e dopo un approfondito
colloquio con i confratell,i abbiamo deciso di acquistare un pulmino per
il trasporto di disabili. Con questa donazione intendiamo quindi sia
essere visibili nell’ambito cittadino sia dimostrare che il nostro Club
si interessa attivamente ai problemi di tutti ed in particolar modo a
quelli dei "diversamente abili. La scelta è stata supportata dalla
conoscenza della carenza dei servizi per la cittadinanza più debole, in
particolare dei servizi di trasporto assistito e di accompagnamento
nelle necessità di ogni giorno per persone con difficoltà motorie: la
Veneranda Misericordia di Pisa possiede già due mezzi che sono in
continuo uso, ma il servizio risulta essere ancora insufficiente
rispetto alle richieste effettive. I confratelli ci hanno assicurato
l’assegnazione di un gruppo di volontari per un utilizzo continuativo
del mezzo che andremo a donare.
2°)
l’istituzione del "Premio Pacinotti", riconoscimento a scadenza
annuale conferito ad un personaggio della realtà pisana che abbia
lavorato per la diffusione della conoscenza di Pisa sia in Italia che
nel Mondo. Quest’anno verrà organizzato nella seconda quindicina di
Maggio, e sarà assegnato alla memoria del compianto Prof. Marco
Tangheroni, insigne accademico recentemente deceduto, che ha contribuito
con i suoi studi di Medioevalista a diffondere la conoscenza della
storia di Pisa in tutto il mondo .La scelta del prof. Tangheroni viene
motivata dalla similitudine tra lo spirito che ha governato la sua vita
e lo spirito rotariano: il dare agli altri per il piacere del fare e del
donare, senza interessi personali. I suoi studi, apprezzati largamente
nel mondo accademico, sono inoltre conosciuti e diffusi anche tra la
gente comune che, come lui, amava la nostra Pisa.. La cerimonia di
consegna si svolgerà nei locali dell’Opera della Primaziale Pisana alla
presenza delle autorità cittadine, e la Prof.ssa Garzella dell’Istituto
di Storia Medievale del nostro ateneo, illustrerà gli studi del prof.
Tangheroni con particolare riferimento agli ultimi progetti su Pisa e il
Mare, mentre il prof .Giulio Soldani parlerà dell’uomo Tangheroni, cui
era legato da lunga amicizia, durante la Conviviale che precederà la
consegna del premio, della sua vita dedicata sì allo studio ma anche e
soprattutto agli altri,
Il Club Rotary Pisa Pacinotti è partito con 25 soci
fondatori, un numero piuttosto basso per reperire i fondi necessari alle
iniziative che intendevamo portare avanti ma che in massima parte
abbiamo attuato ovviando al limitato numero di soci con grande volontà e
con lo spirito del servire. Il nostro messaggio è stato recepito e
compreso dalla nostra città che tanti attestati di stima ci riserva ogni
volta e soprattutto da amici che sono venuti ad allargare la nostra
famiglia rotariana. Ed oggi con orgoglio diciamo di essere, dopo neppure
tre anni, già 45 soci attivi e volonterosi.
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Sergio Bartorelli
scrive ad un amico sulla bellezza della navigazione a vela |
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Caro Sergio ,
ho pensato di raccontare agli amici rotariani, per
far seguito alla mia precedente relazione sulla vela qualora per mia
poca dimestichezza non sia riuscito a trasmettere concetti e sensazioni
che si possono avere trascorrendo le ferie in una barca a vela,
l’esperienza di una gita con questo mezzo con amici, e lo farò tipo
giornale di bordo: ti prego quindi di divulgarlo.
Questo anno col Semalu 7°, la mia barca che è uno
Sloop, ci proponemmo di raggiungere la Tunisia.
Come programma era stato stabilito un percorso abbastanza ambizioso:
prevedeva la partenza da Livorno, toccare l’Elba, discendere la Corsica
e la Sardegna fino a Villa Simius e da qui procedere per Biserta. Il
ritorno prevedeva una tappa a Pantelleria e poi su, a vele spiegate,
fino a Livorno.
Anche se in teoria poteva essere un programma abbastanza realizzabile,
non esito a definirlo ambizioso perché l’equipaggio che doveva essere di
sei persone si era ridotto a quattro, di cui due donne che purtroppo di
vela ne capiscono ben poco per non dire niente data la loro
inesperienza.
Questa escursione aveva richiesto una preparazione non indifferente;
cominciammo a metà Luglio per rivedere e mettere a punto il motore,
controllare lo stato delle vele, rifornire la cambusa ecc.
La partenza avvenne regolarmente, come previsto, il 29/7 ed iniziammo il
percorso previsto con un buon vento di ponente. Appena raggiunta l’Elba
ci accorgemmo che l’impresa di raggiungere la nostra meta sarebbe stata
più difficile del previsto, dato che il tempo aveva cominciato a fare i
capricci: infatti passammo i primi due giorni alla fonda nella baia di
Portoferraio con 25/30 nodi di vento da SW (il famoso Libeccio).
Portoferraio ha una bellissima rada, riparata dalle colline circostanti
che non consentono la formazione del vento di Fenec per cui si può stare
tranquillamente all’ancora quasi certi che non ci saranno problemi da
parte del mare e del vento. La cosa più complicata è trovare come
passare il tempo ma ci arrangiammo con un pò di pesca, un pò di lettura
e tanta noia. Infatti la barca non può essere abbandonata, sia perché è
proibito sia perchè non è assolutamente prudente. Ecco il motivo per cui
è difficile e sconveniente scendere in terra.
Finalmente la mattina del 1 Agosto il tempo migliorò e decidemmo
immediatamente di salpare l’ancora.
La prossima tappa era la Corsica ma questo anno eravamo destinati a non
avere una facile navigazione, infatti non si trovò un alito di vento:
prima il cattivo tempo ed ora un tempo troppo buono e per troppo buono
intendo una di quelle giornate tanto desiderate dagli automobilisti del
mare che amano scorrazzare su di un mare calmo e senza vento.
Arrivati finalmente a Bastia ci ormeggiammo nella darsena del porto Toga
pensando di riprendere il nostro viaggio il giorno dopo, ma sulla sera
cominciammo a vedere le nubi provenienti da SW che erano il preludio di
una Libecciata e poteva durare almeno tre giorni: infatti ci costrinse a
restare bene ormeggiati in porto. Fortuna vuole che Bastia è una bella
cittadina ed è stato piacevole trascorrervi il tempo della forzata
inattività.
Finalmente il tempo migliorò e salpammo subito con destinazione al sud
della Corsica: infatti non avevamo ancora rinunciato a raggiungere la
meta che ci eravamo prefissi.
Navigammo tutto il giorno con un buon vento da NE: ci preoccupava il
fatto che questo è un vento prettamente invernale che non è giustificato
nelle nostre zone dove nel mese di Agosto la fa da padrone il Grecale.
Comunque trascorremmo una giornata piacevole con la Barca che procedeva
a oltre sette nodi. Verso le otto di sera raggiungemmo la baia di Santa
Maria che si trova all’estremo sud della Corsica. Fino ad ora avevamo
percorso circa 90 miglia tutte a vela e naturalmente eravamo un poco
stanchi ma molto soddisfatti per quanto avevamo fatto nella giornata.
Questa baia è molto bella e suggestiva dal punto di vista paesaggistico,
ma la caratteristica essenziale per noi naviganti è che è riparata da
tutti i venti ed è tappa di molte barche che hanno in programma di
attraversare le bocche di Bonifacio per raggiungere la Sardegna: voglio
precisare che queste sono sempre un’incognita per la navigazione. Il
Mancini nei suoi libri "Navigare lungo costa" raffigura Bonifacio come
un vecchio con un barbone che con la bocca soffia sul mare rendendolo
agitato. Infatti qui è molto difficile trovare il mare calmo. In quel
tratto di mare, tra le colline del sud della Corsica e l’isola di Santa
Maria a nord della Sardegna, lungo una quindicina di miglia, si forma un
imbuto dove i venti sia da Ovest o da Est acquistano velocità e alzano
il Mare.
Qui trascorremmo una nottata tranquilla dondolati dal mare leggermente
increspato.
La mattina ci accingemmo ad attraversare le bocche di Bonifacio; il
tempo era quello classico del luogo con vento a circa 25/30 nodi ed il
sole leggermente offuscato da piccoli cirri che si muovevano verso SE :
questo significa che sono spinti da un vento di NW detto "Mistral".
Qui il Mistral, che è il nostro maestrale, non è la piacevole brezza
caratteristica delle nostre zone che si alza nel primo pomeriggio e dà
sollievo nelle giornate di afa, ma quando soffia fa sul serio e può
rendere la navigazione impegnativa: nonostante tutto decidemmo di
partire.
Il vento anche se forte, veniva da una direzione favorevole di circa 150
gradi rispetto alla prua. Per gli inesperti chiarisco che questa
andatura in gergo marinaresco è detta al "Giardinetto". Ricordo che le
migliori andature dei velieri, cioè quelle con cui si può raggiungere le
massime velocità, sono la bolina larga, al traverso e al giardinetto.
Il decantato vento in poppa andava bene con le barche con le quali
navigava Cristoforo Colombo; oggi, con il vento in poppa, se si vuole
navigare bene è necessario alzare lo Spinnaker, bellissima vela ma che
richiede un equipaggio di almeno cinque o sei persone ben addestrate per
poterla governare.
Dopo aver percorso circa 80 miglia raggiungemmo Porto Taverna che è una
bella baia molto ben riparata vicino all’isola Molara dove si può
sostare tranquillamente come se fossimo in un porto. Il tempo era buono
e il mattino successivo proseguimmo la nostra crociera ed arrivammo fino
a Villa Simius. Qui il tempo cambiò in maniera repentina con un vento di
SE a 30/35 nodi che ci costrinse a rimanere fermi in porto tre giorni.
Il quarto giorno calò l’intensità del vento, ma non cambiò la direzione.
Perdurando questa situazione non ci fu possibile partire per la tappa
finale Villa Simius –Biserta, dato che la rotta è 150° invece il vento
soffiava da 125/130 gradi.
Eravamo gia al 15 di Agosto, non avevamo più tempo a nostra disposizione
per cui bisognò rinunciare con molto rammarico al nostro progetto.
Una cosa è certa, in barca a vela si sa quando si parte, ma è molto
difficile stabilire quando si arriva e se sia possibile completare il
programma che uno si propone.
Non dico nulla sul ritorno a Livorno, perchè sarebbe noioso continuare
ad elencare una serie di avvenimenti tutti uguali e sempre condizionati
dal tempo. A questo punto credo sia opportuno fare una riflessione: oggi
le stagioni non sono più quelle di prima, il clima è veramente cambiato:
i venti predominanti del periodo estivo, in particolare nel mese di
Agosto, erano il Ponente, il Maestrale, le brezze e non lo scirocco e il
libeccio come sta accadendo in questi ultimo anni. Questo ci deve far
riflettere perchè non so fino a che punto questi cambiamenti climatici
siano colpa dell’uomo.
Permettetemi di dire che l’estate passata forse è stata una delle
peggiori degli ultimi dieci anni e quello che preoccupa maggiormente è
il fatto che, come ho gia detto in precedenza, il clima sia
sostanzialmente cambiato per colpa di noi uomini, e se è vero dobbiamo
pensarci e ricorrere a rimedi.
Sergio Bartorelli |
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CONFERENZA DI
MAURIZIO CORDONI SU "GELOTOLOGIA: TERAPIA O DIVERTIMENTO" |
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Gelotologia: terapia o divertimento
Vorrei iniziare la mia relazione con una citazione famosa di Charlie
Chaplin " Un giorno senza un sorriso è un giorno perso"
Ma cosa è il " sorriso" e perchè è importante sorridere e quando e come
si sviluppa il sorriso.
Il sorriso è una competenza innata del bambino, che può evolversi e
perfezionarsi nel corso della sua crescita e del suo sviluppo, anche in
rapporto alle esperienze che egli fa nel suo ambiente di vita. Il
sorriso del bambino è alla base del legame con le sue figure di
attaccamento e successivamente gli permette anche di comunicare con le
altre persone significative che ruotano intorno a lui. Durante le prime
due settimane di vita del neonato i sorrisi che egli esprime sembrano
aver luogo automaticamente durante il sonno, mentre raramente egli
sorride quando è sveglio: questo comportamento può essere considerato
automatico, senza che sia necessariamente legato ad uno stato di gioia o
di piacere specifico.
A partire dall'età di sei settimane circa il sorriso del bambino inizia
a trasformarsi in una "risposta sociale" per cui egli sorride davanti ad
un volto ed ad una voce familiari o al contatto fisico con la madre. E’
importante sottolineare che sebbene tale atteggiamento sia una
espressione innata nel bambino, una madre o un padre raramente mancano
di rispondere ad esso, rinforzandolo a loro volta con i loro gesti e con
le parole, affmche il bambino si senta gratificato e stimolato ad
esprimersi nuovamente attraverso i suoi comportamenti. Tutto ciò crea
perciò un alalogo reciproco tra madre, padre e bambino, dove quest'ultimo
viene considerato come parte attiva in tale interazione.
Dunque, il sorriso si presenta spontaneamente in tutti i bambini. Nasce
come reazione fisiologica per poi diventare una espressione con intenti
comunicativi. In questo senso può essere considerato un comportamento
tipico e distintivo della specie umana nei confronti delle altre specie
animali.
Il sorriso manifesta serenità, benessere e apertura nei confronti di un
' altra persona. L' espressione viene usata sia per manifestare uno
stato emotivo, sia come strumento di comunicazione nel rapportarsi con
gli altri. N el primo caso è spontaneo e quasi involontario, nel secondo
caso invece è incanalato in un codice di comportamento e può essere
dunque una forma convenzionale di approccio. Paul Ekman, professore di
Psicologia all'Università della Califomia a S. Francisco, è conosciuto
in tutto il mondo come esperto nella ricerca sulle emozioni e sulla
"comunicazione non verbale". In particolare deve la sua fama agli studi
sull'espressione delle emozioni e sulla corrispondente attività
fisiologica del viso. Egli ha individuato 18 sorrisi diversi, la maggior
parte dei quali sono falsi! Il sorriso è genuino, ci dice il professor
Ekman, quando " le labbra fanno stringere gli occhi generando una
espressione di piacere ".
Dal punto di vista biologico, si possono elencare alcuni effetti
benefici del sorriso: 1) aumento delle difese immunitarie (recentemente
anche ricercatori del Centro di Salute Pubblica di Loma Linda in
Califomia
hanno dimostrato un netto incremento di
molti parametri neuroimmunologici
dopo l'esposizione a situazioni umoristiche). 2) Aumento del livello
delle endorfme ( sostanze naturali a struttura peptidica scoperte nel
cervello e dotate di azione simile a quella della morfina) e controllo
del dolore. 3) Benefici legati alla respirazione, in particolare per chi
soffre di bronchite ed asma. 4) Aumento del livello di ossigeno nel
sangue ( una ricerca condotta presso 1 'Unità di Riabilitazione
Respiratoria Don Gnocchi conferma che la risata è una ginnastica per i
polmoni). 4) Effetto di ringiovanimento e maggior durata della vita (i
ricercatori finlandesi dell' Istituto Nazionale di Salute Pubblica hanno
dimostrato una stretta relazione tra durata della vita e pensiero
positivamente orientato ). 5) Miglioramento della capacità di lavorare
in team. Aumento della creatività. Miglioramento delle relazioni
interpersonali.
Ridere, perciò, è il mezzo più sano per vivere meglio e più a lungo
possibile sfidando le frustrazioni della vita. I ricercatori del gruppo
internazionale Arise, che si occupano di studi sul piacere, hanno
dimostrato l'esistenza di un rapporto diretto tra cali d 'umore e
risposte del sistema immunitario: il riso riduce la secrezione di ormoni
da stress, come il cortisolo e stimola la produzione di betaendorfme,
analgesici prodotti dall'organismo. Essi affermano che "Il piacere è
importante per la nostra salute sotto tre aspetti". Primo può
contribuire a favorire la salute fisica e mentale. Secondo, può
facilitare il processo di rilassamento e proteggere dallo stress, ovvero
svolgere una funzione di antidoto. Terzo, può agire come un fattore di
protezione delle malattie: proprio come un vaccino." Tutti gli studi nel
campo della salute ci assicurano che dovremmo cominciare a ridere di
più, perche " ridere fa bene".
Per il buddismo Zen quindici minuti di risate equivalgono a sei ore di
meditazione. Anche lo psicoanalista Ernst ~s scriveva:" sotto la spinta
della battuta di spirito, torniamo all'allegria dell'infanzia, possiamo
liberarci finalmente dai legami del pensiero logico e divertirci in una
libertà dimenticata da anni; ecco perche il riso diviene un passaggio
chiave per spegnere il lavoro mentale, risvegliando la mente inconscia
attraverso il non fare e il non pensare e favorendo la creatività, come
presupposto a libere associazioni". Un ulteriore risposta arriva
attraverso le parole di un autorevolissimo scienziato americano, il
professor William Fry della Stanford University . I suoi studi hanno
dimostrato in maniera inconfutabile che la risata è un perfetto
esercizio aerobico. In particolare incrementa l' apporto di ossigeno ai
polmoni, aumenta la resistenza cardio-polmonare (un minuto di risata
equivale a dieci minuti di esercizi al vogatore ), rilassa i muscoli,
massaggia gli organi interni, migliora la circolazione sanguigna,
favorisce il sonno calmo e rilassato. Un altro scienziato americano, il
dottor Berk dell 'Università di Loma Linda in Califomia, ha verificato
che la risata aumenta il livello delle immunoglobulina A nella mucosa
respiratoria che fa da prima barriera contro gli agenti patogeni che
aggrediscono le vie respiratorie e dunque irrobustisce il sistema
immunitario e aiuta in maniera determinante chi soffre di asma e
bronchiti, come se non bastasse, incrementa il livello delle endorfine,
diminuisce il tasso di stress, combatte attivamente la depressione.
Ed ora parliamo di umorismo e comunicazione.
Verso l'inizio del ventesimo secolo si narrava di
alcuni matti che rinchiusi in un manicomio si raccontavano le
barzellette per passare il tempo della ricreazione, il problema era che
ne conoscevano solo una decina e continuavano a raccontarsi sempre
quelle. Fu così che il guardiano che doveva sorvegliarli, un bel giorno,
si stancò di sentire sempre le stesse storielle. Per creare un diversivo
propose ai matti di elencare le barzellette e di numerarle, in modo che,
invece di far fatica a raccontarle, si potesse dichiarare il numero,
così che chi ascoltava pensasse alla barzelletta corrispondente e
riuscisse a divertirsi ugualmente. I matti aderirono subito all ' idea e
dal giorno successivo la loro ricreazione diventò uno scambio di numeri:
"5, mi fai morire da ridere; 3, buona questa" e così via. Il guardiano
entusiasta di essere stato apprezzato dai matti, corse dal direttore a
vantarsi per come era riuscito ad insegnare ai matti ad abbinare le
barzellette ad un numero, così che ridessero sentendo la cifra senza
dover raccontare la storiella intera. Questi, da buon direttore, prima
di lodare il dipendente volle verificare. Accompagnato dal guardiano,
scese nella sala della ricreazione e con tutti i matti presenti
pronunciò "cinque", i matti lo guardarono con molto rispetto, ma
rimasero immobili e in silenzio," due" tentò nuovamente il direttore, ma
i matti non risero, anzi cominciavano a guardarlo con un po' di
compassione. Allora il direttore uscì e se la prese con il guardiano "
Perche non hanno riso? , disse" " F orse, perche, bisogna anche saperle
raccontare le barzellette " rispose il guardiano.
Saper suscitare il riso, infatti è un problema di comunicazione, per cui
chi riceve un messaggio umoristico deve percepire il "solletico" che gli
provoca il riso. Per arrivare a questo è necessario qualche premessa
sulla comunicazione.
Gli studi sull' argomento ci insegnano che il significato del messaggio
viene definito dal ricevente in base a tre gruppi di variabili: una
prima categoria è costituita dall'insieme delle motivazioni del
ricevente, una seconda dall'insieme delle convinzioni che il ricevente
si è fatto a proposito del trasmittente ed una terza dall'insieme delle
idee che il ricevente ha a proposito di se stesso. Per comodità
riassumiamo le tre categorie di variabili che intervengono nella
definizione del significato del messaggio rispettivamente con i nomi di
Obiettivi ( ciò che si vuole ottenere ), Pregiudizi (le idee che si
hanno a proposito di chi sta parlando) e Vissuti (le idee che si hanno
in merito a se stessi). Perciò, per raccontare una barzelletta e far
ridere con probabilità di successo, occorre che chi la ascolta: 1° non
sia in condizione depressiva ( abbia un vissuto disponibile a ridere);
2° ritenga che chi racconta le barzellette non sia uno di quelli che non
le sa raccontare ( abbia il pregiudizio che il raccontatore di
barzellette sappia raccontarle) e 3 ° abbia voglia di ridere (abbia
obiettivi che comprendono il riso ). Non sempre I'interlocutore si trova
contemporaneamente in queste tre condizioni e chi sa raccontare bene le
barzellette, pur senza accorgersene, non solo decide se è il caso di
raccontarle oppure no, ma è anche capace di modificare le condizioni di
chi 10 sta ascoltando per orientarle verso un contesto in cui sia
possibile fare dell'umorismo e suscitare il riso.
Tutto ciò per sottolineare come sia difficile far ridere specialmente
nelle situazioni critiche e disperate, come cerca di fare la
Comicoterapia, che è l'uso della risata e delle emozioni positive per
migliorare lo stato psicologico e neuroendocrino del malato. Lo
strumento della Comicoterapia è fondamentalmente l 'umorismo, ritenuto
importantequanto l' amore: la terapia del sorriso si adegua alle persone
e alle situazioni. La scarica di endorfme scatenate da una risata o da
un momento di svago,ha un'influenza diretta e positiva sulle difese
immunitarie. Migliora la risposta individuale contro la malattia e aiuta
a tollerare meglio le inevitabili sofferenze che alcune cure comportano.
Non bisogna però commettere l' errore di pensare che una risata sia
sufficiente per guarire da una malattia oncologica. Un pagliaccio da
solo non può far nulla, se non portare un momentaneo sollievo, dietro a
questo, infatti, sussiste un progetto complesso e ben preciso. Queste
esperienze funzionano solo quando si punta al benessere totale del
paziente e si stabilisce un'alleanza terapeutica tra medici, genitori,
personale paramedico, animatori e clown. In ogni caso il fine ultimo è
sempre lo stesso: ridare fiducia alla persona Ricoverata e allo stesso
tempo umanizzare l' ambiente ospedaliero per renderlo più vivibile.
Uno dei principali fautori della "Gelotologia" (dal greco ghelos =
risata, logos = scienza; " scienza della risata"), divenuto famoso anche
dopo un celebre film dedicato alla sua vita, è Patch Adams, il
rivoluzionario medico-clown americano. E' il precursore di un'assistenza
sanitaria vista come servizio e incentrata sui reali bisogni dei
pazienti, dove la comicità è utilizzata per creare "familiarità con i
malati e ridurre il disagio e l'alienazione dei degenti". Patch Adams,
ha cercato di concretizzarla fondando una casa-ospedale nel West
Virginia, l'istituto "Gesundheit"(salute). Da sempre, infatti, si sa che
"ridere fa buon sangue" e che una bella risata può curare il "mal di
vivere". Il chiodo fisso di Patch è l' amicizia, perchè "le persone
hanno bisogno delle persone" e hanno la necessità profonda di essere
sostenute da legami molto forti, dalle famiglie e dalle comunità. Il
comportamento altruistico sarebbe un farmaco che allunga la vita: la
tesi è avvalorata da uno studio condotto da ricercatori dell'Università
del Michigan. Si è scoperto infatti che chi partecipa con entusiasmo a
progetti di volontariato ha una frequenza di mortalità due volte e mezzo
inferiore a chi invece si rinchiude in se stesso e non fa niente
ruminando il suo dolore. Le potenzialità della comicoterapia sono state
sperimentate dentro e fuori l' ambiente ospedaliero su: adolescenti,
anziani, persone depresse e ammalati con qualsiasi tipo di patologia. E'
una terapia senza effetti collaterali, anallergica, la posologia è "a
piacere" e il sovradosaggio non esiste, non ha scadenze ed è
disinquinante per qualsiasi tipo di ambiente.
Le origini risalgono al XVIl° secolo quando un autorevole medico Thomas
Sydenham, affermava che " l' arrivo di un buon clown esercita, sulla
salute di una città, un ' influenza benefica superiore a quella di venti
asini carichi di medicinali". Qualche secolo dopo lo stesso Freud
riteneva " i motti di spirito" così rilevanti da dedicarvi un intero
libro.
Solo a partire però, dagli anni sessanta, sono cominciati i primi studi
sistematici sulle virtù terapeutiche della risata. Negli anni ottanta,
il caso di Norman Cousins, fece scalpore in tutti gli Stati Uniti.
Cousins era un noto giornalista scientifico che improvvisamente venne
colpito da Spondilite Anchilosante: una grave alterazione delle
articolazioni che porta progressivamente alla paralisi e alla morte.
Refrattario alla medicina convenzionale Cousins decise di curarsi
seguendo una insolita terapia: il ridere (vedeva film comici tre -
quattro ore al giorno) e la vitamina C ( 25 grammi al giorno assunti per
flebo ). A dispetto di ogni previsione, in capo ad un anno, guarì
completamente. La prima reazione della comunità scientifica americana fu
di incredulità e stupore, alcuni misero addirittura in dubbio la
malattia, ma i fatti erano incontrovertibili. Dopo alcuni anni non solo
fu riconosciuta la validità scientifica della sperimentazione effettuata
da Cousins su se stesso, ma gli venne offerta una laurea "honoris causa"
e poi una cattedra presso 1'Università di California di Los Angeles.
La spettacolare guarigione di Norman Cousins ebbe come risultato
indiretto la rivalutazione degli studi di
Psico-neuro-endocrino-immunologia ( p .N .E.I. ) una nuova branca della
medicina che studia gli effetti delle emozioni sul sistema immunitario.
Di li a poco nacque infatti una nuova area di ricerca: la Gelotologia,
dedicata allo studio sistematico del ridere come rimedio psicofisico.
Tramite varie ricerche, come abbiamo già visto, è stato dimostrato che
le emozioni positive, tra cui il ridere è una delle più potenti,
influenzano positivamente il sistema immunitario, che è il vero garante
della nostra salute. Questa semplice verità non ha avuto vita facile e
ancora stenta ad essere compresa nella sua importanza e profondità.
Tutto ciò che è connesso al ridere, nella nostra cultura, è considerato
secondario, poco importante, se non dannoso. In ultima analisi siamo
molto meglio educati a soffrire che non a star bene. Negli ultimi anni
in diversi paesi, a partire dagli Stati Uniti, la silenziosa rivoluzione
della risata si è andata diffondendo e oggi percorre due strade
differenti anche se strettamente parallele. Da una parte vi sono le
esperienze alla Patch Adams, il quale è stato, come detto, l' artefice
della presenza negli ospedali della figura del clown-dottore. Lo
strumento terapeutico a cui questo gruppo di medici fa ricorso, consiste
in un intreccio di barzellette, musica, gag comiche, con un' attenzione
particolare ai desideri espressi dai malati. Dall ' altra parte vi sono
le esperienze dei cosiddetti clown-operatori alla Michael Christensen,
clown professionista, impiegato all'epoca al Big Apple Circus, insieme a
Paul Binder, che fondò nel 1986 l'Unità Sanitaria di clown, presente in
numerosi Ospedali di New York, Boston, Los Angeles e San Francisco. In
questo caso non si tratta di veri dottori, ma di attori, clown o artisti
di strada che in collaborazione o sotto il controllo dell'Autorità
Sanitaria effettuano con regolarità interventi negli ospedali e in altre
strutture sanitarie. Sulla base di questo modello "Le Rire Medicine" in
Francia e la fondazione Theodora in Svizzera hanno dato via a programmi
analoghi rispettivamente nel 1991 e nel 1993.
Anche in Italia molti pensano che far beneficenza e poter donare sia un
privilegio di pochi. Ci sono invece mille modi per rendersi utili: c'è
chi elargisce denaro, sovvenzionando tanti progetti stupendi, c'è chi
dona la sua professione, il suo mestiere, le sue abilità a servizio del
prossimo, c' è poi chi offre la sua innata capacità di far ridere,
mettendola a disposizione degli altri, come il clown. Lo scopo è
"umanizzare" che vuoI dire cambiare il rapporto struttura sanitaria
/persona in difficoltà. Passare quindi da una concezione della persona
di tipo meccanicistico ad un rapporto di stretta fiducia,
collaborazione, comprensione e rispetto tra operatore sanitario e
paziente ( identificato per il suo essere persona e non solo per la
malattia). Come in America, in Francia e in molti altri paesi, anche da
noi i clown "ospedalizzati" si propongono di raggiungere con i loro
interventi molteplici scopi, di varia entità e valore:
1) Contribuire a sdrammatizzare i vissuti e le situazioni stressogene.
2) Strutturare con l'utente un'importante relazione empatica, utile ad
una maggiore collaborazione nella relazione terapeutica.
3) Stimolare nel paziente il coping, cioè la capacità di farcela,
fornendo la chance per cooperare con lo staff medico.
4) Restituire alle emozioni positive il giusto spazio nel processo di
guarigione e crescita della persona.
5) Contribuire, come detto, all'umanizzazione dei reparti ospedalieri.
Tutto ciò ha prodotto una iniziativa del prof. Mario Farnè, docente
universitario di psicologia medica, che insieme ad altri colleghi, si
sono fatti promotori di un appello semiserio al Ministero della Sanità
per il riconoscimento della comicoterapia come vera e propria cura da
introdurre nelle Strutture Sanitarie.
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Storia di
Alessandro Cruto
IN
RIFERIMENTO AL SAGGIO
"Il Signore della Luce" di Vittoria Haziel |
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| Cruto Alessandro nacque a Piossasco (TO) nel
1847 e morì a Torino nel 1908. Spirito geniale di ricercatore,
malgrado i modesti mezzi e la non grande cultura, si dedicò alla ricerca
scientifica indirizzandosi a risolvere il problema della
cristallizzazione del carbonio. Nel 1879, dopo aver assistito ad una
serie di conferenze tenute da Galileo Ferraris sui progressi
dell'elettricità, si diede a preparare un filamento di uso pratico per
le lampadine elettriche ad incandescenza e poté così produrre l'anno
successivo un filamento che, unico fra quelli ottenuti da altri
sperimentatori, aveva un coefficiente di resistenza positivo (che
aumentava cioè con l'aumentare della temperatura). Impiantata ad
Alpignano una fabbrica di lampadine, ne tenne la direzione fino al 1889.
L'industria di Alpignano venne poi assorbita dalla Philips.
Il filamento Cruto viene preparato per deposizione di grafite su un
sottile filo di platino in atmosfera di idrocarburi; volatilizzato il
platino ad alta temperatura, rimane il filamento di grafite
purissima.
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CRUTO
Terzogenito di Giacomo "mastro da muro" e di Giuseppa Bruno
"benestante", Alessandro Cruto nasce a Piossasco il 24 maggio 1847.
Frequenta le scuole elementari,"poscia mio padre volendomi far istruire
in modo che riuscissi un discreto capomastro, mi mandò a passare due
inverni a Torino, dove andavo a scuola privata di architettura e di
geometria dall'architetto Reycend. In seguito mi procurai libri dove
studiai Aritmetica Argebra Fisica e Chimica. Tutto ciò, lo confesso in
un modo molto disordinato. Quando lo potevo assistevo pure a lezioni di
Fisica sperimentale e di Chimica alla R.a Università di Torino; e tutto
finì li". Obbligato dalle ristrettezze economiche famigliari a seguire
il padre nel lavoro edile non rinuncia, grazie anche a un piccolissimo
prestito della madre, ai suoi studi e alle prime esperienze di
laboratorio, aperto a Piossasco nel 1872.
Nel 1874 riesce ad ottenere dal Ministero di Agricoltura, Industria e
Commercio la "privativa industriale del Nuovo sistema di graduazione nei
termometri" e fino al 1879 concentra essenzialmente la sua attività
nella ricerca del diamante artificiale. La sera del 24 maggio 1879,
obbedendo a una sua vecchia passione, si reca al Museo Industriale di
Torino "ad assistere a quella delle conferenze che dava allora il
professore Galileo Ferraris...Una gran folla si pigiava in quella sala,
io, per mia disgrazia, arrivai un poco in ritardo, non potei apprendere
gran che, ma tuttavia vi appresi la parte storica della lampada ad
incandescenza". Tornato a Piossasco nel suo laboratorio ormai stipato di
alambicchi e "macchinette" annota sul suo diario: "Prima i lavori sulla
cristallizzazione del carbonio si contendevano il campo col mio sistema
di misura delle temperature. Ora abbandonato questo se lo contendeva
coll'illuminazione elettrica". Ottiene dal professore Nacari il permesso
di usare gli apparecchi del Laboratorio di Fisica della Regia Università
di Torino e il 5 marzo 1880 riesce ad accendere la sua prima lampadina
elettrica usufruendo della corrente fornita da una batteria di pile
Bunsen. All'interno del bulbo vetroso il Cruto introduce filamenti di
carbonio puro "della sottigliezza di un capello, di sezione uniforme,
avvolti a spira, elastici, di splendore dell'acciaio brunito, e quello
che è più meraviglioso, vuoti nell'interno, cioè conformati a tubo
capillare. Uno speciale attacco flessibilissimo in tutti i sensi venne
pure studiato dall'inventore per la sospensione della sua lampada a
incandescenza. L'illuminazione è delle più belle: la luce Cruto è
divisibile come quella del gaz, è costante, limpida, molto meno costosa
delle altre luci elettriche, costituisce insomma una vera scoperta".

Alessandro Cruto. Ritratto (1883)
Sul finire del 1881 e l'inizio del 1882, in occasione
dell'illuminazione di un tratto di via Roma con lampade Swan, Cruto
conosce l'ottico torinese Bardelli col quale costituisce il 25 febbraio
1882 "una Società in accomandita col nome di A.Cruto e Comp. I miei soci
(gli onorevoli Carlo e Luigi Favale e Carlo Bechis in rappresentanza del
banchiere Nicola Bianco) si sarebbero impegnati di fare un primo
versamento di lire cinquemila allo scopo di far fronte alla spesa per la
continuazione degli studi e l'esercizio dell'invenzione". Alcuni giorni
dopo la stipulazione del contratto Cruto deposita presso la Prefettura
di Torino domanda "per ottenere la privativa industriale sopra i
perfezionamenti da me ottenuti", apre un nuovo laboratorio-fabbrica
dotato "degli apparecchi e dei prodotti necessari" e per la prima volta
assume un operaio "un certo Bardelli Giuseppe giovane di 16 o 17 anni"
al quale ben presto si affianca Ettore Gioy Levra indispensabile
"operaio soffiatore" giunto da Roma.
Sempre nel "febbrile anno"1882 il nostro inventore "nato col bitorzolo
del fisico" decide di partecipare all'Esposizione di Elettricità a
Monaco di Baviera dove "la mia piccola esposizione fu oggetto di molta
curiosità per quanti si interessavano delle lampade ad incandescenza; fu
ben accolta e fu oggetto di buoni articoli sopra giornali seri
d'elettricità". Il 7 marzo 1883 alla presenza dei professori Ferraris,
Morra, Denza, Jervis del Regio Museo Industriale di Torino e dell'ing.
Fadda, capo ufficio presso la Ferrovie dell'Alta Italia Cruto presenta
un nuovo perfezionato modello di lampada: "L'esito corrispose ed anzi
superò le aspettative. Erano nello stesso circuito 4 lampade di 4
candele, 32 lampade di 8 candele, 18 di 16 candele, e 2 di 32 candele;
ebbene, tutte queste lampade di così diversa forma si illuminano con
perfetta regolarità ed uguaglianza, tramandando tutte egualmente una
luce fissa e vivissima". Sono le stesse lampade che la sera del 16
maggio illuminano per la prima volta le vie, le case di Piossasco e
"dodici dei sedici ambienti contenuti nella galleria delle camere
elettriche"; della Mostra d'elettricità, attrattiva tra le "più notevoli
e interessanti" dell'Esposizione Nazionale di Torino del 1884.
L'Esposizione sancisce il definitivo successo dei prodotti della Società
A.Cruto di Torino: "a Ginevra venne illuminato il grandioso salone del
battello Mont-Blanc che fa servizio di trasporto su quel lago. Da alcuni
mesi poi si stanno fabbricando su vasta scala lampade a sistema Cruto
dalla Casa Mildé di Parigi, concessionaria del brevetto per la Francia.
Anche dalla lontana America, a Cuba a New York le lampade Cruto sono
favorevolmente conosciute e apprezzate, e la Società ricevette da questi
paesi offerte per i brevetti".
Lampada a filamento Cruto. Prospetto e sezione (1883)
L'11 aprile 1885 con atto notarile rogato Cassinis si costituisce la
"Società Italiana di Elettricità-Sistema Cruto...sottentrata alla Ditta
Cruto e C.". Scopo primario: "esercitare i brevetti della Società...nonchè
quegli altri che venisse in seguito ad acquistare, colla fabbricazione e
collo smercio di lampade elettriche, utilizzando anche la forza motrice
del suo stabilimento di Alpignano". Il capitale sociale è stabilito in L.500.000
diviso in 1000 Azioni di L.500 caduna; Cruto è nominato Amministratore,
Carlo Bechis Amministratore delegato con funzioni di direttore tecnico;
gli uffici vengono collocati a Torino nella centrale via Santa Teresa 2.
Il vecchio e ormai angusto laboratorio di Piossasco non è più idoneo,
occorre "portare la fabbrica in località dove si avesse una sufficiente
forza idraulica, il che non poteva aversi in Piossasco". Inizia rapida
la ricerca di un luogo appropriato. "Una domenica (di giugno) andammo in
Alpignano dove vi era allora un molino pesto da canapa e torchio da olio
(dei fratelli Falconet). Ci siamo fermati sul ponte a vedere, si può
dire a volo d'uccello quello stabilimento fabbricato sul letto della
Dora. Come era allora aveva un aspetto orrido. Il prezzo di vendita non
era troppo elevato, occorrendo la forza idraulica si poteva portare fino
a 200 cavalli vapore. A tutti i miei colleghi piacque...la Società lo
comprò per lire cinquecentomila; fece fare il progetto di costruzione
dello stabilimento dall'ing. Gerolamo Taddei, allora anch'esso
consigliere d'amministrazione; si diede l'impresa ai f.lli Boggio". Il
25 luglio 1885 Carlo Bechis chiede ufficialmente al sindaco di Alpignano
Antonio Ratti il "permesso di appoggiare il nostro nuovo opificio alle
costruzioni del Ponte sulla Dora". E' l'inizio di un lungo e proficuo
rapporto che legherà l'Amministrazione Civica alla Società. Il 25
settembre, infatti, il Consiglio Comunale con propria deliberazione
"ritiene di somma importanza per questo Comune l'impianto dell'industria
Cruto. Mentre in massima si propone di favorire l'erezione in Alpignano,
riconosce indispensabile alcune cautele da proporre per riguardo alla
conseguente vincolazione del ponte sulla Dora". Si incarica pertanto lo
stimato e noto ingegnere Amedeo Peyron di redigere puntuale e
dettagliata relazione sul progetto presentato "dall'Ing. Taddei". L'anno
successivo la "grandiosa fabbrica" è ultimata: "occupa un'area degli
antichi fabbricati del molino, fucina, pesta da olio e da canapa e buona
parte del letto del fiume, ingombrando una pittoresca veduta...La
produzione giornaliera è di 1000 lampade di varia intensità; gli operai
erano 26 e lavoravano per una lira al giorno. I maestri vetrai venivano
in parte da Venezia, in parte dall'Olanda". Inserita nel vecchio borgo
alpignanese va ad arricchire il numero degli opifici già presenti sul
territorio.
Al nuovo "opificio di luce" Cruto va solo di tanto in tanto, ma forti
disaccordi con l'ing. Zino, direttore tecnico presto allontanato,
costringono Alessandro a riprendere personalmente la direzione dello
stabilimento. "Presi in affitto un alloggio in casa Soffietti e feci
venire con me mia sorella (13 giugno 1887). E' allora in Alpignano che
coi miei quarantanni suonati Cupido mi prese a padroneggiare. Là conobbi
la signorina Libera Camandona che tutti mi decantavano come modello di
virtù". Il fidanzamento è brevissimo, il 17 ottobre viene celebrato il
matrimonio. Sul finire dello stesso anno "la società s'incaricò di fare
l'impianto di illuminazione pubblica di Alpignano e della stazione"; per
la prima volta le "tortuose vie della borgata" avrebbero avuto una
"candida luce". Il 23 settembre si inaugura con "festa popolare"
l'illuminazione pubblica a "luce elettrica sistema Cruto. Splendido
banchetto di circostanza nel setificio Chiesa con intervento dei
rappresentanti della Stampa e di varii personaggi cospicui. Rallegrò la
festa una scelta Banda di Avigliana diretta dal signor Dematteis".

Opificio Cruto, Ponte Vecchio, Masso erratico (1913)
Proseguono e si intensificano in questo periodo i forti dissidi con
l'amministratore Bechis e il tecnico Barberis che spesso propongono
persone, macchinari o modifiche alle lampade che Cruto, nonsolo ritiene
inutili, ma addirittura dannosi. La nascita della primogenita Rita, l'11
giugno 1889, e la messa a punto di un nuovo metodo per economizzare il
platino nella fabbricazione della lampada, poi brevettato nel 1891, non
bastano a riportare serenità in casa Cruto. "Il mio morale offeso finì
per agire anche sul fisico e mi ammalai di forte malattia nervosa". Dopo
soli tre anni Alessandro scrive sul suo diario: "Ho dovuto infine
allontanarmi da Alpignano per non morire di crepacuore"; la partenza è
fissata per la fine di maggio 1891. "Me ne venni colla famiglia ad
abitare in Torino", nella casa sita in via Pio V che vedrà la nascita
nel 1892 di Alfonso, stimato professore di Chimica biologica presso la
R.Università di Roma prematuramente scomparso nel 1935, e nel 1897 di
Lea deceduta a Piossasco nel 1957. Il rapporto tra Cruto e il "suo"
opificio diventa sempre più epistolare.
Gli anni del nuovo secolo vedono per il paese di Alpignano la diffusione
continua e capillare della luce elettrica non solo negli edifici
pubblici e nelle case private. Molti sono infatti gli atti deliberativi
che testimoniano la tendenza costante dell'Amministrazione Civica per un
"reale bisogno d'ampliamento di illuminazione", anche oltre il proprio
territorio.
Per la "Società già Cruto" il monopolio sugli ingrandimenti degli
"impianti e delle condutture elettriche" con collegamenti tra Rivoli,
Alpignano, Pianezza e Torino sono da un punto di vista finanziario un
ottimo biglietto da visita. Dopo una brevissima parentesi, gestita dalla
"Società Dora" con sede in Genova, gli stabilimenti alpignanesi vengono
acquistati nel 1910 dalla Edison Clerici di Milano per la produzione e
diffusione su scala internazionale della "lampada Z" venduta "con tanto
di tricolore sulla carta". La nuova gestione, in questa fase iniziale,
continua a lavorare sul potenziamento della rete per la distribuzione
dell'energia elettrica. Nel 1914 si concedono linee "secondarie per
l'illuminazione pubblica e privata, riscaldamento e applicazioni
agricole nei Comuni di Rivoli, Alpignano, Pianezza, Rosta, Buttigliera,
Avigliana, Rivalta e rispettive frazioni".
Nel 1918 L'Amministrazione Civica delibera l'indispensabile costruzione
di "una nuova centrale a valle del ponte di Alpignano e la relativa
sistemazione del canale di derivazione denominata Bealera di
Grugliasco", che va a sostituire l'ormai obsoleta e non più sufficiente
centrale ubicata "in regione ghiaro". Alla Società milanese con
R.Decreto 31 ottobre 1919 viene concesso "di aumentare la derivazione
d'acqua dalla Dora Riparia in territorio di Alpignano fino alla portata
di moduli 131,25", con un aumento di "oltre 500HP".
Il successo dell'azienda si arresta nel 1922 quando la Edison Clerici
decide, a causa della crisi industriale nazionale, di concentrare tutta
la produzione a Milano; gli stabilimenti alpignanesi sono messi in
vendita. Solo nel 1927 l'ingegnere Silvio Marietti, già direttore della
precedente Società, riesce a vendere le fabbriche al complesso olandese
Philips; nel 1928 riprende l'attività per "300 operai tra cui 250
donne". Il vecchio opificio è trasformato in mensa aziendale e
dopolavoro.
Cruto non è da molto tempo protagonista e testimone del seguire rapido
degli eventi di fine e inizio secolo. Allontanato dalla Società il 1
febbraio 1895 divide le sue giornate tra la casa torinese di corso
Vittorio Emanuele 32, dove si spegne a soli 61 anni il 15 dicembre 1908,
e il suo amato laboratorio di Piossasco. Con costanza e pazienza torna
ai suoi studi, alle sue ampolle: "in primo luogo di fabbricare il
carburo di piombo cristallizzato che per la durezza potrà ricevere
applicazioni alle industrie e per scopo ornamentale", ma anche
"apparecchi per studiare l'elettricità atmosferica", esperimenti sotto
il titolo "Lampada ad incandescenza a microlanuggine" e vera bizzaria la
"Mosca elettrica", sorta di giocattolo scientifico.
Di lui ad Alpignano rimangono, e non è poco, lo stabilimento ora sede
della "luminosa" Biblioteca Comunale, una sinuosa breve via del centro
storico e una riflessione: "Pensare, analizzare, inventare non sono atti
anomali, sono la normale respirazione dell'intelligenza". Alessandro
Cruto ne ha sicuramente fatto uno stile di vita..
da: Marina Baudraz e Laura Palmucci (a cura di), Alessandro Cruto ad
Alpignano: nasce una fabbrica si illumina un paese, Alpignano,
Comune di Alpignano,1998
(in distribuzione gratuita presso la Biblioteca Comunale)
Ecomuseo Sogno di luce: Alpignano la lampadina di Alessandro Cruto
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STORIA DEL ROTARY |
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Il Rotary è un
associazione mondiale di imprenditori e professionisti, di entrambi i
sessi, che prestano servizio umanitario, che incoraggiano il rispetto di
elevati principi etici nell'esercizio di ogni professione e che si
impegnano a costruire un mondo di amicizia e di pace.
Il Rotary ha una sua storia, statuti e regolamenti. Si impegna in molte
attività; ha strutture, Presidenze, distretti. Il tutto è molto
articolato e persino complesso, ma al di là di questo che pur gli dà
sostanza e forza, il Rotary è soprattutto amicizia e servizio.
La base della organizzazione del Rotary è costituita dai Club i cui soci
sono dei professionisti che credono nei valori umani più autentici ma
che, soprattutto, vogliono mettere a disposizione della società la loro
competenza con azioni di servizio e di generosità attiva. La convivenza
nei club, favorita da incontri settimanali e dagli impegni che assieme i
soci assumono e realizzano, alimenta la reciproca conoscenza in un clima
di benevolenza; si generano così, sempre, un gradevole cameratismo e
relazioni improntate a vera amicizia. Il servizio e l'amicizia, o almeno
il loro riferimento ideale, sono i pilastri e la stessa ragione d'essere
del Rotary. Sono valori che si sostengono e si alimentano a vicenda,
perché il servizio rappresenta la concretezza con cui si può esprimere
la responsabilità sociale e l'amicizia si costruisce con la volontà di
convivenza buona e generosa.
Lo scopo del Rotary
I testi ufficiali del Rotary riportano il riferimento fondamentale
dell'associazione. E' la "norma di base", il principio di riferimento
che tutti i rotariani nel mondo conoscono e condividono. Scopo del
Rotary è incoraggiare e sviluppare l'ideale del "servire" inteso come
motore e propulsore di ogni attività. In particolare esso si propone di:
Promuovere e sviluppare relazioni amichevoli tra i propri soci, per
renderli meglio atti a servire l'interesse generale. Formare ai principi
della più alta rettitudine la pratica degli affari e delle professioni;
riconoscere la dignità di ogni occupazione utile a far sì che essa venga
esercitata nella maniera più degna quale mezzo per servire la società.
Orientare l'attività privata, professionale e pubblica dei singoli al
concetto del servizio. Propagare la comprensione, la buona volontà e la
pace fra nazione e nazione mediante il diffondersi nel mondo di
relazioni amichevoli fra gli esponenti delle varie attività economiche e
professionali, uniti nel comune proposito e nella volontà di "servire".
La nascita del Rotary
Il Rotary nacque la sera del 23 febbraio 1905, quando Paul Harris,
allora giovane avvocato di Chicago, si incontrò con tre amici per
discutere un'idea che da tempo lo assillava: dar vita ad un club di
persone di differenti professioni, organizzando incontri regolari
all'insegna dell'amicizia, per trascorrere un po' di tempo in compagnia
e allargare le conoscenze professionali. Quella sera, assieme a Paul
Harris, c'erano Silvester Schiele, commerciante di carbone, Gustavus
Loehr, ingegnere minerario e Hiram Shorey, sarto. Si riunirono presso
l'ufficio di Loehr, in Derarborn Street 127, in un edificio, l'Unity
Building, che esiste ancor oggi a Chicago. Da quella riunione cominciò a
realizzarsi l'idea di un club maschile dove ogni socio rappresentava la
propria professione. Le riunioni si svolgevano settimanalmente, a turno
presso l'ufficio o a casa dei vari soci. Era, questo, un sistema di
rotazione che aveva lo scopo di far conoscere a ogni socio l'attività
degli altri e che portò poi Harris a chiamare il suo sodalizio: Rotary.
I quattro soci fondatori erano di discendenza nazionale diversa
(americana, tedesca, svedese e irlandese) ed appartenevano anche a fedi
religiose diverse (protestante, cattolica ed ebraica). Erano un prodotto
di quel grande crogiolo che era ed è l'America e, sotto questo aspetto,
erano i progenitori più adatti a dar vita a quel grande movimento
internazionale che sarebbe poi diventato il Rotary International.
Il vessillo ufficiale del Rotary
La bandiera ufficiale è stata adottata per la prima volta dal Rotary
International nel 1929, all'assemblea di Dallas, Texas. La bandiera del
Rotary è bianca con sovrapposta la "ruota" ufficiale in giallo-oro. Il
cerchio interno della ruota, diviso in quattro spazi, è colorato in blu
turchino e, in questo, nella parte superiore appare la parola "Rotary" e
in quella inferiore la parola "International". Entrambe queste parole
sono riprodotte in oro. Lo spazio fra i raggi e il mozzo sono bianchi.
Nel 1922, l'Ammiraglio Richard Byrd, membro del Rotary Club di
Winchester, Virginia, depositò, durante la sua storica spedizione, una
bandiera del Rotary al Polo Sud e, 4 anni più tardi, al Polo Nord
L'emblema del Rotary
L'emblema del Rotary è sempre stato rappresentato da una ruota. Il
primo disegno di questa è stato realizzato da un incisore di Chicago,
Montague Bear. Con questo simbolo, che riproduceva la ruota di un carro
dei pionieri, l'artista voleva simboleggiare la civilizzazione e il
movimento. Nel 1923, la ruota originale venne cambiata e divenne, come
noi la conosciamo, la ruota di un ingranaggio dotata di 24 denti e di 6
raggi ma, venne fatto osservare da alcuni ingegneri, l'ingranaggio in
questione non avrebbe mai potuto essere montato su un albero senza una
chiavetta che solidalmente unisse l'ingranaggio all'ipotetico albero.
Venne subito eseguita la modifica giustamente richiesta e la ruota così
composta divenne il simbolo del Rotary International. Il nome Rotary e
l'emblema del Rotary International sono registrati come marchi di
servizio e, pertanto, non possono essere alterati, nè usati
impropriamente. I rotariani sono incoraggiati a portare il distintivo
del Rotary, ma lo stesso distintivo, o rappresentazioni dell'emblema del
Rotary, non possono essere usati per scopi commerciali, per scopi
politici, nè, in modo più generale, al di fuori dell'attività rotariana.
I motti del Rotary
Il primo motto del Rotary International, "He profits most who
serves best" (chi serve meglio ha più profitto), venne approvato nel
1911 durante la Convention di Portland, Oregon. Nello stesso periodo il
Presidente del Rotary Club di Minneapolis, Minnesota, dichiarò che il
modo migliore per organizzare un Rotary Club era quello di seguire il
principio che lui aveva adottato: Service, not self (servizio,
non egoismo). Questi due slogan vennero adottati come motto del Rotary
International, durante la Convention di Detroit nel 1950: He profits
most who serves best e Service above self. Il Consiglio di
Legislazione del 1989 stabilì che il motto ufficiale sarebbe stato:
Service above self (Servire al di sopra di ogni interesse
personale), poiché in modo molto conciso
Alcune "prime" rotariane
- La prima riunione di un Rotary Club ha avuto luogo a Chicago,
Illinois, il 23 febbraio 1905.
- Le prime conviviali regolari ebbero luogo a Oakland, California, nel
1909.
- Il primo Congresso si tenne a Chicago nel 1910. - Il primo Club, fuori
dagli Usa, ad essere ammesso al Rotary fu quello di Winnipeg (Canada)
nel 1910.
- Il primo Club non americano ad essere ammesso al Rotary fu quello di
Dublino, Irlanda, nel 1911.
- Il primo Rotary Club di un Paese non di lingua inglese fu inaugurato
all'Avana, Cuba, nel 1916.
- Il primo Rotary Club del Sud America fu quello di Montevideo,
Uruguay, che ricevette la carta nel 1918.
- Il primo Rotary Club dell'Asia tenne la sua prima riunione a Manila,
Filippine, nel 1919.
- Il primo Rotary Club del continente africano fu quello di
Johannesburg, Sud Africa, nel 1921.
- Parimenti nel 1921, il primo Rotary Club australiano fu quello di
Melbourne.
- In Italia il primo Rotary club, quello di Milano, fu costituito il
19 dicembre 1923
- Il Rotary ha istituito nel 1917 un "Fondo di Dotazione", precursore
della Rotary Foundation.
- Il Rotary ha utilizzato il nome Rotary International, per la prima
volta, nel 1922.
- Il Rotary ha istituito, quale simbolo di riconoscenza verso il suo
fondatore, il Paul Harris Fellow nel 1957, per coloro che donano 1000
$ alla Fondazione
Rotary.
- Il simbolo del Rotary apparve per la prima volta su un
francobollo nel 1931.
- Il primo guidoncino di un Rotary club (Houston Space Center)
piazzato in orbita intorno alla luna fu portato dall'astronauta Frank
Borman, socio di quel club.
- Nel 1923, a St. Louis, Warren Harding fu il primo Capo di Stato a
tenere un'allocuzione ad una Convention rotariana.
- La prima assemblea del Rotary tenutasi in Sud America ebbe luogo a
Rio de Janeiro, nel 1948.
- La "prova delle quattro domande" ha ricevuto il diritto d'autore nel
1954.
- Il primo progetto di azione di interesse pubblico del Rotary ha
avuto luogo nel 1907 quando i rotariani di Chicago fecero installare
delle toilette pubbliche in municipio. |
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CAMPOSANTO MONUMENTALE DI PISA
Storia degli affreschi, dal degrado al restauro |
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Si
tornano a vedere gli affreschi del
Camposanto Monumentale di Pisa,
dopo la prima tappa di una campagna di restauro eccezionale per
dimensioni e per importanza. Dopo quasi trent’anni di lavori, promossi
dall’Opera della Primaziale Pisana, l’ente che da sempre è responsabile
della piazza del Duomo e dei suoi monumenti, si torna a rivedere il
Camposanto non più "dal rovescio", per dirla con Cesare Brandi. Il
Camposanto di Pisa, senza gli affreschi sembra visto dal rovescio… dove
era il luogo degli affreschi asportati, le grandi pareti squallide,
sebbene inalterate, non sono più le stesse, in quanto alla loro stessa
qualificazione spaziale la decorazione pittorica era essenziale.
(Cesare Brandi, 1958)Gli affreschi del
Camposanto Monumentale di Pisa, luogo capitale dell’arte italiana e meta
irrinunciabile già nel Settecento per
viaggiatori,
artisti e letterati che li conoscono fin dall’Ottocento, proprio mentre
la loro fama si viene ulteriormente diffondendo, si trovavano uno stato
di vistoso degrado che continua ad aumentare nel secolo successivo
coinvolgendo sia la tenuta del colore che dell’intonaco: analisi e
sperimentazioni, polemiche e progetti vengono interrotti con violenza da
uno spezzone incendiario che durante la seconda guerra mondiale provoca
un terribile incendio cui si tenta subito di porre rimedio distaccando
gli affreschi, riportandoli su tela con legante a caseato di calcio e
applicandoli su pannelli di eternit.
Il restauro però, condotto sotto l’urgenza degli eventi con materiali di
fortuna e con metodologie non sperimentate, ne ha evitato solo
temporaneamente la perdita. Una prima fase diagnostica, apertasi nel
1980, ha consentito di ricostruire puntualmente le vicende conservative
degli affreschi a partire dalla loro esecuzione e ha portato ad
individuare nella permanenza sulla superficie di sali e gesso e nel
degrado della caseina, usata nel vecchio restauro come legante, fattori
di rischio così imminente da costringere ad un nuovo intervento. Sotto
la direzione di Umberto Baldini, Clara Baracchini e Antonino Caleca, gli
affreschi vengono trattati alternando consolidamenti a delicate puliture
per
liberarli
dalle sostanze estranee, staccati dai vecchi pannelli in eternit e
ricollocati, con un nuovo legante, diverso dalla vecchia caseina, su un
nuovo supporto: indagini termoigrometriche e microclimatiche inducevano
infatti a scegliere un legante polimerico, in grado di offrire garanzie
di stabilità così che, al termine del processo, gli affreschi potessero
essere ricollocati sulle loro pareti, certo, con le debite cautele ed un
continuo monitoraggio
Sulle pareti di origine sono state ricollocate alcune scene affrescate
tra Tre e Quattrocento e mai più tornatevi da quando furono staccate
dopo il terribile incendio provocato da uno spezzone incendiario che il
27 luglio 1944, durante la seconda guerra mondiale, le aveva gravemente
danneggiate (il fuoco fece liquefare il tetto in piombo e le sue
colature rovinarono le opere, che allora sembrarono irrecuperabili): gli
affreschi rimasero alterati e "gonfiati" e molte sculture furono
lesionate o rotte. Per salvarli dalle conseguenze dell’incendio, questi
affreschi vennero "strappati" dalle pareti e collocati su pannelli
rigidi (cannicciati ed eternit) e vennero così alla luce le "SINOPIE",
cioè i disegni preparatori in cui i maestri "fissavano" l'idea
originaria e che costituiscono un prezioso acquisto e grande elemento di
studio. Il problema della conservazione delle "Sinopie" del Camposanto
Monumentale di Pisa, si
presentò
fin dal 1947, quando le stesse furono rimesse alla luce dopo gli
"strappi" dei numerosi affreschi. Le sinopie vennero, in via
provvisoria, esposte sulle pareti del Camposanto, di seguitore staurate
ed esposte in una Sala per le Sinopie nel vicino padiglione degli
Spedali Riuniti di Santa Chiara.
Tutti gli affreschi rimasti in parete dopo
l’incendio vennero staccati e riportati su pannelli: tra i cicli
pittorici più interessanti troviamo le Storie di San Ranieri, patrono di
Pisa, che, iniziate da Andrea Bonaiuti da Firenze, furono ultimate -
alla sua morte - dal discepolo Antonio Veneziano. Seguono le storie dei
Santi Efisio e Potito, realizzate da Spinello Aretino ed infine le
Storie del Vecchio Testamento: iniziate da Piero di Puccio da Orvieto,
che dipinse solo le prime tre, furono ultimate, dopo un lungo
intervallo, da Benozzo Gozzoli.. Nel corso del '300 e del '400 celebri
artisti quali Piero di Puccio, Spinello Aretino, Benozzo Gozzoli, si
avvicendarono nell’ultimare la decorazione del Camposanto. Nacquero così
le animate e terrificanti allegorie del "Trionfo della Morte, del
"Giudizio Universale", dell'"INFERNO" e della "Tebaide". Miracolosamente
salvati dalle devastazioni della guerra – anche se in stato di degrado-,
questi 4 affreschi oggi sono esposti in appositi saloni.
Ad oggi alcune scene sono state restaurate, collocate su pannelli e
ricollocate in parete nella loro collocazione originaria: sono le
scene
della parete sud di Francesco Traini, Buonamico Buffalmacco, Taddeo
Gaddi, Piero di Puccio e Benozzo Gozzoli, primo passo per la
ricollocazione dell’intero ciclo. Sono già 459 mq quelli visibili
nuovamente in parete, su un totale di più di 2.000 metri quadrati
affrescati tra Tre e Quattrocento e che costituivano il ciclo più esteso
d’Europa.
In questi ultimi anni si è dovuto prendere atto che vistosi sintomi di
degrado, con sollevamenti e cadute dei pigmenti, stavano interessando
anche le scene del famoso ciclo del Trionfo della Morte, dipinte entro
la prima metà del Trecento da Buffalmacco: prima di porvi mano secondo
il protocollo finora seguito, la Direzione Lavori (che aveva visto
intanto Antonio Paolucci succedere al compianto Umberto Baldini) e il
coordinamento scientifico (Mauro Matteni e Maria Perla Colombini), in
pieno accordo con l’Opera della Primaziale Pisana, hanno ritenuto
necessario approfondire la diagnostica relativa allo specifico stato di
conservazione del ciclo. Sono stati dunque aggiornati i dati, acquisiti
ormai più di venti anni fa, sulle condizioni ambientali dell’edificio;
definito un preciso e dettagliato protocollo di monitoraggio che
assicuri la stabilità dei materiali impiegati nel corso del restauro in
rapporto alle condizioni ambientali, attuali e future; valutate nuove
tecniche di pulitura ed estrazione dei sali, nel frattempo affacciatesi
nel mondo del restauro. Al riguardo ottimi risultati si sono raggiunti
integrando con l’uso del Laser ad Erbio, dopo numerosi test di
laboratorio che ne hanno confermato sicurezza ed efficacia, metodi
chimici (carbonato di ammonio, resine a scambio anionico ecc.).
E’ stato quindi organizzato un gruppo di lavoro che coinvolge enti di
ricerca diversi, specializzati in tecnologie chimico-fisiche
d’avanguardia per i beni culturali. In particolare sono stati coinvolti
il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale (SCSBC) - Università di
Pisa; l’Istituto per i Processi Chimico-Fisici (IPCF) - CNR Pisa;
l’Istituto per la Conservazione e Valorizzazione dei Beni Culturali (ICVBC)
- CNR Firenze; l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) -
CNR Bologna.
Per facilitare l’interpretazione dei dati e per condividerli con tutti i
ricercatori interessati è stato deciso che i risultati delle analisi e
la descrizione di prove ed interventi venissero via via inseriti in un
Sistema Informativo in Rete, assieme a tutta la documentazione
archivistica e bibliografica già precedentemente raccolta.
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| Affresco di Buonamico Buffalmacco |
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| Trionfo della morte: particolare |
Trionfo della morte: particolare |
Sinopia: particolare |
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STORIA DELL'ORDINE DEI CAVALIERI DI
MALTA |
L'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme è una delle più
antiche Istituzioni della civiltà occidentale e cristiana. Presente in
Palestina attorno al 1050, è un Ordine religioso laicale,
tradizionalmente militare, cavalleresco e nobiliare. Tra i suoi 12.500
membri, alcuni sono frati professi, altri hanno pronunciato la promessa
di obbedienza. Gli altri tra cavalieri e dame che lo compongono sono
laici tutti votati all'esercizio della virtù e della carità cristiana.
Quello che distingue i Cavalieri di Malta è il loro impegno ad
approfondire la propria spiritualità nell'ambito della Chiesa e a
dedicare parte delle proprie energie al servizio dei poveri e dei
sofferenti.
L'Ordine dei Cavalieri di Malta rimane fedele ai suoi principi
ispiratori che sono sintetizzati nel binomio "Tuitio Fidei et Obsequium
Pauperum", ovvero la difesa della fede e il servizio ai poveri e ai
sofferenti, che si concretizzano attraverso il lavoro volontario di dame
e cavalieri in strutture assistenziali, sanitarie e sociali. Oggi
l'Ordine è presente in oltre 120 paesi con le proprie attività mediche,
sociali e assistenziali.
Caratteristiche
dell'Ordine
L'Ordine che conserva
le prerogative di un ente indipendente e sovrano, ha un proprio
ordinamento giuridico, rilascia passaporti, emette francobolli, batte
moneta e d vita ad enti pubblici melitensi dotati di autonoma personalit
giuridica.
A Capo dell'Ordine dall11 marzo 2008 il 79ー Gran Maestro Fra' Matthew
Festing, eletto a vita.
L'Ordine - la cui sede a Roma - intrattiene relazioni diplomatiche con
102 Stati in tutto il mondo - molti dei quali non cattolici - cui vanno
aggiunte rappresentanze presso alcuni importanti Paesi europei e presso
Organismi Europei ed Internazionali. L'Ordine di Malta neutrale,
imparziale e apolitico. Queste sue caratteristiche lo rendono
particolarmente adatto ad intervenire come mediatore tra gli Stati.
L'Ordine e la
Repubblica di Malta
Da alcuni anni
l'Ordine tornato anche a Malta, a seguito dell'accordo con il Governo
maltese che concede all'Ordine l'uso esclusivo di Forte Sant'Angelo per
99 anni. Situato nella citt di Birgu, il Forte appartenuto ai Cavalieri
dal 1530 fino all'occupazione dell'isola ad opera di Napoleone nel 1798.
Oggi, compiuti i necessari restauri, vi si svolgono attivit di carattere
storico e culturale.
960 anni di
storia1048
Gerusalemme
La nascita dell'Ordine risale al 1048. Sarebbero stati alcuni
mercanti dell'antica repubblica marinara di Amalfi ad ottenere dal
Califfo d'Egitto il permesso di costruire a Gerusalemme una chiesa, un
convento e un ospedale nel quale assistere i pellegrini di ogni fede o
razza. L'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme - la comunità monastica
dedita alla gestione dell'ospedale per l'assistenza dei pellegrini in
Terra Santa - diviene indipendente sotto la guida del suo fondatore il
Beato Gerardo. Papa Pasquale II, con la bolla del 15 febbraio 1113, pone
l’ospedale di San Giovanni sotto la tutela della Santa Sede, con diritto
di eleggere liberamente i suoi capi, senza interferenza da parte delle
altre autorità laiche o religiose. In virtù di tale bolla l'Ospedale
divenne Ordine esente dalla Chiesa. Tutti i Cavalieri erano religiosi,
legati dai tre voti monastici, di povertà, castità e obbedienza.
La costituzione del Regno di Gerusalemme ad opera dei crociati costringe
l'Ordine ad assumere la difesa militare dei malati, dei pellegrini e dei
territori sottratti dai crociati ai Musulmani. Alla missione ospedaliera
si aggiunge il compito di difesa della cristianità.
Successivamente viene adottata la bianca Croce Ottagona, che ancora oggi
rappresenta il simbolo dell’Ordine.
1310 a Rodi
Nel 1291 dopo la perdita di S. Giovanni d’Acri - ultimo
baluardo della Cristianità in Terra Santa - l'Ordine si stabilisce prima
a Cipro e poi dal 1310, sotto la guida del Gran Maestro Fra' Foulques de
Villaret, nell'isola di Rodi.
Da quel momento la difesa del mondo cristiano richiede una forza navale
e l'Ordine costruisce una potente flotta con cui solca i mari orientali,
impegnandosi a difendere la Cristianità in numerose e celebri battaglie
tra cui le crociate in Siria e in Egitto.
Fin dagli inizi l'indipendenza dagli altri Stati, in virtù di atti
pontifici, insieme con il diritto universalmente riconosciuto di
mantenere ed impegnare forze armate, costituisce la base della sovranità
internazionale dell'Ordine.
Fin dall'inizio del quattordicesimo secolo le istituzioni dell'Ordine e
i cavalieri che giungevano a Rodi da ogni parte d'Europa si riuniscono
in Lingue. Dapprima sette: Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Aragona
(Navarra), Inghilterra (con Scozia e Irlanda) e Alemagna. Nel 1492 viene
costituita l’ottava Lingua, quella di Castiglia, che insieme al
Portogallo, si era separata dalla Lingua d'Aragona. Ogni Lingua
comprendeva Priorati o Gran Priorati, Baliaggi e Commende.
L'Ordine era governato dal Gran
Maestro (Principe di Rodi) e dal Consiglio, batteva moneta e
intratteneva rapporti diplomatici con gli altri Stati. Le altre cariche
dell'Ordine venivano attribuite ai rappresentanti delle diverse Lingue.
La sede dell'Ordine, il Convento, era composto da religiosi di varia
nazionalit.
1530 a Malta
Dopo sei mesi di assedio e di cruenti combattimenti con la
flotta e l'esercito del Sultano Solimano il Magnifico, nel 1523 i
Cavalieri sono costretti ad arrendersi e ad abbandonare l'isola di Rodi,
con gli onori militari.
L'Ordine rimane senza territorio per alcuni anni, fino a quando nel 1530
il Gran Maestro Fra' Philippe de Villiers de l'Isle Adam prende possesso
dell'isola di Malta, ceduta all'Ordine dall'Imperatore Carlo V con
l'approvazione di Papa Clemente VII.
Viene stabilito che l'Ordine sarebbe rimasto neutrale nelle guerre tra
nazioni cristiane.
Nel 1565 i Cavalieri, guidati dal Gran Maestro Fra' Jean de la Vallette
(che dette il nome alla capitale dell'isola di Malta, Valletta),
difendono l'isola più di tre mesi nel corso del Grande Assedio Turco.
1571 la battaglia di
Lepanto
La flotta dell'Ordine, considerata una delle più potenti del
Mediterraneo, contribuisce alla distruzione della potenza navale degli
Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571.
1798 in esilio
Due secoli dopo e precisamente nel 1798, Napoleone Bonaparte
impegnato nella campagna d'Egitto, occupa Malta per il suo valore
strategico. I Cavalieri sono costretti ad abbandonare l'isola, anche a
causa della Regola dell'Ordine che impediva loro di alzare le armi
contro altri cristiani. Nonostante il Trattato di Amiens del 1802
riaffermasse i suoi diritti sovrani, l'Ordine non ha mai potuto
ritornare a Malta.
1834 a Roma
Dopo essersi trasferito temporaneamente a Messina, a Catania
e a Ferrara, nel 1834 l'Ordine si stabilisce definitivamente a Roma dove
possiede, garantiti da extraterritorialità, il Palazzo Magistrale, in
Via Condotti 68, e la Villa Magistrale sull'Aventino.
Il 20ー e il 21ー
secolo
La missione originaria dell'assistenza ospedaliera ritorna ad
essere l'attività principale dell'Ordine, che si intensifica nel corso
dell'ultimo secolo, grazie al contributo delle attività dei Gran
Priorati e delle Associazioni Nazionali presenti in numerosi paesi del
mondo. Le attività ospedaliere e di assistenza vengono svolte su larga
scala durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale sotto il Gran
Maestro Fra' Ludovico Chigi Albani della Rovere (1931-1951).
Sotto i Gran Maestri Fra' Angelo de Mojana di Cologna (1962-1988) e Fra'
Andrew Bertie (1988-2008), i progetti si intensificano ulteriormente
fino a raggiungere le regioni più remote del pianeta.
Per conoscere le attivit odierne
dell'Ordine possibile visitare la sezione Attivit mediche ed umanitarie
di questo sito
Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme
di Rodi e di Malta, comunemente abbreviato in Sovrano Militare
Ordine di Malta o anche semplicemente in Ordine di Malta, in
sigla SMOM, un ente con finalit assistenziali riconosciuto da
gran parte della comunit internazionale come soggetto di diritto
internazionale[1], pur essendo ormai privo, secondo alcune
autorevoli fonti dottrinarie, del fondamentale requisito della sovranit.
E' il principale successore dell'antico ordine dei Cavalieri Ospitalieri,
fondato nel 1050 e reso sovrano il 15 febbraio 1113.
Dal 1834 l'Ordine ha sede a Roma in Via Condotti, a due passi da Piazza
di Spagna; presente in oltre 120 paesi con iniziative a carattere
benefico ed assistenziale ed riconosciuto come ente sovrano, pertanto la
sua sede, il Palazzo Magistrale e la Villa di Santa Maria del Priorato
sull'Aventino godono dello status di extraterritorialit. L'attuale
Principe e Gran Maestro Mattew Festing, eletto nel 2008.
Il suo motto Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum (traduzione dal
latino: Difesa della fede e aiuto ai poveri). L'Ordine batte una
sua moneta numismatica, lo scudo maltese, immatricola veicoli con targa
SMOM, e celebra la sua festivit nazionale il 24 giugno.
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ALTRE NOTIZIE SUL CNR |
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CNR
Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) è Ente pubblico nazionale
con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e
valorizzare attività di ricerca nei principali settori di sviluppo delle
conoscenze e delle loro applicazioni per lo sviluppo scientifico,
tecnologico, economico e sociale del Paese. Un obiettivo che l'Ente
vuole perseguire, dopo la riforma attuata con il decreto legislativo N.127
del 4 giugno 2003, alla luce di una missione ambiziosa: rappresentare
una risorsa da valorizzare per lo sviluppo socio - economico del Paese.
Alla base, il convincimento che l'attività di ricerca e sviluppo,
determinante per la competitività del sistema economico nazionale, possa
generare nuova occupazione, maggior benessere e maggiore coesione
sociale. Nel nuovo modello progettato per il CNR, la necessità di
contemperare la salvaguardia di spazi per la ricerca spontanea a tema
libero, si incontra con l'esigenza di definire obiettivi concordati e
credibili, e di perseguirli in modo strutturato, come avviene da tempo
nei principali paesi industrializzati, "cucendo" fra loro gli apporti
delle varie unità di ricerca e limitando i danni della dispersione
territoriale. E' questa l'organizzazione a commesse, dove il committente
dell'attività di ricerca è rappresentato dagli undici Dipartimenti -
Terra e Ambiente; Energia e Trasporti; Agricoltura e Alimentazione;
Medicina; Scienze della Vita, Progettazione Molecolare, Materiali e
Dispositivi, Sistemi di Manifattura avanzati; Tecnologie
dell'Informazione e della Comunicazione; Identità culturale; Patrimonio
Culturale - che definiscono i progetti, sulla base dei bisogni
potenziali di ricerca, e li varano attraverso veri e propri bandi,
rivolti agli Istituti. Questi ultimi rappresentano le strutture che
svolgono la ricerca e si caratterizzano per le competenze, le
attrezzature sperimentali, l'eccellenza dei ricercatori.
La struttura complessiva risultante è la cosiddetta "struttura a
matrice", dove i programmi e le competenze sono distinti e
incrociati fra loro. In particolare, la struttura a matrice del CNR
vede 85 macro - progetti e circa 650 commesse. Quanto alla
distribuzione territoriale, il CNR è presente in tutta Italia attraverso
una rete di istituti, al fine di favorire una diffusione capillare delle
proprie competenze su tutto il territorio nazionale ed agevolare i
contatti e le collaborazioni con enti e industrie locali. La struttura
organizzativa è così composta:
Presidente; Vicepresidente; Consiglio di Amministrazione; Consiglio
Scientifico Generale; Collegio dei Revisori dei Conti; Comitato di
valutazione; Comitato per le Pari Opportunità; Uffici della Presidenza;
Direzione Generale; Amministrazione Generale; Rete scientifica
(Dipartimenti ed Istituti).
La rete scientifica del CNR è composta dai dipartimenti, con compiti di
programmazione coordinamento e controllo, dagli istituti, presso i quali
si svolgono le attività di ricerca e, limitatamente a singoli progetti a
tempo definito, da unità di ricerca presso terzi. I dipartimenti
sono le unità organizzative, definite in ragione delle diverse macro
aree di ricerca scientifica e tecnologica in cui è strutturato l'Ente,
con compiti di programmazione, coordinamento e controllo dei risultati.
Essi sono articolati in progetti di ricerca individuati per classi di
obiettivi omogenei. I progetti svolgono funzioni di committenza per il
segmento di attività di ricerca di rispettiva competenza. Attraverso i
progetti vengono esplicitati gli elementi caratterizzanti la domanda di
ricerca, in termini colloquiali viene mostrato "dove vogliamo arrivare".Terra
e Ambiente Energia e Trasporti Agroalimentare Medicina Scienze della
Vita Progettazione Molecolare Materiali e Dispositivi Sistemi di
Produzione ICT - Tecnologie dell'Informazione e delle Comunicazioni
Identità Culturale Patrimonio Culturale
Gli istituti del CNR sono le unità che svolgono le attività di
ricerca e si caratterizzano per le competenze, le attrezzature
sperimentali e l'eccellenza dei ricercatori.
Regolamenti del CNR
A seguito della pubblicazione sul Supplemento Ordinario n. 101 della
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 124 del 30 maggio 2005,
entrano in vigore dal 1° giugno 2005 i nuovi Regolamenti di riforma del
CNR previsti dal Decreto Legislativo n. 127 del 4 giugno 2003 (G. U.
Serie Generale n.129 del 6 Giugno 2003), in base alla RlfQI1J}9~J~ICNR.
La sezione "Documenti istituzionali del CNR" rappresenta il
contenitore informatico di una serie di documenti e relazioni prodotte
negli anni dagli Organi di vertice dell'Ente, dagli uffici
dell'Amministrazione Centrale e dalla Rete Scientifica in ambito di
programmazione scientificoeconomica delle attività e di conseguente
misurazione e divulgazione dei risultati ottenuti. Allo scopo di
facilitarne la consultazione, la documentazione raccolta è stata
suddiviva nelle seguenti quattro tematiche :
Documenti programmatici
Relazioni di consuntivo
Documenti di bilancio
Regolamento
Il Consiglio Nazionale delle Ricerche:
svolge, promuove e coordina attività di ricerca con obiettivi di
eccellenza in ambito nazionale e internazionale, finalizzate
all'ampliamento delle conoscenze nei principali settori di sviluppo,
individuati nel quadro della cooperazione ed integrazione europea e
della collaborazione con le università e con altri soggetti sia pubblici
sia privati;
nell'ambito del piano triennale delle attività di cui all'articolo 16,
definisce e realizza programmi autonomi e partecipa a programmi
internazionali di ricerca, sostenendo altresì attività scientifiche e di
ricerca di rilevante interesse per il sistema nazionale;
svolge attività di comunicazione e promozione della ricerca, curando la
diffusione dei relativi risultati economici e sociali all'interno del
Paese;
svolge attività di certificazione, prova ed accreditamento per le
pubbliche amministrazioni;
svolge attività di sostegno ad idee progettuali per iniziative di
ricerca in fase nascente;
promuove e realizza iniziative che integrino la ricerca pubblica con
quella privata, anche al fine di acquisire risorse ulteriori per il
finanziamento di progetti congiunti ;
assicura la realizzazione e la gestione di grandi attrezzature
scientifiche e tecnologiche;
collabora con le regioni e le amministrazioni locali, al fine di
promuovere attraverso iniziative di ricerca congiunte lo sviluppo delle
specifiche realtà produttive del territorio;
promuove la valorizzazione a fini produttivi e sociali e il
trasferimento tecnologico dei risultati della ricerca svolta o
coordinata dalla propria rete scientifica ;
promuove I'internazionalizzazione del sistema italiano della ricerca
scientifica e tecnologica al fine di accrescerne la competitività e la
visibilità, partecipando ai grandi programmi di ricerca e agli organismi
internazionali, fornendo su richiesta di autorità governative competenze
scientifiche, garantendo la collaborazione con enti ed istituzioni di
altri paesi nel campo scientificotecnologico e nella definizione della
normativa tecnica;
effettua la valutazione dei risultati dei programmi di ricerca, del
funzionamento delle proprie strutture e dell'attività del personale,
sulla base di criteri di valutazione definiti dal Ministero
dell'istruzione, dell'università e della ricerca;
promuove la formazione e la crescita tecnico-professionale dei
ricercatori italiani, attraverso l'assegnazione di borse di studio e
assegni di ricerca, nonche promuovendo e realizzando sulla base di
apposite convenzioni con le università, corsi di dottorato di ricerca
anche con il coinvolgi mento del mondo imprenditoriale;
svolge, su richiesta, attività di consulenza tecnico-scientifica sulle
materie di propria competenza, a favore del Ministero dell'istruzione,
dell'università e della ricerca, delle altre pubbliche amministrazioni,
delle imprese o di altri soggetti privati;
nell'ambito del perseguimento delle proprie attività istituzionali può
fornire servizi a terzi in regime di diritto privato.
Le attività del C.N.R. si articolano in macro aree di ricerca
scientifica e tecnologica a carattere interdisciplinare, individuate in
numero comunque non superiore a dodici dal consiglio di amministrazione
previo parere favorevole del Ministro dell'istruzione, dell'università e
della ricerca, in relazione allo sviluppo degli scenari e delle
opportunità
Innovazioni
Il CNR promuove la valorizzazione dei risultati e delle competenze a
fini produttivi e sociali e il trasferimento tecnologico dei risultati
della ricerca svolta.
Attraverso la sua organizzazione a matrice, che incrocia la grande rete
di Istituti distribuiti su tutto il territorio nazionale con i
Dipartimenti tematici, il CNR è in grado di rispondere tempestivamente
alle esigenze del sistema produttivo, mettendo a disposizione le
competenze più adeguate
indipendentemente dalla loro collocazione geografica.
A questo fine è stata di recente istituita presso la Presidenza la
funzione del Tecnology Transfert Office che promuove e coordina
iniziative a supporto dei Dipartimenti e della rete scientifica
finalizzate a:
diffondere le competenze e le risorse strumentali disponibili
all'interno del CNR per aumentarne l'utilizzo da parte delle imprese
valorizzare i risultati della ricerca, traducendoli in innovazione di
prodotto e di processo industriale
stabilizzare i rapporti tra il CNR, l'Università e il sistema produttivo
e dei servizi.
Questo attraverso :
un'offerta ad ampio spettro di prodotti della ricerca
la creazione di imprese ;;Spin - off,
La tutela e valorizzazionedelle proprietà intellettuali
la partecipazione a Consorsi, società ed altri organismi
la divulgazione scientifica
Per saperne di più prego andare a www.cnr.it
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IL CONTE UGOLINO DELLA
GHERARDESCA |
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Il conte Ugolino
della Gherardesca
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« Poscia che fummo al quarto dì venuti
Gaddo mi si gettò disteso a' piedi,
e disse: "Padre mio, ché non m'aiuti?".
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra il quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti
Poscia, più che il dolor, poté il digiuno. » |
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(Inferno XXXIII, 67-75) |
Il conte Ugolino della Gherardesca (Pisa, circa 1220 – Pisa, marzo
1289) era un aristocratico toscano, uomo politico ghibellino
(patteggiò per i guelfi) e comandante navale del XIII secolo.
Ugolino ricopriva un'importante serie di cariche nobiliari: era infatti
Conte di Donoratico, secondo in successione come Signore del
Cagliaritano e Patrizio di Pisa; divenne Vicario di Sardegna nel 1252
per conto del Re Enzo di Svevia, e fu uno dei vertici politici di Pisa
dal 18 aprile 1284 (come podestà) al 1 luglio 1288, giorno in cui
fu deposto dal ruolo di capitano del popolo.
Gli attriti con Ruggeri degli Ubaldini (arcivescovo di Pisa
nonché capofazione ghibellino) portarono la sua posizione a peggiorare a
tal punto che finì con alcuni figli e nipoti rinchiuso in una torre,
dove morì per inedia nel marzo 1289.
La sua figura fu rappresentata, vent'anni dopo, nel canto XXXIII dell'Inferno
della Divina Commedia
di Dante Alighieri.
La
storia
Gioventù e passato militare [modifica]Ugolino
nacque a Pisa da una famiglia di origine longobarda, i della
Gherardesca, che grazie alle connessioni con la casata degli
Hohenstaufen godeva di possedimenti e titoli in quella regione (allora
territorio della Repubblica di Pisa) e difendeva le posizioni dei
ghibellini in Italia.
Questo ben si adattava alle esigenze politiche di una città come Pisa,
che storicamente appoggiava l'Impero contro il Papato.
Egli era però passato alla fazione guelfa grazie a una serie di
frequentazioni e a un'amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti,
tanto che una delle sue figlie andò in sposa a Giovanni Visconti,
Giudice di Gallura. Tra il 1271 e il 1274 guidò una serie di disordini
contro il podestà imperiale ai quali partecipò lo stesso Visconti, e che
finirono con l'arresto di Ugolino e l'esilio per Giovanni. Morto
Giovanni nel 1275, Ugolino fu mandato in esilio – un confino terminato
qualche anno dopo manu militari, grazie all'aiuto di Carlo I
d'Angiò.
Nuovamente inserito nel tessuto politico pisano, fece valere la propria
formazione diplomatica e bellica: nel 1284 era uno dei comandanti della
flotta della repubblica marinara, e ottenne piccole vittorie militari
contro Genova nella guerra per il controllo del Tirreno che era
scoppiata quello stesso anno. Partecipò anche alla battaglia della
Meloria del 1284, dove Pisa fu pesantemente sconfitta e in seguito alla
quale perse territorio e influenza.
Secondo alcune testimonianze dell'epoca, durante la battaglia, Ugolino
non riuscì a concludere alcune manovre navali, in particolare il ritiro
di alcuni vascelli da una parte dello specchio d'acqua per rinforzarne
altri: si convenne dunque che Ugolino stesse cercando di scappare con le
forze a sua disposizione, e si generò il sospetto che fosse null'altro
che un disertore, fermato più dal precipitare degli eventi che da un
effettivo ripensamento.
Ascesa politica e trattative di
pace
Conclusa l'esperienza con la marina, e nonostante le accuse che gli
venivano rivolte, Ugolino fu nominato prima podestà (1284) e poi
capitano del popolo (1286) assieme al figlio di Giovanni Visconti,
Nino. Egli ricopriva questa carica in un momento difficilissimo per la
Repubblica: approfittando infatti della semi-distruzione della flotta
pisana, Firenze e Lucca, tradizionalmente guelfe, attaccarono la città.
Avere un vertice guelfo a capo di una città ghibellina avrebbe aumentato
le possibilità di dialogo e smorzato i contrasti tra i governi, a patto
di poter contare su una personalità forte.
Ugolino prese per prima cosa contatti con Firenze, che pacificò
corrompendo, per mezzo delle sue cospicue amicizie, alcune alte cariche
della città. In qualità di uomo più influente di Pisa prese poi contatti
coi Lucchesi, che desideravano la cessione dei castelli di Asciano,
Avane, Ripafratta e Viareggio; pur sapendo che per Pisa si trattava di
una concessione troppo ampia, essendo tali piazzeforti una serie di
punti chiave del sistema difensivo cittadino, acconsentì alle pretese di
Lucca, e con questa convenne in segreto di lasciarle senza difesa. Alla
conclusione dell'operazione, che fattivamente poneva fine al conflitto,
Pisa manteneva il controllo delle sole fortezze di Motrone, Vico Pisano
e Piombino.
I negoziati di pace con Genova non furono meno dolorosi: riguardo al
fallimento delle trattative esistono due versioni, probabilmente diffuse
dalle fazioni politiche coinvolte. Secondo una leggenda di chiara
origine ghibellina, Ugolino decise non cedere alle richieste genovesi –
il passaggio di mano della rocca di Castro, in Sardegna – in cambio dei
prigionieri pisani per impedire il rientro di alcuni capi ghibellini
imprigionati a Genova. Secondo una voce più probabilmente guelfa, alcuni
tra i prigionieri avevano dichiarato, interpretando l'umore di tutti,
che avrebbero preferito morire piuttosto di vedere una piazzaforte
costruita dagli antenati cadere senza combattere, e se fossero stati
liberati avrebbero impugnato le armi contro chiunque avesse consentito
uno scambio tanto disonorevole.
Potere assoluto e lotte
intestine
Curiosamente, l'insieme delle trattative riuscì ad accontentare chiunque
all'infuori di Pisa, e a scontentare tutti i Pisani: i ghibellini
cominciavano a guardarlo come un traditore in battaglia come in
politica, per essere passato alla parte guelfa in gioventù, per la
"diserzione" della Meloria e per il sacrificio dei capi ghibellini a
Genova, al momento destinati alla vendita come schiavi; i guelfi lo
consideravano ambiguo, privo di una vera affidabilità per le proprie
origini ghibelline, dalla concessione facile nei confronti dei nemici e
troppo avido di ricchezze e potere per costituire una guida sicura per
la città.
Il duumvirato con Nino ebbe dunque vita breve: costui decise di
appropriarsi del titolo di podestà insediandosi nel palazzo comunale, e
si avvicinò alla maggioranza ghibellina entrando in contatto con
l'arcivescovo, nonché capofazione del patriziato e dei sostenitori
dell'Impero, Ruggeri degli Ubaldini.
Il conte reagì con assoluta fermezza: nel 1287 scacciò e fece demolire i
palazzi di alcune famiglie ghibelline prominenti, occupò con la forza il
palazzo del Comune, ne scacciò il nuovo podestà e si fece proclamare
signore di Pisa.
Nell'aprile dello stesso anno giunse a Pisa una delegazione di
ambasciatori genovesi per trattare la pace e decidere sulla sorte dei
numerosi prigionieri della Meloria, per la cui liberazione si era deciso
di abbassare il riscatto: anziché la cessione del Castro, Genova si
sarebbe accontentata di una somma in denaro.
Ugolino della Gherardesca, all'apice del potere, vide però nel ritorno
dei prigionieri una minaccia, tanto più che questi gli avevano giurato
vendetta per il fallimento delle trattative iniziali: in risposta alla
legazione, che rientrò a Genova a mani vuote, le navi pisane
cominciarono ad aggredire i mercantili genovesi nell'alto Tirreno, per
mano dei corsari sardi.
Per scongiurare che anche il nipote Nino diventasse una minaccia
all'unità del proprio potere, fece rientrare in città alcune delle
famiglie ghibelline scacciate (i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi),
le cui milizie si unirono a quelle dei della Gherardesca: una mossa che
valse una parziale pacificazione con Ruggeri degli Ubaldini, il quale
fece finta di non vedere quando il Visconti gli chiese appoggio contro
le forze politiche schierate contro di lui.
Esasperazione popolare e
vendetta
Esiliato il nipote, sistemata la questione con Genova e pacificate
Firenze e Lucca, il conte Ugolino, dall'alto del proprio potere ormai
quasi assoluto, si permise il lusso di rifiutare un'alleanza con
l'arcivescovo in un momento delicatissimo per la storia della
Repubblica: dopo una serie di lotte intestine che impedirono la
ricostruzione di una flotta militare, e dopo che si era indebolita
proprio per questa ragione quella mercantile, nel 1288 Pisa soffriva di
un drammatico caroviveri, che limitava al minimo la circolazione delle
merci e soprattutto impediva il continuo e corretto approvvigionamento
della popolazione.
Le tensioni che si crearono tra le grandi famiglie pisane causarono una
serie di rivolte e scontri, nei quali le famiglie della maggioranza
ghibellina appoggiata da Ruggeri degli Ubaldini (Gualandi, Sismondi,
Lanfranchi, Orlandi, Ripafratta) si opposero con le armi alle famiglie
della minoranza guelfa appoggiata dal conte (Visconti, Gaetani,
Upezzinghi): entrambe le fazioni erano state aumentate nel numero dei
combattenti dalla penetrazione di guelfi e ghibellini travestiti da
mercanti.
Il casus belli fu la morte di un nipote dell'arcivescovo,
avvenuta per mano dello stesso Ugolino, durante un violento alterco che
quest'ultimo aveva avuto con un familiare. Il 1° luglio 1288,
dopo avere partecipato nella chiesa di San Bastiano ad un consiglio che
doveva decidere della pace con Genova, ma che si sciolse senza
concludere nulla, Ugolino si ritrovò coinvolto coi suoi in una serie di
violenti attacchi, in cui morì Balduccio della Gherardesca, un figlio
naturale del conte.
Dopo un'accanita resistenza, sopraffatto coi suoi dai ghibellini,
Ugolino si chiuse verso mezzogiorno coi familiari nel palazzo del
Comune, dove rimase a difendersi disperatamente fino a sera e donde uscì
solo dopo che fu appiccato il fuoco all'edificio.
Furono allora rinchiusi nella Muda, una torre di proprietà dei
Gualandi, che fu una durissima prigione per Ugolino, i figli Gaddo e
Uguccione, e i nipoti Anselmuccio e Lapo. Per ordine
dell'arcivescovo, nel frattempo autoproclamatosi podestà, nel marzo 1289
fu dato ordine di gettare la chiave della prigione nell'Arno, e di
lasciare i cinque prigionieri morire di fame.
I loro corpi furono trasportati post mortem al chiostro della
Chiesa di San Francesco, sempre a Pisa, dove rimasero fino a 1902; in
quell'anno infatti le spoglie dei cinque furono ricomposte e portate
all'interno della Cappella della Gherardesca [1].
La leggenda
Se la biografia di Ugolino della Gherardesca è suffragata da alcune
prove storiografiche, la terribile fine del conte nei suoi tragici
aspetti deve la sua fama e la sua diffusione esclusivamente a Dante
Alighieri, che lo collocò nell'Antenora, ovvero il secondo girone
dell'ultimo cerchio dell'Inferno (a metà tra i canti XXXII e XXXIII),
tra i traditori.
Secondo Dante, i prigionieri morirono per inedia lentamente e tra atroci
sofferenze, e prima di morire i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi
delle loro carni. Nel poema, Ugolino afferma che più che il dolor
poté il digiuno, con una doppia, ambigua interpretazione: in un
caso, il conte ormai impazzito si ciba della progenie; nell'altro,
resiste alla fame e lascia che sia la fame a dare il colpo di grazia a
un uomo già distrutto dal dolore per la perdita dei figli.
La prima conclusione, la più terrificante e raccapricciante, fu quella
che convinse maggiormente l'ampio pubblico della Commedia, almeno
inizialmente: per questa ragione Ugolino è passato alla storia come il
conte cannibale e viene spesso rappresentato con le dita delle
mani strappate a morsi ("ambo le man per lo dolor mi morsi", Inf
XXXIII, 57) per la costernazione, come nella scultura I Cancelli
dell'Inferno di Auguste Rodin, e Ugolino e i suoi figli di
Jean-Baptiste Carpeaux.
Studi più recenti hanno invece portato gli studiosi ad optare per la
seconda scelta, cioè quella secondo la quale il Conte sia morto per la
fame che lo opprimeva da quasi una settimana.
Ugolino appare nell'Inferno sia come un dannato che come un demone
vendicatore, che affonda i denti per l'eternità nel capo
dell'arcivescovo Ruggeri.
Le recenti analisi
Nel 2002, l'antropologo Francesco Mallegni trovò quelli che vennero
considerati come i resti di Ugolino e dei suoi familiari. Le analisi del
DNA delle ossa evidenziarono che si trattava di cinque individui di tre
generazioni della stessa famiglia (padre, figli e nipoti), e ricerche
effettuate sugli attuali discendenti dei della Gherardesca portarono
alla conclusione che i resti umani appartenevano a membri della stessa
famiglia, con uno scarto del 2%, fatto peraltro più che ovvio
trattandosi di una cappella funeraria privata. Quindi l'identificazione
è da ritenersi ragionevolmente sicura. Tuttavia, nel 2008 la
Soprintendente ai Beni Archivistici della Toscana Paola Benigni ha
smentito tali teorie, dimostrando, attraverso un attento studio storico,
che non si poteva trattare di Ugolino e famiglia.
Il paleodietologo che seguì la ricerca non crede ci sia stato alcun
cannibalismo: le analisi delle costole del presunto scheletro di Ugolino
hanno rivelato tracce di magnesio ma non di zinco, che sarebbe invece
evidente nel caso in cui avesse consumato carne nelle settimane prima
del decesso.
Risulterebbe abbastanza evidente, invece, l'inedia di cui hanno sofferto
le vittime prima della morte: Ugolino era un uomo molto anziano (più che
settuagenario) ed era quasi senza denti quando fu imprigionato, il che
rende ancor più improbabile che sia sopravvissuto agli altri e abbia
potuto cibarsene in cattività.
Inoltre, Mallegni ha sottolineato che il più anziano degli scheletri
aveva la scatola cranica danneggiata: se si trattava di Ugolino, si può
affermare che la malnutrizione ha peggiorato sensibilmente le sue
condizioni, ma non è stata l'unica causa di morte.
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