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| Tavolo della Presidenza |
Consegna al Gen.le Leso della Paul Herris |
Consegna della megaglia al Gen. Leso |
Nella Conviviale del 4 Febbraio 2004 al Jolly
Hotel Cavalieri alla presenza di 57 fra soci ed ospiti, abbiamo avuto
l’onore di ospitare il Generale di Brigata Leso Comandante della 2^
Brigata Mobile dei Carabinieri, il Ten.te Colonnello Volpe comandante
la stazione dei Carabinieri di Pisa e la toccante presenza della
vedova del Luogotenente Fregosi, accompagnata dal giovane figlio anche
lui nell’arma dei Carabinieri. Si è svolta la Conviviale ed alle 22
il Presidente suona la campana ed invita i presenti a rendere onore
alla bandiere al suono degli inni. Dopo un minuto di silenzio in onore
dei caduti di Nassiriya il Presidente presenta le autorità e il
Gen.le B. Leso tiene la relazione prevista “LE MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO
DEI CARABINIERI”. Al termine viene letta la motivazione per la
consegna della Paul Harris Fellow alla 2^ Brigata Mobile dei
Carabinieri. L’onorificenza viene consegnata al Gen.le Lesa dal
Presidente il quale consegna al Generale il Gagliardetto del Club e la
medaglia d’srgento della costituzione del Club. Al fianco del tavolo
sono esposte le bandiere Italiana, Europea e di S. Marino.Al lato
opposto il guidone del Club.
Prende la parola il Presidente con la presentazione che riporto
integralmente.
Autorità militari,
graditi ospiti, amici ed amiche nel rotary, a tutti un caloroso
saluto di benvenuto. .
Nel corso di questo incontro ascolteremo la relazione del generale
Leso sulle missionI dei CC all'estero e successivamente procederemo
alla consegna della PHF alla 2° Brigata mobile.
Il tema scelto non è casuale, sia per l'importanza che tali
missioni vanno rivestendo s!a per i tragici fatti che hanno
coinvolto, a Nassiriya gli uomini del contingente Italiano.
Abbiamo voluto affidare al Gen.le Leso il compito di parlarci di
queste missioni perché è stato il primo comandante del MSU (Unità
Multinazionale Specializzata) in Bosnia Erzegovina, ed oggi quale
comandante della 2° Brigata mobile inquadra i carabinieri che fanno
parte delle missioni all'estero.
Quindi, se non una testimonianza diretta di quanto è
avvenuto a Nassiriya, certamente una testimonianza informata ed
autorevole.
Ma ciò che ci ha spinto a prendere questa iniziativa, non è stato
il desiderio di sapere, che pure è forte, quanto la volontà di
testimoniare, di manifestare, la nostra vicinanza ed adesione al
senso del dovere, alla compostezza con la quale i militari e le
famiglie dei caduti hanno reagito al vile e proditorio attacco di
Nassiriya.
Un
mese prima di quell'evento, un militare dell'arma, che vantava
amicizie nel nostro Club, mi fece pervenire, loro tramite, richieste
di carattere umanitario alle quali ci accingevamo a dare una
risposta; mi riferisco al Luogotenente Fregosi. Alla Sua vedova ed
al 'figlio, presenti fra noi, va la nostra affettuosa partecipazione
.
Ma anche le immagini che la televisione ha mostrato di vari militari
che si apprestano a dividere la mensa con una famiglia irachena, in
un apparente clima di serenità, le testimonianze, numerose, sullo
spirito con cui i nostri soldati in genere, ed i carabinieri in
particolare, affrontano queste missioni di pace, hanno fatto
maturare in noi tutti la volontà di riconoscere in quei
comportamenti l'essenza dello spirito rotariano. Infatti, mentre
il Rotary vuole propagare la comprensione, la buona volontà e la
pace fra nazione e nazione, mediante il diffondersi nel mondo di
relazioni amichevoli fra gli esponenti delle varie attività
economiche, i nostri militari, nell'adempiere alla loro missione,
mettono in atto comportamenti, come sarà fra poco letto nella
motivazione, che contribuiscono in modo significativo alla
diffusione della pace fra i popoli. Sono presenti in armi; ma per
riportare ordine e sicurezza in un paese in cui i diritti sono stati
calpestati da anni, l'ordine e la sicurezza, il rispetto fra le
varie etnie, sono le condizioni propedeutiche affinché fra gli
stessi abitanti iracheni, possono svilupparsi relazioni di pacifica
convivenza.
Sono quindi presenti per la pace, per la ricostruzione, per la
pacificazione, per aiutare il popolo Iracheno a superare sia le
tragedie della dittatura sia l'epilogo della guerra.
Ma essere presenti in quell'area significa anche dare un forte
contributo allo sviluppo di relazioni fra il nostro paese, quelle
popolazione ed i suoi futuri governanti, significa anche contribuire
alla sicurezza dell' Italia.
Vorrei anche ricordare e ringraziare per la loro opera tutti gli
uomini, militari e volontari, che fanno parte delle missioni
all'estero, in particolare il Gen.le Bertolini da poco rientrato da
una di queste missioni.
Un pensiero va ai caduti: "
che la pace eterna vegli su questi morti, carabinieri, soldati e
civili, uniti sotto l'unica bandiera, il nostro tricolore, con la
speranza che non vengano dimenticati."
Mi sento di esprimere a nome di tutto il club e dei nostri familiari
l'orgoglio dr avere dei militari, appartenenti a tutte le armi, ma
anche dei volontari che portano alto l'onore del nostro paese nella
tradizione di rispetto dei valori umani che hanno sempre
contraddistinto il nostro popolo.
Grazie all' Arma dei Carabinieri, grazie generale Leso, grazie ai
carabinieri della 2° Brigata.
Al termine presenta il Generale di Brigata B.
Lesa con un ampio curriculum di cui riporto le parti essenziali.
Generale di Brigata dei Carabinieri LEONARDO
LESO.
Dal collegio Navale “Morosini” di Venezia
passa all’Accademia Militare di Modena e ne esce Tenente dei
Carabinieri in servizio permanente effettivo nel 1972. Ha una
lunghissima carriera di servizio sia in Italia che all’Estero. Nel
1999 in Bosnia ha costituito ed è stato il primo comandante di MSU,
Unità Multinazionale Specializzata nell’ambito della NATO. Dopo una
breve parentesi in Italia come comandante della Scuola Allievi
Carabinieri di Roma è tornato nelle missioni all’Estero al comando
del MSU. Rientrato in Patria ha costituito e comanda la 2^ Brigata
Mobile Carabinieri. Nel 1987 ha conseguito la laurea in giurisprudenza
presso l’Università di Napoli. Ha ricevuto numerosi encomi ed elogi
per operazioni di servizio. Il Generale Leso è stato insignito di
varie medaglie e decorazioni anche straniere, fra cui la legione al
Merito del Congresso degli Stati Uniti e la più alta decorazione
militare nazionale, la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia.
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Il Gen.le Leso durante la conferenza |
Premiazione della Vedova Fregosi |
Il Presidente con il Gen.le di B. Leso |
Conferenza del Generale di
Brigata dei Carabinieri Leonardo Leso
LE MISSIONI MILITARI ALL'ESTERO DEI
CARABINIERI |
Il Gen.le di Brigata
Lesa ci ha intrattenuto su di un argomento di attualità sia per le
vicende militari di prevenzione all’estero, sia per i luttuosi fatti
di Nassiriya: LE MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO DEI CARABINIERI. Ha
iniziato con cenni storici fin dal 1814, anno in cui sono nati come
forza militare e di polizia alle dipendenze di Casa Savoia, ed
attraverso un carosello di interventi militari e di ordine pubblico,
dal periodo delle guerre d’Indipendenza del regno di Sardegna fino
ai tempi nostri sia in Italia sia in moltissime nazioni del mondo
(persino in Cina nella rivolta dei Boxer). I Carabinieri si sono
sempre distinti, oltre che come forza militare deterrente, con quel
tatto umano con cui sono riusciti a conquistare le simpatie della
gente locale. I Carabinieri sono stati ammirati da tante nazioni al
punto che è stato proposto di creare una gendarmeria europea basata
sulla struttura operativa dei Carabinieri. Questi, oltre ad avere una
struttura militare, hanno anche funzioni UMANITARI, di SICUREZZA e
funzioni SPECIALI (dall’assistenza militare, all’addestramento all’antiterrorismo
ecc.). Dalla caduta della dittatura comunista dell’est si è
verificata una instabilità, dovuta all’estremo nazionalismo sia
politico che religioso, nell’est euro asiatico e nel blocco
orientale nell’area Balcanica. Da qui è nata l’esigenza di una
difesa militare contro le violenti sopraffazioni imperialistiche, ma
anche di portare la sicurezza sia all’interno delle singole realtà
locali, sia di riflesso di una sicurezza del nostro paese e della
nostra stabilità socio politica. Ne è esempio il terrorismo
internazionale e il flusso continuo di immigrazione clandestina che
porta con se tutto un campionario de azioni malavitosi dalla droga
alla prostituzione al traffico di organi ecc. E’ stato necessario
quindi fare in modo che le Forze Armate avessero sì una capacità
militare ma anche una professionalità come FORZE DI SICUREZZA: quindi
è automatico il passaggio da un concetto di Difesa ad uno di Difesa-
Sicurezza. Viste le sperimentate capacità in questo campo dei
Carabinieri, sono stati chiamati nell’ambito delle
Forze
Armate nazionali ed alleate, ad organizzarsi in un nucleo di attività
di Polizia MSU. Nasce così la 2^ BRIGATA MOBILE formata da 1°
Reggimento CC par. “Tuscania”; 7° Reggimento CC “Trentino Alto
Adige”; 13° Reggimento CC “Friuli Venezia Giulia” ; Gruppo d’Intervento
Speciale. Questa forza risponde ai requisiti richiesti dalla
situazione attuale: capacità militare/speciali e di polizia; un
raggruppamento mono arma con una struttura di comando molto agile;
risponde alle esigenze organizzative/addestrative/logistiche
indispensabili nelle missioni all’estero; è in condizioni di
effettuare uno schieramento calibrato sul tipo fase/ambiente / genere
in qualsiasi grado di conflittualità militare e sociale nelle diverse
situazioni. L’MSU nasce nell’estate 1998 su iniziativa della NATO
col compito di ristabilire e mantenere un ambiente sicuro nei luoghi
interessati, essendo una forza militare specializzata in attività di
polizia con compiti di ORDINE E SICUREZZA PUBBLICA. Le forze militari
convenzionali non possono avere tali funzioni dato che formazioni
internazionali creano confusione vista la disomogeneità sia di lingua
efficienza e di procedure operatine, quindi senza autonomia logistica
e rapidità di autodifesa. L’MSU è specializzata nell’attività
di polizia, ha competenza sul teatro operativo, ha autonomia operativa
e logistica. E’ lo strumento adatto per l’intelligence sul crimine
organizzato, sull’antiterrorismo; ha un’attività di polizia in
generale con gli strumenti di pattugliamento, raccolta informazioni,
azioni antisommossa, attività info-investigativa. Con questo sistema
i Carabinieri della MSU hanno sequestrato moltissime armi, scoperto
sacche di terrorismo, tengono l’ordine pubblico, tutelano l’ambiente
(recuperati moltissimi reperti archeologici) combattono la
prostituzione, il traffico di esseri umani, il contrabbando di
qualsiasi genere, ricettazione di auto rubate, combattono le
organizzazioni criminali. Si trovano a combattere contro attentati /
intimidazioni / violenze /omicidi a sfondo interetnico religioso e
politico, il tutto causato dalla mancanza dello stato democratico e
dei sistemi giudiziari, mancanza del senso della legalità, acuti
contrasti etnici religiosi: non ultima la posizione geografica ideale
per i traffici illeciti e ampia disponibilità di armi e munizioni che
portano alla creazione di gruppi paramilitari. I Carabinieri sono
chiamati anche a proteggere le iniziative delle organizzazioni di
soccorso, le sedi diplomatiche e tutto ciò che concerne la sicurezza
delle popolazioni più deboli in balia alla violenza. L’MSU a
differenza delle forse armate convenzionali è concentrato sull’ordine
e sicurezza pubblica, impiega con discrezione e gradualità la forza,
quindi non ha certamente risultati immediati ma li ha a medio e lungo
termine (colloquiano colla popolazione cercano di andare incontro alle
loro necessità,le convincono e acquistano fiducia); impiegano unità
di minori livelli. Molto probabilmente è questo sistema che ha dato
noia alle forze terroristiche perché le popolazioni che vengono a
contatto con i nostri Carabinieri, sono conquistate dall’umanità e
dalla dedizione di questi uomini in favore delle popolazioni che non
sanno cosa sia libertà, democrazia, senso del dovere e della
giustizia. Sicuramente in Iraq ed in particolare a Nassiriya, questo
modo di operare è una spina nel fianco del terrorismo che ha voluto
punire con una strage di nostri eroici Carabinieri, forse con l’intenzione
non di colpire i militi, che si sono prodigati per il popolo iracheno,
ma il sistema che risultava vincente a differenza di quello delle
forze armate convenzionali che pur di avere risultati rapidi offende
maggiormente le popolazioni colpite e queste si votano al terrorismo.
Tutti ci invidiano i Carabinieri, l’Europa vuol copiare i nostri
validi tutori, Bush esulta sul loro operato e vuole che i marines
vadano in Iraq in versione “soft”. I nostri Carabinieri svolgono
un importante funzione nella fase di passaggio tra quella prettamente
militare e violenta e quella del ristabilimento della vita civile e democratica
fornendo una cornice di sicurezza indispensabile per la ricostruzione
delle strutture locali. E’ quindi un valore aggiunto alle altre
Forze Armate impegnate nel settore della sicurezza contro il
terrorismo che non le sostituiscono in termini quantitativi e
qualitativi di potenza militare, ma le completano nella prevenzione e
nella ricostituzione di un paese libero e democratico. Grazie
Generale, tutti noi amiamo e stimiamo i nostri Carabinieri, ma da oggi
siamo maggiormente consapevoli che il nostro amore e stima era ed è
pienamente giustificato.
A questo punto viene
consegnata la onorificenza Rotariana Paul Harris Fellow con la
seguente motivazione
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Motivazione
della Paul Harris FelloW alla
2^ Brigata Mobile dei
Carabinieri
"I carabinieri
inquadrati nella 2^ Brigata
Mobile ,
impegnati
alI'estero nelle missioni di pace,
pur
nelle
difficoltà operative e di elevato rischio,
sanno
mantenere fede ai principi fondamentali di
rispetto
della dignità dell'uomo, della sua fede
religiosa
e politica.
Ispirandosi
a questi principi riescono a coniugare
le
esigenze di carattere militare con la volontà
di
rendersi utili per il raggiungimento del1e
condizioni
di benessere e salute delle fasce
più
deboli
della popolazione e a propagare la
comprensione
e lo spirito di pace .
Tali
encomiabili comportamenti, contribuiscono in
Modo
significativo alla diffusione della pace fra i
popoli.”
Dato
in Pisa i14 Febbraio 2004
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| Sergio Luppichini |
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| CAMINETTO
11 FEBBRAIO 2004 |
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Marco Gesi durante la conferenza |
Marco Gesi complimentato dal Presidente |
Marco Gesi riceve gli applausi degli amici |
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Il titolo della conferenza dell'amico
Gesi
"DALL'ANFETAMINA ALL'ECSTASY:LA
TOSSICITA' DELL'EUFORIA" |
Nel
Caminetto dell’11 Febbraio 2004 alla presenza di numerosi soci, l’amico
Gesi ci ha intrattenuto su di un argomento d’attualità molto
interessante: “DALL’AMFETAMINA ALL’ECSTASY: LA TOSSICITA’ DELL’EUFORIA”
Il
termine droga deriva dall’inglese drug che in italiano si
traduce farmaco. Ma siccome la differenza tra farmaco e veleno è il
dosaggio, la droga in sostanza, è un veleno. L'effetto che produce
dipende dalla quantità assunta. Infatti, mentre una piccola quantità
funziona come stimolante, una quantità maggiore agisce come sedativo
e una quantità ancora più grande agisce esattamente come un veleno e
può causare la morte della persona. Una droga è una sostanza assunta
per evitare una condizione fisica o mentale indesiderata. Qualsiasi
droga interferisce negativamente sulla fisiologia naturale
dell'organismo. Ad esempio prendiamo il caffè, nel quale è contenuta
la caffeina che è una droga: cento tazzine di caffè ucciderebbero
una persona, dieci tazzine, quasi certamente la farebbero
addormentare, mentre due o tre tazzine, agiscono da stimolante.
L'arsenico è conosciuto come veleno. Tuttavia, in piccolissime
quantità, agisce da stimolante e, in dose ben calibrate, da
sonnifero. Diversamente, alcuni decigrammi causano la morte.
L’azione delle sostanze stupefacenti presenta sicuramente dei
meccanismi simili: tutte hanno la proprietà di indurre piacere. Al di
là delle differenze nei meccanismi d’azione delle varie droghe,
possiamo tuttavia dire che la “responsabile comune” è la
dopamina: il “neurotrasmettitore del piacere”. La capacità di
indurre la liberazione di questo particolare neurotrasmettitore,
soprattutto nel sistema limbico, accomuna infatti un po’ tutte le
sostanze d’abuso. La sensazione di piacere provata in seguito ad un’
azione, rende altamente probabile che tale azione venga ripetuta. Una
volta attivato, o meglio, stimolato, da un certo comportamento
(mangiare, bere, sesso ecc.) o dall’assunzione di sostanze d’abuso,
il sistema limbico usa la sensazione del piacere come gratificazione e
via di convincimento per la mente, motivando i comportamenti
conseguenti.
E’ chiaro che se la stimolazione è originata da una droga (sia
naturale che di sintesi) il piacere avvertito è facilmente
riproducibile, sempre disponibile e della stessa intensità.
Il piacere si trasforma in dipendenza quando la droga si
sostituisce ad una funzione naturale dell’organismo, per cui quando
manca, il soggetto cade nella condizione opposta: se la droga è
eccitante, la sua mancanza provoca prostrazione, al contrario se è
sedativa o tranquillizzante, provoca aggressività o irritabilità.
I
derivati amfetaminici sono una famiglia di composti caratterizzati da
una struttura chimica di base comune e da effetti stimolanti sul SNC.
Il “capostipite” di questa famiglia è sicuramente l’amfetamina.
Il suo utilizzo iniziò già nei primi anni del ‘900 come componente
dei decongestionanti nasali, nei dispositivi per inalazione bronchiale
(azione simpaticomimetica), e poi impiegata nel trattamento di
depressione, narcolessia, schizofrenia, alcolismo ed obesità, fino ad
invadere l’attività sportiva.
Altro derivato amfetaminico particolarmente tossico è la
metamfetamina. Nonostante il boom dell’uso di questa sostanza in
questi ultimi anni, la metamfetamina non è assolutamente una droga
originale del nuovo millennio.
Il primo vero fenomeno di consumo si verifica
negli anni ’60, specialmente in America, quando l’uso di certe
sostanze diviene culturalmente accettabile e quindi la metamfetamina
diventa largamente disponibile su prescrizione. Il fenomeno subisce un
calo marcato negli anni ’70 in seguito a casi di overdose e morte.
Dopo più di un decennio di assenza, ricompare sporadicamente negli
anni ’80 riguadagnando popolarità crescente, diffondendosi quindi
di nuovo a partire dagli anni ’90 esclusivamente come sostanza d’abuso.
Come
l’amfetamina, di cui è tuttavia molto più potente, è uno
stimolante psicomotorio: anche a basse dosi aumenta l’attività
fisica, diminuisce l’appetito e causa una sensazione di benessere.
Quando è consumata come fumo od iniettata, dopo l’iniziale breve ed
intensissimo “rush”, segue tipicamente uno stato di grande
agitazione, che frequentemente può sfociare in comportamenti
violenti; quando invece è ingerita o sniffata, non dà luogo al “rush”
ma ad uno stato di eccitazione ed euforia che può permanere
addirittura per mezza giornata. Altri effetti riportati sono
irritabilità, aggressività, ansia, nervosismo, convulsioni,
insonnia.
La metamfetamina genera dipendenza e può sviluppare tolleranza
velocemente. Alcuni consumatori perdono il sonno per 3 fino anche a 15
giorni. A livello psichiatrico, le conseguenze dell’uso prolungato
spaziano da sintomi di paranoia, allucinazioni, comportamenti
maniacali ripetitivi e tendenze autolesionistiche, fino a vere e
proprie sindromi psicotiche a carattere violento.
Le conseguenze dell’uso di questa sostanza sono ormai chiaramente
documentate; la tossicità a lungo termine è irreversibile a livello
di particolari strutture cerebrali (vie nigrostriatali) nei roditori,
facendone senza ombra di dubbio un modello sperimentale di malattia di
Parkinson.
Gli effetti tossici non si fermano al SNC, ma coinvolgono anche il
sistema nervoso periferico. Il sistema nervoso periferico o autonomo
permette la “quotidiana sopravvivenza”, ossia regola le funzioni
vegetative (ritmo cardiaco, le varie funzionalità degli organi ed il
metabolismo), attraverso due sottosistemi complementari ed
antagonisti: il sistema ortosimpatico e il parasimpatico. La
metamfetamina, essendo chimicamente simile alla noradrenalina
(mediatore del sistema ortosimpatico) esalta tutti quegli effetti
dipendenti da questo sistema come ad esempio ipertensione,
incontinenza urinaria, neuropatie diabetiche, nefropatie, perdita di
peso marcata, midriasi ecc.
Il
più famoso composto della famiglia dei derivati amfetaminici è
sicuramente la
3,4-metilendiossimetamfetamina (MDMA o Ecstasy). E’ una droga il cui
conto
i consumatori di oggi dovranno pagare sicuramente domani.
Inserita
tra le droghe in Italia nel 1988, la
sua prima sintesi si attribuisce al chimico tedesco Fritz Haber che
nel 1898 ne pubblicò il metodo. Il
brevetto dell’ecstasy, datato 1914, appartiene all’industria
farmaceutica Merck. La ditta Merck, in quegli anni, stava ricercando
sostanze utili a ridurre l'appetito, da impiegarsi cioè nella terapia
del sovrappeso. Tuttavia non fu mai messa in commercio, né con questa
indicazione né con altre.
Gli effetti dell'MDMA sull'uomo sono stati esaminati con
attenzione soltanto a partire dai primi anni '70, quando A. Shulgin
resintetizzò la molecola e ne sperimentò personalmente gli effetti.
Egli si rese conto che l'MDMA, pur conservando in forma attenuata
l'azione stimolante tipica delle amfetamine, induce un'esperienza
piacevole che inizia a manifestarsi dopo 20-30 minuti e si mantiene
per 4-6 ore. Questa condizione è caratterizzata da ansia difensiva
ridotta, umore elevato, introspezione più acuta e migliore capacità
di articolazione di stati e sensazioni, senza alterazione della
percezione o difficoltà di orientamento
In considerazione di questi effetti, molti psicoterapeuti
statunitensi, dalla seconda metà degli anni '70 fino al 1985,
somministrarono la sostanza ai loro pazienti come farmaco integrativo
al trattamento, sostenendo che questa molecola aiutasse ad abbattere
le barriere fra medico e paziente provocando “uno stato di
coscienza alterato, facilmente controllabile, con ipertonia emotiva
e sensoria “ (effetto entactogeno) utile strumento in
psicoterapia.
Fino
ai primi anni ’80, l’uso era rimasto abbastanza limitato a singoli
individui o piccole feste; questi consumatori riferivano che la droga
aveva loro fatto provare euforia, li aveva inoltre fatti sentire più
loquaci e vicini agli altri, senza conseguenze negative o alcun
effetto spiacevole nei giorni successivi. Comincia così a diffondersi
l’idea dell’ MDMA come droga “leggera”, portatrice di euforia,
senza effetti collaterali, ossia non pericolosa…..un’ amica: l’ecstasy.
Per ora la «generazione chimica» legata alle dannate pillole
sfugge a ogni controllo. Chi si impasticca e va alla ricerca dello
sballo immediato è difficile che poi finisca ai Sert (i servizi
pubblici dove si distribuisce metadone) o ai centri attrezzati per
accogliere gli sbandati della strada. E non c'è ragione che cerchi
asilo in comunità a meno che non abbia dipendenze di altro tipo.
L'ecstasy fa parte di un rito, in un certo senso di una moda. Si
comincia con una birra, poi si passa alle pasticche di ecstasy e, in
certi casi si conclude con lo spinello. Un circuito che dura 24 ore».
L’azione
farmacologia dell'MDMA presenta un doppio meccanismo d'azione, che si
esercita, ovviamente, a livello cerebrale. Brevemente, l'MDMA aumenta
la quantità disponibile di serotonina e di dopamina, due
neurotrasmettitori che hanno funzioni leggermente diverse. La
serotonina è un modulatore dell'umore, dell'appetito e di altri
fenomeni; la dopamina, invece, ha un effetto eccitante (sulla
serotonina agiscono buona parte degli antidepressivi più recenti). L’MDMA
è rapidamente assorbito per via orale dal tratto intestinale e
raggiunge i picchi plasmatici circa 2 h dopo l’assunzione; si
distribuisce rapidamente ai tessuti dove in gran parte resta legato.
La metabolizzazione avviene principalmente a carico del fegato. L’eliminazione
è relativamente lenta: l’emivita dell’MDMA è di 8 h in media, ma
varia a seconda delle condizioni dei singoli individui. Alcuni
prodotti della degradazione dell’MDMA, come l’MDA, suo principale
metabolita, conservano ancora attività, per questo motivo gli effetti
dell’MDMA permangono più a lungo della presenza nello stesso nel
sangue. In questo sta l’effetto subdolo dell’ecstasy!!! I ragazzi
sentendo calare gli effetti positivi legati al rilascio di serotonina
e dopamina, dovuti ad un esaurimento fisiologico dei terminali
nervosi, riassumono una nuova quantità di derivato amfetaminico senza
contare che invece a livello periferico l’effetto è ancora in
corso. In questo modo possono verificarsi effetti massivi periferici
da overdose che possono portare a gravi conseguenze. Le informazioni
diffuse sia dalla stampa che dalle riviste mediche sui danni dell'uso
di ecstasy si concentrano esclusivamente sui problemi della tossicita'
acuta (tachicardia, ipertensione, nefrotossicità ma anche emorragia
cerebrale, infarto cerebrale ecc.), mentre poca attenzione stranamente
è stata rivolta agli effetti a lungo termine (stati confusionali,
attacchi di panico, perdita di memoria, depressione, paranoia,
flashback, ecc.). Questa mancanza di attenzione è particolarmente
sorprendente poichè sono disponibili da numerosi anni prove che
l'ecstasy induce neurodegenerazione nei cervelli degli animali da
laboratoro. La forma di tossicità a lungo termine deve essere la più
temibile. La tomografia ad emissione di positroni (PET) ha infatti
evidenziato nei consumatori di ecstasy un marcato danneggiamento dei
terminali serotoninergici. Stando al ruolo preponderante che la
serotonina gioca nel controllo dell'umore, ci si deve aspettare che
l'uso regolare di ecstasy conduca a disturbi psichiatrici. Esistono
casi clinici che supportano queste aspettative, ma l'interpretazione
di tali dati è difficoltosa. Ciò che è di grande interesse è la
possibilità che la neurotossicità negli umani possa essere lenta ed
insidiosa e che problemi quali la depressione maggiore possano
comparire anche dopo alcuni anni.
Grazie Gesi, e giustamente il Presidente ha proposto per il
futuro un ciclo di conferenze presso le scuole per far capire ai
ragazzi che l’affermazione “Ecstasy…un’amica”, è una grave
e grossa bugia. Grazie della tua disponibilità e chiarezza.
Scritto in collaborazione Gesi Luppichini.
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| CONVIVIALE
DEL 18 FEBBRAIO 2004 |
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| Marconcini al Tavolo della Presidenza |
Il Presidente premia Marconcini |
Il Presidente presenta Marconcini |
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Conferenza dell'amico MARIO MARCONCINI sul
tema
NUMISMATICA E FILATELIA |
Dopo una deliziosa
cena con pietanze che ci hanno ricordato il periodo carnevalesco
essendo il mercoledì grasso, con il tradizionale maiale, cenci e
frittelle, l’amico Mario Marconcini fratello di Maria in Scamuzzi ci
ha intrattenuto con l’argomento “Numismatica e Filatelia”.
L’oratore ci fa notare che quando l’uomo scoprì il metodo di
estrazione del metallo, scoprì un enorme potenziale economico. Con
questo si facevano attrezzi ed armi ed era dato in cambio di altri
beni necessari. Le tribù ricche di metallo erano le più potenti, e
per adoperarlo come merce di cambio; cominciarono a suddividerle in
piccole quantità su cui imprimevano dei simboli di riconoscimento.
Col passar dei tempi la possibilità di avere tale materiale divenne
esclusivamente dei governi e solo piccole comunità o privati potevano
avere questi metalli preziosi. Però erano diversi i valori che
variavano a seconda del peso del materiale del titolo: inoltre diversa
era la numerologia con le cifre romane (lo Zero lo introduce Fibonacci
nel 1202) e le possibilità di calcolo. Circa nel 245 aC nasce la
Zecca che stabilisce dei valori ufficiali. Sessanta parti di Bronzo
“AE” una parte di Argento “AG”
o dodici parti di AG ed una di Oro “AU”. L’officina era
condotta da tre triunviri che coniavano monete garantire nel peso e
nella composizione e vi venivano impresse immagini varie, da divinità
o uomini politici in auge o simboli di feste o di fatti storici. Lo
stabilimento era sito sul monte Quirino nei pressi del tempio di
Giunone Moneta (da qui il termine Triunviri Monetari e di moneta) vi
lavoravano schiavi ben nutriti ma prigionieri che non potevano uscire
(erano legati a palle di piombo) per paura di furti. Il culto della
personalità era forte e i governanti volevano la loro effige sulle
monete, così nacque una scuola di incisori per fare monete sempre
più belle ed appetibili. Non essendoci i mezzi di oggi, veniva
realizzata con un solo punzone, inoltre c’era il problema del peso.
Sull’incudine
della prima metà, veniva posto il metallo riscaldato, mentre uno
schiavo teneva lo scalpello con l’altra metà, un terzo batteva il
colpo di maglio (batter moneta). A causa delle inflazioni e delle
crisi economiche i governi pensarono di fare monete più leggere così
dette a “circolazione forzosa” e serviva per la popolazione, ma
per i beni dello stato valeva la moneta originale, per cui abbiamo una
doppia circolazione (la parità dei valori rimarrà fino al 1897
quando viene abolita l’obbligatorietà della riserva aurea per
garanzia). In questo stato di cose, l’Impero d’Oriente ricco di
oro portava la parità ad uno a venti, per impoverire l’occidente
che era ricco d’Argento, ma quando vinse l’Occidente la parità fu
portata uno a dieci per rivalsa. La maggio parte della moneta era
nelle casse dello stato finché con la caduta dell’impero venne il
caos monetario ed ogni Signoria aveva facoltà di gestire il proprio
erario e pullulano monete di varie specie per aspetto, materiale, peso
ecc. Le Zecche oltre che lavorare per lo stato coniavano anche per
altri su commissione. L’uso della moneta valeva anche per pagare i
soldati, per poterle scambiare con merci (vi sono testimonianze di
tessere per soldati per accedere ai templi del piacere dov’erano
indicati i giorni e le ore di accesso): da qui l’uso di saccheggiare
i vinti dei metalli per poter coniare monete a proprio uso e consumo
con la propria effige. Dopo l’invasione dei barbari l’Italia è
divisa in Signorie e Comunità, l’economia cambia volto e le
ricchezze si accumulano nelle mani dei potenti o prepotenti e
circolano sempre meno monete tra la popolazione: le guerre e le
epidemia decimano le popolazioni e le monete di quei tempi sono rare a
trovarsi. Molte famiglie in difficoltà chiedono prestiti a famiglie
parsimoniose e oculate le quali con il loro metallo coniano monete da
prestare con l’effige del Signore o della Signoria, mettendo sulla
moneta lo stemma dalla casata detta “armetta”. Ne è esempio la
Signoria di Firenze e il Gran Ducato di Toscana in cui tutte le monete
recano le armette degli zeccatori e dopo il 1500 sull’esergo c’è
la scritta “PISIS” da Pisa o di Pisa: quindi anche se la zecca era
di Firenze i soldi erano di famiglie pisane.
Marconcini passa ad altro argomento e per la FILATELIA ci insegna che
il servizio postale che tratta la corrispondenza omnibus, e non solo
quella dei potenti che privatamente mandavano messi da loro pagati,
compare verso il 1465. In quel periodo la popolazione era veramente
ridotta per guerre e pestilenze e anche se quello era il secolo delle
innovazioni, la gente era analfabeta. La voglia di imparare a leggere
e scrivere viene dall’invenzione della stampa con caratteri mobili,
da parte di Gutenberg che così iniziò a pubblicare libri che
divennero alla portata di molti. Per pubblicizzare la cosa stampava
dei depliant (come diciamo oggi) dove c’erano notizie aneddoti
barzellette ecc, la gente si incuriosì e sentì la necessità di
saper leggere. Nel frattempo un certo Francesco Tasso, uno dei
ventiquattro fratelli, figlio di Girolamo il Boia di Bergamo (secondo
alcune notizie originario di Orentano, una comunità di Bientina), fu
mandato dal padre a studiare in Germania. In quel periodo questa era
divisa in duecento signorie anche se sottofeudi del Kaiser. Erano
tutti imparentati fra di loro e le missive inviate dal Kaiser,
dovevano essere inviate una per una ai destinatari. Il Tasso
ripensando all’uso che facevano i barrocciai della zona di Bientina
ed Orentano che veniva allagate periodicamente dal padule, di
preparare dei camminamenti di terra solida nei momenti di secca, da
adoperare per attraversare la zona allagata con i barrocci per portare
le mercanzie da Orentano fino a Pontedera
e Vicopisano sul solido terreno e da qui smistate in ad altre
zone, propose al Kaiser una innovazione per gli scambi di notizie tra
i vari potentati. Inviare un messo al confine del possesso per
scambiare merci e corrispondenza con un altro messo che faceva
proseguire la merce fino alla città e da qui proseguiva per i nuovi
confini fino a destinazione: la consegna era più rapida, il costo
ridotto con pochi rischi. Al Kaiser piacque la proposta e verso il
1465 iniziò un vero e proprio servizio di posta ed il popolo imparò
ad servirsi di tale metodo per lo scambio di merci e lettere, imitato
successivamente dagli stati confinanti: il Francesco ebbe modo di
inserire i ventitré fratelli e formò una vera e propria compagnia di
posta. Per meglio sfruttare l’idea furono aggiunte carrozze e carri
in modo da dare il servizio sia alle persone sia alle cose. Tale
servizio si sparse come una ragnatela dalla lontana Spagna alla Svezia
e la compagnia guadagnò una tale fame da esserli assegnata una
Baronia, quella di Thurn und Taxis. Il nome dice tutto! Certo la
storia vera è stata ricostruita da frammenti sparsi, perché quella
scritta dai Tasso tende a dare una origine più nobile. Questo sistema
migliorò. Ebbe fallimenti e riprese nel tempo, finché si arriva ai
primi dell’800 in cui la nazione emergente era l’Inghilterra con
la sua vasta organizzazione territoriale per le numerose colonie nel
mondo. Consideriamo che nelle colonie erano insediati i cittadini
espulsi dalla madre patria perché o galeotti o gente poco
raccomandabile, qui si erano arricchiti ed avevano continui contatti
con la patria. I messaggi venivano mandati tramite i marinai (per lo
più analfabeti), che arrivati alle varie destinazioni recavano a mano
il messaggio e ne ricevevano la giusta ricompensa. Il mittente
imbroglione però sulla parte esterna della busta scriveva la notizia
che interessava, il marinaio analfabeta non si accorgeva del trucco,
ed il destinatario, letto ciò che gli interessava rifiutava la
missiva e non dava la giusta ricompensa. A questo punto i marinai si
insospettirono, capirono e si rifiutarono di fare le consegne. Fu un
certo Roland Hill, impiegato postale, che propose il pagamento
anticipato con l’applicazione di un segno, un bollo che affrancava
la missiva, cioè un “Francobollo”. Per renderlo visibile, da
prima fu fatto scuro, neri per un penny, blu per due penny, e il
doppio porto, su imitazione della carta da lettere degli stati Sardi
che nel 1818 aveva messo in uso una carta pieghevole con impresso un
“cavallino sardo” con l’importo di ct. 15. Il Commissario di
bordo fu parificato all’ufficiale di posta e nasce il sistema
postale attuale. Nel 1847 nasce a Berna uno scambio di servizio e
inizia l’Unione Postale Universale dove avvengono divisi
virtualmente i compensi tra i vari stati. Il penny blu reca l’immagine
della Regina Vittoria a garanzia dell’ufficialità del servizio,
come tutt’oggi anziché la scritta “United Kingdom” c’è l’immagine
della Regina Elisabetta II^. Come nelle monete l’uso di adoperare
immagine sulla facciata ha creato una scuola di incisori e vi sono
concorsi per la scelta dei bozzetti: vi hanno partecipato i più
famosi artisti, e si sono riprodotte le opere più belle dei grandi
del passato. Si può ben dire che la filatelia è una vera e propria
raccolta di opere d’arte, anche se povera perché prodotta in un
grande numero di copie anche se rigorosamente controllate nel numero.
Le monete e i francobolli, per i collezionisti, hanno il grande
vantaggio di essere garantiti dallo Stato per serietà, originalità,
soggetto artistico, tiratura e soggetti ai controlli del “Rigoroso
Rendiconto” a differenza di altri oggetti d’arte.
Grazie Mario
Marconcini per questa bella esposizione che ci ha fatto capire quanto
sia importante la filatelia e la numismatica nella storia dell’evoluzione
della civiltà umana.
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CAMINETTO 25 FEBBRAIO 2004 |
Nel
Caminetto del 25 Febbraio 2004 l’amico Cesare Rossi ci ha
intrattenuto sulla “Storia della Calzatura”, argomento che si
è dimostrato molto interessante.
Inizia con l’illustrare la Calzatura.
Con questo vocabolo s'indica ogni specie di indumento che rivesta il
piede ed anche parte della gamba sia per utilità sia per ornamento.
L'uso della calzatura presso gli antichi popoli orientali,
soprattutto per le condizioni climatiche, può dirsi meno diffuso che
altrove, ed era ristretto alle classi più elevate, specialmente nel
campo femminile. Sono stati ritrovati documenti che dimostrano l’uso
di sandali e pantofole di varie forme usate presso gli antichi
Egiziani, fatti con foglie di palma o di papiro e assai raramente di
cuoio. Sembra che talvolta gli egizi dipingessero sulle suole la
figura del loro nemico, un modo figurativo per poterlo calpestare.
Le scarpe erano tenute saldamente al piede con stringhe o lacci di
cuoio: questo accadeva anche presso i Babilonesi e gli Assiri i
quali erano usi adoperarle. Anche i Persiani portavano calzature di
cuoio, spesso rimontanti sino al ginocchio lasciando alle donne le
brevi scarpette di stoffa o di cuoio leggero con vari ornamenti.
Arriviamo agli Ebrei e Fenici dove troviamo sandali assai simili a
quelli Egiziani. Andando nello specifico si può dire che la più
antica forma di calzatura è quella composta da una semplice suola di
legno o di cuoio che viene legata sul dorso del piede o direttamente
alla gamba con lacci incrociati e successivamente annodati (tale
sistema è tuttora in uso tra le signore di oggi). Presso gli
Etruschi sia gli uomini che le donne si servivano di calzature
formate da suole aderenti e fermate ai piedi, oppure usavano coprire
la gamba con alti stivali. Le calzature Etrusche erano molto stimate
dai Romani che ne copiarono le forme, ma questi usavano
prevalentemente sandali o scarpe a forma di stivale. Gli
appartenenti alle classi meno facoltose usavano legarsi ai piedi
zoccoli di legno. Nelle solennità che si svolgevano in ambienti
chiusi i Romani calzavano i sandali, ma non li portavano in pubblico
e in strada, perché sarebbe stato segno di femminilità. I campagnoli
avviluppavano il piede in calzature di lana o pelle di capra. Una
seconda forma di calzatura è la scarpa: alla suola si aggiungevano
dei quarti di cuoio in modo da coprire il tallone e ai lati per
contenere meglio il piede e l'allacciatura si spostava sul dorso del
piede stesso. Queste servivano in special modo ai militari e ai
cacciatori, ed erano spesso fornite di chiodi sotto le suola per
limitarne l’usura. Col passar del tempo, in contrasto alle calzature
assai comode e variopinte del periodo Bizantino, fanno riscontro
quelle piuttosto rozze che troviamo in Europa. Queste sono molto
utili per proteggere il piede e le gambe contro le asperità e le
intemperie. Ciò accadeva specialmente nel settentrione, nei primi
secoli del Medioevo, dato che erano fatte con grosse suole in cuoio,
tomaie in pelle e molto chiuse. Nei mesi invernali venivano legate
alle suole delle assicelle appuntite ed incurvate per rendere più
agevole camminare sulla neve (le antenate degli sci). Nel IX secolo,
come ci risulta da illustrazioni dell’epoca, le calzature assumono
una forma dalla punta lunghissima, tanto che Filippo IV fissò dei
limiti, distinguendo tre misure; per la nobiltà, per la borghesia e
per il popolo. Tali disposizioni furono adottata anche da Enrico III
d'Inghilterra. Infine Carlo VIII le soppresse definitivamente e la
moda adottò una foggia opposta e cioè punte quadrate che in Francia
assumono la denominazione di "scarpe a becco d' anatra". Nel XVI
secolo, dopo una breve riapparizione delle forme a punta, si
diffondono scarpe di stoffa, comode, leggere che rivestono il piede
senza costringerlo ed ornate con brevi intagli, fiocchi e nastri. A
Venezia le dame della nobiltà e di alto ceto portavano elegantissime
pantofoline ornate con rosette di perle o di pietre preziose. Sotto
Enrico IV in Francia appaiono per la prima volta le scarpe con il
tacco alto, calzate dalle elegantissime, ed il tacco era grosso, di
legno e le tomaie in seta o in broccato. Durante il regno di Luigi
XVI, gli uomini adornano le scarpe con ricchissime e larghe fibbie.
In Francia nel XVII secolo, c’è il trionfo dello stivalone dapprima
stretto e alto fino al ginocchio, poi più ampio e comodo allargato e
piegato nella parte superiore.
Diversamente nell’Oriente mussulmano, non europeizzato, si usavano
sandali in pelle bovina mentre fra le donne veniva largamente
diffusa una specie la calzatura a forma di pantofola e babbucce di
pelle gialla con punta acuminata e rialzata e per tacco un piccolo
ferro di cavallo. Arriviamo all' ottocento dove, per le donne,
vengono in voga scarpe in marocchino rosso e verde e si delinea
l'uso di stivali o di stivaletti, sia per uomo sia donna, allacciati
con bottoni o con cordoni, ad uso di passeggiate, mentre per i
ricevimenti serali gli uomini calzavano scarpe di vernice e le
signore scarpe di seta. Dopo la grande guerra la moda si va sempre
più americanizzandosi adottando forme larghe, spesso in pelle gialla
o rossiccia e la moda femminile adotta risolutamente la scarpina
bassa per tutti gli usi col tacco all’inglese per la mattina, la
scarpa col tacco Luigi XV per il pomeriggio ed entrambe in pelle
chiarissima. Questa in sintesi la storia della calzatura. Ora
occupiamoci dei tempi moderni con una panoramica dei metodi di
fabbricazione. Fino ad alcuni decenni fa, le calzature si
fabbricavano esclusivamente a mano, frutto di un artigianato ricco
di antiche tradizioni. Oggi, anche in Italia, la lavorazione a mano
ha assunto un’importanza secondaria di fronte alla grande industria
che applica la moderna lavorazione a macchina. Questa
industrializzazione calzaturiera risale alla fine del 19° secolo
quando a Venezia si importano macchine provenienti dagli Stati
Uniti, che ne detenevano il monopolio. Dobbiamo sottolineare che
l'Italia in pochi decenni, da una posizione marginale, è giunta ai
vertici mondiali superando da sola la produzione calzaturiera
complessiva di tutti gli altri paesi della CEE, e divenendo il
maggiore produttore al mondo di calzature pregiate. Le ragione di
tanto successo sono da attribuirsi a diversi fattori tra cui i più
importanti sono la moda, che pone il "Made in Italy"
all'avanguardia, e la tecnologia produttiva molto avanzata associata
alla tradizionale accuratezza della lavorazione e l' adozione di
materie prime pregiate. Grazie Cesare di questo panorama storico su
di un accessorio estremamente utile ed a volte frivolo, com’è la
scarpa.
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Pantofola Papa Pio VI del 1776 |
Sandali Egiziani |
Altro sandalo Egiziano |
Scarpe Veneziane del '700 |
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