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Il Presidente presenta gli ospiti: Il Prof Marcello
Bandettini (rotariano) e Signora, il Dott. Ghezzi (assessore
all’ambiente e protezione civile e recente rotariano) e Signora, il
Dott. Pallini (già nostro rotariano e trasferitosi ma in procinto di
rientrare nei nostri ranghi) e Signora. Di seguito da’ la parola a
Marcello Bandettini, Piccolo Cavaliere di Malta che annuncia di avere
finalmente avuto il permesso di costruire un piccolo stabile dietro la
chiesa di San Domenico, in Corso Italia e sede dei Cavalieri di Malta,
che verrà adibito a biblioteca. Per reperire fondi necessari i Cavalieri
di Malta hanno organizzato un Gran Galà da fare in una bellissima villa
di Lucca, Villa Rossi la Gattaiola: dovrebbero essere presenti i
Senatori Cossiga e Pera, Filiberto di Savoia ecc. Vi sarà un catering di
nome a livello regionale ed un ricco bar. Chi vuol partecipare è ben
gradito.
A questo punto il Presidente presenta il relatore
Dott. Renato Bandettini, nostro socio, che ci intrattiene sul tema "Gli
effetti dei disturbi caratteriali nelle relazioni intime".
Parla dei rapporti che abbiamo con le persone che
sono più vicine e noi e che influenzano il nostro comportamento: questo
accade quando vi sono alterazioni ed attriti nei rapporti sentimentali
di queste persone e arrivano a determinare il nostro comportamento
futuro. Si parla delle persone più vicine tipo il partner, i genitori, i
figli, i familiari in genere. Può accadere che quando vi sono contrasti
il partner sia portato ad attribuire la colpa all’altro, e durante le
sedute si sentirà dire "accade perchè mio marito si comporta in questo
modo" e mai "accade perchè io mi comporto in questo modo" e questo
atteggiamento non ci fa capire il vero problema. Per venirne a capo
bisogna cercare di capire quale sia lo sviluppo di questi aspetti
caratteriali. Importantissimo è il rapporto primario, cioè quello che
fin dalla nascita abbiamo con i nostri genitori e con coloro che
convivono nella famiglia. Ricordiamoci che questo è un rapporto che è
fatto essenzialmente d’amore: quindi oltre all’apporto prettamente
materiale c’è un rapporto costituito d’affetto, sostegno e amore. E’
quando questo rapporto va male che nascono dei problemi; c’è un vero
trauma che è l’alterazione del rapporto primario. Quando si parla
di trauma si intende un qualche cosa che interferisce con il rapporto
affettivo e produce delle emozioni che poi saranno alla base dello
sviluppo del carattere. Possono esserci vari traumi come la morte dei
genitori, l’abbandono di uno di questi, la malattia degli stessi ecc.:
vi sono poi dei traumi meno evidenti esteriormente che possono esistere
all’interno delle famiglie: il primo trauma è la violenza e la
conflittualità che esiste nelle famiglie e queste situazioni sono
veramente traumatizzanti. Come violenza si parla sia di quella verbale
sia di quella fisica che siste all’interno della coppia e nei figli in
modo che si vive tra urli e bisticci, una famiglia dove manca la
serenità. Molto più frequente di quanto sembri c’è l’abuso sessuale
verso i figli specie nelle ragazze fino a 18 anni: purtroppo queste
percentuali sono molto alte: è utile chiarire che come abuso non si
intenda solo il fatto fisico da parte di un genitore, ma anche il fatto
morale, cioè che questi non siano stati capaci di proteggere il
soggetto, oppure che nonostante il figlio abbia denunciato il fatto
questo non sia stato creduto per cui, come reazione, c’è un forte
risentimento. Per la formazione del figlio è importante il carattere dei
genitori, e questo può fluttuare dal calmo all’agitato a seconda delle
condizioni ambientali del momento tipo ristrettezze finanziare, o per
cause le più varie che, come abbiamo già detto, possono accadere nelle
famiglie. Si parla di aspetti caratteriali quando la vita affettiva
familiare non è in sintonia per cui si può andare nella direzione della
freddezza e del distacco affettivo del ragazzo; ad esempio, aspetti di
austerità con imposizioni eccessive possono essere fattori
traumatizzanti. Nel bambino questo stato di cose può portare alla
tendenza di allontanarsi dal genitore e portare alla formazione di un
carattere che si contrappone alla volontà del genitore col risultato di
dare delle risposte contrarie a quanto gli sia imposto. Da una parte può
esserci un estraniarsi dai fatti familiari con freddezza ed isolamento,
oppure può avverarsi l’altra linea che è quella di andare contro a
quello che dicono i genitori: allora si vede che la contrarietà si
manifesta con una sfida aperta rispondendo con un no decisivo, oppure
con una reazione verbale canzonatoria ed ironica fino ad arrivare
all’ostinazione e alla testardaggine. C’è poi la possibilità di una
linea di compiacenza, allora il bambino dice di si, ma praticamente si
rifiuta adducendo la scusa di non essere capace di fare quella
determinata cosa: questo è pericoloso perchè può portare al blocco
intellettuale, si riducono le capacità intellettive e si arriva ad una
dipendenza verso il genitore. Tutto quanto detto ha l’effetto di mettere
una distanza fra il ragazzo ed il genitore e questo accade anche quando
c’è la compiacenza: infatti il genitore è portato a distaccarsi dal
figlio o per la difficoltà che trova nell’aiutarlo, o per mancanza di
tempo, o per qualsiasi altra ragione e questo stato di cosa lo porta
sempre di più ad un allontanamento affettivo tra se ed il figlio. Non
dimentichiamoci anche il momento della procrastinazione: la risposta è
"si lo faccio, ma dopo".
Con tutte queste sfumature si forma un carattere oppositivo che, oltre a
quello familiare, si manifesta anche in altri ambienti come la scuola, e
quando la maestra chiede qualche cosa, il ragazzo la prende come
un’imposizione e si rifiuta di farla; la maestra glielo ordina e lui
continua a rifiutarsi e si crea un vero e proprio circolo vizioso
impositivo. Questo si esporta anche nei giochi, con gli amici: con la
paura che gli altri gli impongano qualche cosa, lui per primo si impone
e di nuovo si crea un circolo vizioso impositivo, allora il bambino
diviene rissoso violento testardo e quando sarà adulto avrà il solito
comportamento sia con il partner sia con i figli ed alla sua imposizione
vi sarà la reazione del partner o dei figli, si creerà il solito circolo
vizioso impositivo e commetterà l’errore del padre. Come risultato
avremo un genitore autoritario che tende ad opporsi con la paura di
subire l’imposizione del figlio, questo stato di cose si perpetua e si
trasmetterà da generazione a generazione. Ecco perchè c’è l’usanza di
affermare che se un bambino è in questo modo la colpa è dei genitori:
allora questi a loro volta si colpevolizzano anche se causa vera è la
trasmissione generazionale, infatti questi non si rendono conto di cosa
fanno e del danno che creano al ragazzo. Anche il bambino però concorre
alla realizzazione di questi effetti caratteriali al momento che tende a
distaccarsi dal genitore, infatti è il momento che crea un ulteriore
trauma caratteriale. L’insieme di tutte queste cose rende la vita della
famiglia più difficile e ne ricavano una minor soddisfazione.
Questi atteggiamenti quando si verificano in maniera lieve sono comuni
ma diventano traumatizzanti quando questo carattere diviene disturbante
dell’armonia affettiva al punto di creare un trauma.
Dalle risposte alle domande fatte dai soci emerge che
la traumatizzazione è maggiore quanto più è forte il legame affettivo
con il figlio. La trasmissione generazionale è inconscia e non ce ne
rendiamo conto per cui tutti noi possiamo avere questo leggero
atteggiamento impositivo, l’interessante è non esagerare, avere un
atteggiamento fermo ma non impositivo per non andare allo scontro. Molto
importante è la famiglia allargata, dove i punti di riferimento
affettivi sono molteplici e dove manca il genitore ci sarà il nonno o lo
zio ecc. Grazie Renato per quanto ci hai detto e per quanto hai chiarito
quelli che possono essere i dubbi sui comportamenti di noi genitori.
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Il Caminetto del 9 Novembre 05 inizia con brevi
comunicazioni del Presidente Bernardini: la FIDAPA ha mandato il
programma che è disponibile presso il Segretario Nebbiai, mentre il
SOROPTIMUS annuncia una conferenza dal titolo "le ricette mediche al
tempo dei faraoni" tenuta dal Prof. Mario Del Tacca presso l’Hotel
Repubblica Marinara alle ore 17,30 del 16 Novembre 2005: chi vuol
partecipare può consultare il programma dal Segretario. Il 23 Novembre
in Duomo alle ore 18,30 si svolgerà la festa dei Carabinieri con
particolari manifestazioni; la partecipazione è libera e chiunque può
partecipare. Il Presidente di seguito cede la parola all’amico avvocato
Leonardo Zanotti che ci parlerà sugli "aspetti della propria
professione".
Leonardo
comincia col dire che ha iniziato la sua attività nel 1973 periodo in
cui erano iscritti all’albo dell’ordine circa 200 avvocati e solo 30 o
40 erano quelli che lavoravano si può dire a tempo pieno. Da allora ad
oggi c’è una situazione di gran lunga diversa, molto peggiorata: infatti
oggi vi sono più di 1000 iscritti all’ordine e mentre prima esisteva tra
colleghi una deontologia oggi non esiste più. Infatti non c’è più alcun
rispetto per il collega da parte dei giovani che si dimostrano
prepotenti ed arroganti: questo stato di cose ha peggiorato non solo la
deontologia tra colleghi, ma anche i rapporti con i giudici. Allora con
loro c’era amicizia nel rispetto delle proprie funzioni, si davano del
tu in privato e del lei in pubblico, ma c’era un’armonia quasi
familiare. Oggi sia i giovani giudici come i giovani avvocati sono
arroganti con atteggiamento rampante e come risultato possono esservi
dei giudizi, fatti in sedi dove esiste il caos per la moltitudine di
avvocati che circondano il giudice, affrettati e sbagliati per la poca
attenzione che vi si presta e questo comporta gravi conseguenze dal
punto di vista procedurale: si può arrivare a degli scontri verbali
violenti che possono sfociare in esposti al CSM. Tutto questo porta ad
un aggravio dei tempi; nel ’73 – ’74 si faceva una udienza di
istruttoria al mese ed una causa si risolveva nel giro di un anno o due.
Oggi anche in materia di lavoro si fanno dei rinvii anche di un anno con
risultati disastrosi. La colpa è anche dello stato che a fronte di
riforme strutturali del codice civile non si è preoccupato di creare a
monte strutture adeguate che supportino queste riforme. Nel 1973 vi
erano 10 giudici, oggi sono sempre dieci, quando va bene: ecco perchè
oggi le udienze istruttorie si fanno una volta all’anno, per cui una
causa dura anche 10 anni. Inoltre c’è l’aggravante che quando un giudice
per motivi suoi fa richiesta di trasferimento e si trasferisce, tutto il
malloppo delle causa affidate
a lui si insabbia, vengono bloccate e i
tempi si allungano ulteriormente: quindi la causa dei ritardi non è
degli avvocati, ma dei giudici. Inoltre c’è l’aggravante che dal momento
che mancano soldi per aumentare il numero di questi (la loro
preparazione costa molto), e il fatto che avendo lo stato economicamente
legato il loro stipendio a quello dei politici con aumenti anche
arbitrari come si verifica purtroppo in continuazione, si è creata una
categoria di giudici che possono permettersi il lusso di fare quello che
vogliono, non solo, ma beffandosi del risultato del referendum sulla
loro responsabilità, questa in pratica non esiste ed i giudici restano
sempre impuniti. Per supplire alla carenza di personale per mancanza di
soldi si ricorre ai Giudici Onorari Aggiunti (neo laureati non
preparati) o ai Giudici Onorari di Tribunale (giudici di pace) prelevati
nella schiera di avvocati falliti nella professione o Segretari comunali
in pensione, tutta gente generalmente impreparata ed incapace. Una parte
di colpa l’hanno anche gli avvocati che hanno permesso che oggi sia
possibile inserire giovani non pronti professionalmente in un ambiente
così importante, togliendo quelle che erano le prove culturali e
pratiche che dovevano fare i laureati in giurisprudenza per poter
esercitare: oggi con un solo esame possono fare la professione senza
esperienza e a volte gli vengono affidate cause molto importanti. Quindi
Leonardo denuncia una carenza culturale della categoria degli avvocati
con risvolti negativi verso il cliente, e porta ad esempio il campo
delle divisioni di matrimonio dove oltre agli interesse prettamente
economici vi sono interessi morali verso i minori: quando si tratta di
affidamento in questi casi occorre essere ben oculati nell’agire perchè
si possono creare danni al minore. A questo punto per chiudere in
allegria racconta un fatto curioso che gli è capitato: in una causa di
divorzio patrocinava una bellissima donna di colore, dominicana, che
voleva l’affidamento del minore. La causa si svolgeva a Nuoro dove aveva
la residenza avendo sposato un sardo, anche se lei abitava a
Montecatini. Alla prima udienza il presidente del tribunale chiese alla
signora se portava la parrucca e la minigonna. Lo Zanotti restò
meravigliato della domanda e su sua richiesta gli fu spiegato che la
domanda mirava a capire se si trattava di una prostituta. La signora
assicurò Zanotti che era una donna seria e che non faceva il mestiere
più antico del mondo (se avesse detto che era una prostituta Zanotti
avrebbe ricusato la cliente). Ebbe l’affidamento del minore e quando
arrivarono al processo sfilarono i testimoni tra i quali c’era un
investigatore privato che dichiarò essere stato un cliente della
signora, che era una prostituta, ed avere pagato la somma di 500 € per
la prestazione sessuale. Zanotti ricusò subito la cliente ma seppe da
chi lo sostituì, che avendo lei il figlio sul suo passaporto scappò in
fretta nel suo paese, Santo Domingo e qui ha fatto perdere le sue
tracce.
A seguito di domande si chiarisce che l’ordine degli avvocati ha la
funzione di reggere l’albo degli avvocati e risolvere questioni
disciplinari, e che l’ordine non ha potenza e la volontà di mettersi in
contrasto con il presidente del tribunale e contro i giudici.
La discussione si allarga sul numero degli avvocati e delle cause in
corso, si affronta anche il problema dell’impossibilità di ricusare il
giudice naturale infatti servono dei motivi molto circostanziati e in
contrasto con la causa.
Grazie Leonardo per quanto ci hai detto
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Il presidente saluta gli ospiti presenti e ringrazia
per la numerosa affluenza. Al tavolo della presidenza presenta l’oratore
prof. Giovanni Manghetti, Presidente della Cassa di Risparmio di
Volterra (docente universitario di tecnica bancaria, fa parte di
numerosi consigli d’amministrazione e di revisori dei conti, vanta molte
pubblicazioni, ed è attivo nel volontariato cattolico). Sono ospiti del
Club il Direttore della Banca d’Italia di Pisa dott. Palmieri e Signora,
il direttore della Cassa di Risparmio di Volterra e Signora, il
Presidente del Collegio Sindacale della Cassa di Risparmio di Volterra.
Bernardini spende delle parole d’elogio sull’organizzazione e
l’efficienza di questa banca che, con le sue 60 filiali, si può definire
di dimensione medio-bassa. Quindi dà la parola al dott. Manghetti.
L’oratore
ringrazia e promette brevità e chiarezza: nel suo intervento parlerà del
tema "grandi banche, versus, piccole banche" e non avrà riguardi nei
confronti degli istituti bancari, non risparmiando di puntualizzare i
problemi più diffusi, enunciando tuttavia anche i pregi del sistema.
Inizia con una semplice riflessione: oggi chi non può lamentarsi delle
banche e magari anche delle assicurazioni?. Anche se al grande pubblico
può sembrare strano, assistiamo ad una crisi generalizzata delle grandi
banche. Tutti conoscono gli scandali che hanno colpito grosse aziende
come Cirio, Parmalat ecc. anche se in questo caso le imputazioni sono
morali oltre che tecnico-gestionali. E’ vero allora che, nonostante la
globalizzazione,i grossi istituti soffrono? e se vero perché? Ciò che
possiamo vedere è che gli istituti di credito si sono posti due
obiettivi principali: la crescita dimensionale (in Italia infatti non
esistevano grosse banche che potessero reggere il confronto con quelle
straniere) e l’efficienza di bilancio, intendendo con questo la
riduzione dei costi e l’aumento dei ricavi. Nel primo caso è stata
privilegiata una politica della fusione tra istituti e di acquisizioni
di banche a carattere locale. Questo ha portato ad una crescita
dimensionale creando in molti casi difficoltà e contraddizioni poiché si
andavano a soppiantare, spesso in maniera radicale, realtà ben collocate
ed inserite nel territorio. La fusione e l’efficienza hanno provocato
inoltre la politica dei "grossi tagli" con spostamento del potere
decisionale verso il vertice del nuovo istituto. Per le piccole e medie
imprese ciò ha significato la perdita del rapporto diretto di fiducia e
conoscenza con l’istituto, rapporto diretto che, nella necessità
contingente, riusciva a fornire l’impressione di avere sempre il
supporto necessario. L’equivalente per le famiglie è stata un non
rendersi conto da parte dell’istituto delle esigenze finanziare,
scaricando spesso su queste i rischi accumulati, magari confidando in
una minore esperienza finanziaria. La riflessione che ci viene spontanea
è quindi chi sta dentro e dietro le banche.? Sicuramente uomini che
hanno anteposto il profitto alla filosofia del loro lavoro, dimenticando
il senso vero della loro attività.
Le piccole banche, sostituite ed accorpate,sono sempre state radicate
nel territorio e col loro venir meno si è indebolito il sistema bancario
locale, il territorio stesso si è impoverito e disorientato. Infatti,
nelle nostre realtà, le piccole e medie imprese hanno sempre avuto un
unico interlocutore, una sola banca che diventava la banca di famiglia e
dell’impresa stessa. Questo tipo di rapporto era ancora più importante
con le famiglie dove il "direttore" (magari un semplice funzionario)
consigliava e dava fiducia alla nucleo familiare. Ricordiamoci infatti
che l’affluenza di capitali nel dopo-guerra, capitali spesso fino allora
nascosti in casa, è stata dovuta proprio alla capacità del direttore di
convincere la famiglia a depositare il denaro in banca. Solo le grandi
imprese avevano ed hanno rapporti con più banche, spesso di dimensione
maggiore, privilegiando i minori costi alla personalizzazione del
rapporto, giacché la tipologia di lavoro non necessitava di una figura
come quella del "direttore", che spesso modulava e differenziava la sua
opera nei confronti delle varie imprese.
La figura del "direttore" è quindi un capitale umano che non va
dimenticato ma, anzi rafforzato in quanto il risultato in termini di
budget e di diffusione sul territorio di un’impresa, bancaria o
industriale che sia, è dovuta non solo all’entità dell’investimento
programmato ed attuato ma anche agli uomini che la compongono e che,
agendo con la testa, col cuore, con la passione e la razionalità fanno
squadra e crescono dentro ed insieme al territorio stesso. Ed è merito
dell’azienda rendersi conto di queste potenzialità e favorirle. Un
esempio può essere la reazione del sindacato al regalo di Natale fatto
ai dipendenti della Volterra due anni fa: una piccola sveglia cui si
reagì con un "ci penseremo noi a darvi la sveglia". L’anno successivo
l’azienda imparò e decise di non fare regali ma di mandare il pacco
natalizio ai bambini dell’Uganda: soddisfazione generale ed i sindacati
che hanno plaudito la decisione. Non ci si meravigli quindi se un
insieme così unito e coinvolto di dipendenti riesce a fare squadra,
magari anche nel difendere l’autonomia della Cassa di Risparmio di
Volterra. Anche le piccole banche hanno però dei difetti, per primo la
tendenza ad accentrare il potere nelle mani di una sola persona, la
tendenza al decisionismo e quindi ad evitare quelle noiose e continue
riunioni, che però con la discussione coinvolgono tutti i gradi della
dirigenza formando nello stesso tempo il personale stesso. Altro difetto
spesso riscontrabile è la presunzione di poter gestire autonomamente
tutto il capitale in ogni sua forma. Spesso occorrerebbe avere l’umiltà
di riconoscere che esistono organismi trasversali specialistici,
sicuramente più esperti nel muoversi sul mercato (un esempio sono i
gestori di Fondi Comuni di Investimento), e demandare, magari unendosi
ad altri piccoli istituti: il ricavo netto sarà sicuramente inferiore ma
il trend generale, comprensivo della soddisfazione del cliente, porterà
sicuramente ad una crescita a medio-breve termine. Altri errori
purtroppo comuni sono stati causati da una non corretta valutazione del
rischio di credito, con esposizioni anche forti in territori non coperti
da filiali e quindi con scarsa conoscenza del territorio, che hanno
spesso portato a carenze di fondi e quindi all’impossibilità di attuare
strategie sul territorio in accordo alle realtà locali. Sinergie queste
che hanno sempre riscontrato poco successo nelle politiche di
pianificazione.
Purtroppo questi errori hanno fatto sì che le Casse Risparmio e le
Banche Popolari siano state territorio di conquista da parte delle
grandi banche e che molte casse locali siano divenute satelliti di
banche più grandi (Volterra è restata una delle poche rimaste grazie al
senso storico d’indipendenza della città).
Qual è allora il futuro delle piccole banche? Solo quello di essere
comprate dai grandi istituti? Non necessariamente se si mantiene la
realtà ed il target dell’impresa medio-piccola. Ad esempio fornendo
prodotti a costo competitivo ed investendo in uomini motivati che
possano dare un servizio migliore e personalizzato, inserito nella
realtà locale, magari investendo direttamente nell’impresa da sostenere
oppure utilizzando nuove forme di credito e di finanziamento. Non
possiamo, ad esempio, pensare che una piccola banca possa fare da
partner alla quotazione in borsa di un’azienda, ma può entrare a far
parte o costituire un mini cartello di banche della stessa dimensione
come, ad esempio, il passato "medio credito regionale" nato per
finanziare la piccola e media industria ed ottenuto con l’unione delle
piccole banche. Oggi si parla molto di creare una "banca del Sud": viene
da chiedersi se è veramente necessario giacché le banche del Nord già
oggi investono nel sud più di quanto prelevino. Forse sarebbe più
opportuno pensare ad una Banca di Credito specifica per le medie e
piccole industrie, nata dalla volontà di piccole banche locali che si
consociano, non perdendo però l’immagine che gli è propria e soprattutto
mantenendo il contatto col territorio. E’ vero che il paese ha bisogno
di grandi banche nel contesto mondiale, ma in quello locale c’è bisogno
di piccole banche efficienti.
In ultima analisi bisogna però riconoscere che la crisi che si riscontra
è figlia delle carenze di motivazioni e di competenza negli uomini: il
paese ha bisogno di banchieri veri, dirigenti che lavorino con spirito
di servizio guardando anche a chi sta attorno a loro e non solo a se
stessi . E’ difficile poter parlare liberamente di questo problema, e
per questo l’oratore ringrazia il nostro Club che gli permette di farlo.
Che gli permette di affermare che stipendi di milioni di euro dati ad
uomini che dovrebbero lavorare non per il proprio interesse ma per
l’interesse del paese e delle realtà locali, provocano speculazioni
sbagliate sulle spalle dei poveri risparmiatori (vedi l’esempio della
Popolare di Lodi, con gli stipendi da nababbi ed i 30€ carpiti a tutti
gli ignari correntisti).
Il nostro Presidente ringrazia e ricorda come il
nostro sia un club di servizio, che ha come motto "servire al di sopra
di ogni interesse personale", motto che andrebbe ricordato a qualche
banchiere….
Prende
la parola il Presidente della Confindustria locale Barsotti lamentandosi
in generale del sistema bancario e di quel Basilea 2 esportato dagli USA
applicato ad oggi da 15 grandi banche (da tutti a partire dal 2006
n.d.r.). Barsotti esalta l’utilità delle piccole banche, strumento
valido per le piccole imprese poiché gli istituti a carattere locale
spesso sono capaci di dare risposte rapide. Nota inoltre come stia
emergendo una classe dirigente bancaria giovane, che sembra capire le
esigenze dell’industria e che quindi cerca di darle sostegno e fiducia.
Le nostre realtà industriali dovrebbero però avere il coraggio di
ristrutturazioni globali, dal lavoro alle politiche di lavoro, magari
con sinergie interindustriali, con maggiori specializzazioni e con
l’innovazione tecnologica, con accordi di sostegno con piccole banche
locali, con progetti in collaborazione con le università e con le
organizzazioni di categoria.
Parla di seguito il direttore della Banca d’Italia di
Pisa dott. Palmieri. Chiarisce che è sbagliato impostare il tema come
"grandi banche versus piccole banche" perché le banche non devono essere
contrapposte ma collaborare. La riforma bancaria, continua, ha portato
indubbiamente
ad un rafforzamento delle banche in genere, anche delle piccole che in
certi casi si sono rafforzate ed espanse. Il nostro sistema bancario è
solido e gli errori che hanno fatto cronaca, oggi sono stati assorbiti
con lievi danni. Col vecchio sistema sarebbe stato un disastro.
Prima non esisteva una banca rappresentativa della realtà italiana
mentre oggi ve ne sono 4 – 5. Ciò non vieta che possano esistere piccole
e medie banche: la loro presenza anzi è utile poiché rende possibile una
suddivisione del "lavoro", essendo queste ultime più idonee magari per
le microimprese che hanno rapporti di tipo familiare. Inoltre, con
l’acquisto di quote da parte di grandi istituti, le piccole banche hanno
acquisito la capacità di operare anche a dimensioni più elevate, con
operazioni all’estero (extra UE) che diventano accessibili anche al
piccolo imprenditore. Una cosa deve essere chiara: le piccole imprese,
le microimprese, le imprese familiari possono ingrandirsi ed espandersi
fuori d’Italia solo se le piccole banche cui si appoggiano hanno partner
importanti nelle operazioni internazionali. I grandi complessi bancari,
se non sono capaci di fornire servizi rapidi ed efficaci, perdono
facilmente quote di mercato e quindi oggi puntano sempre di più ad una
ristrutturazione nel campo dell’efficienza, favorendo la decentrazione
del potere decisionale e la personalizzazione del controllo.
Effettivamente c’è e c’è stata una razionalizzazione del sistema:
vediamo oggi, infatti, banche del nord che impegnano in piccole aziende
del sud, cosa impossibile se la valutazione dei progetti finanziari
fosse accentrata nelle lontane sedi centrali. Per questo concorda col
concetto che sembra sempre di più un controsenso creare una "banca del
sud".
Alla fine della serata, il nostro presidente
ringrazia e saluta tutti, dopo aver consegnato agli ospiti la medaglia
del Club come ricordo della piacevole "chiacchierata".
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L’amico Gabriele si dichiara felice di avere l'
occasione di illustrare a tutti noi, concisamente e spera senza
annoiarci, alcuni dettagli della sua vita professionale.
Si
è laureato in Medicina e Chirurgia a Pisa nell'ormai lontano 1980 e
quindi specializzato in Neurologia nel 1984, quando il Direttore della
Clinica e della Scuola di Specializzazione era il Prof. Alberto
Muratorio. E fu appunto alla fine degli anni settanta che decise di
spostare il suo interesse dalla cardiologia, area medica in cui discusse
a suo tempo la tesi di laurea, alla neurologia.
Questa scelta fu causata da vari motivi, primo perchè fu affascinato
dalla neurofisiologia, poi anche per incoraggiamento da parte dei
familiari specie la madre. Fu così che nell’80 si rivolse al Prof.
Muratorio e fu accettato alla specializzazione di neurofisiologia.
Iniziò occupandosi, con il Prof. Luigi Murri, attuale Direttore della
Clinica Neurologica di Pisa, di alterazioni del sogno e del sonno nelle
lesioni cerebrali, in particolare sulle lesioni di particolari zone
cerebrali. Non esistevano allora le tecnologie di oggi, ma ottennero
risultati interessanti. Certo fu un lavoro stressante se si pensa che
trattavasi di registrare nelle 24 ore, notte compresa, il tracciato di
soggetti di controllo e di soggetti con lesioni e successivamente
confrontare i tracciati per evidenziarne le differenze. Il percorso
successivo iniziò quasi occasionalmente allorquando, dopo aver terminato
il servizio militare, gli fu offerta la possibilità di una borsa di
studio sulle distrofie muscolari finanziata dalla sezione Provinciale
pisana della UILDM: in quell’occasione conobbe il dott. Luppichini e da
allora è nata una reciproca amicizia sincera e di questo ringrazia
l’amico Sergio. Si trattava di fare una indagine epidemiologica sulle
malattie neurologica che lo portò a girovagare tra le varie realtà della
toscana. E’ da allora che si è occupato in maniera particolare delle
malattie muscolari e su questo argomento ha discusso la tesi di
specializzazione. Il suo successivo percorso lo ha portato a periodi
passati al di fuori dell'università di Pisa, in Italia e all'estero; a
Padova, a Liverpool Inghilterra, alla Columbia university USA ecc. Dopo
ha conseguito due specializzazioni, un dottorato di ricerca e una borsa
post-dottorato.
Continuò a studiare le problematiche muscolari, che sono state uno dei
suoi attuali settori di ricerca fin dagli anni 80, in particolare la
fatica muscolare, cioè quanto può sopportare la fatica un muscolo in
attività. Già ai primi del 900 c’era questa necessità di conoscere la
resistenza alla fatica muscolare anche in rapporto allo stress psichico
come dimostrò il Prof. Aducco prima e dopo una lezione. Questo dimostra
come la fatica sia l’espressione di uno stato fisiologico fisico o
psicologico ed è interessante studiarne le reazioni per vedere se
possono essere patologiche. Contemporaneamente, come succede in Medicina
e più in generale nelle scienze, le conoscenze sul DNA e la
localizzazione genetica con le nuove tecnologie, andavano avanti. Fu
così che, a partire dagli anni '90, iniziò a occuparsi in maniera più
approfondita di malattie genetiche come la distrofia muscolare e più in
generale di malattie neurodegenerative specie nell’invecchiamento. E’
interessato soprattutto agli aspetti patogenetici, considerando come per
molte di queste malattie, Alzhaimer, Parkinson, SLA, (fatti morbosi
veramente devastanti), i fattori genetici di suscettibilità, peraltro
tuttora ignoti, siano ritenuti importanti. Ribadisce che il suo campo di
ricerca, come professore associato col Prof. Murri, è nel campo delle
malattie neuromuscolari e questo per l’interesse di patologie che
purtroppo hanno prognosi poco felici. Ma non si ferma qui, il suo
interesse va anche all’approccio umano col malato e con i familiari che
hanno veramente bisogno di comprensione e conforto visto le situazioni
spesso devastanti e molte volte a prognosi infausta
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