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Conviviale del 5 Aprile 06
Caminetto del 12 Aprile 06
Conviviale del 19 Aprile 06
Caminetto del 26 Aprile 06 |
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1 APRILE 2006 VISITA ALL'ACCADEMIA
NAVALE DI LIVORNO |
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Sabato primo Aprile, a seguito dell’interessamento
del Presidente Rodolfo Bernardini e del socio Rossi Cesare, è stato
possibile effettuare una visita guidata all’Accademia Navale di Livorno.
Ad attendere il gruppo dei nostri rotariani c’era il C.F. Roberto
Cervino che con squisita cortesia ha accompagnato il gruppo. Si è
iniziato alle ore 10,05 con il benvenuto da parte del Comandante in
seconda C.V. Luciano Ricao,cui è stata donata la medaglia di bronzo e il
guidoncino del Club, che ha rivolto brevi parole di circostanza, dopo di
che i visitatori si sono trasferiti nel piazzale; sono stati subito
raggiunti dal Comandante dell’Accademia Amm. Div. Cristiano Bettini che
ha porto il tradizionale benvenuto e si è intrattenuto cordialmente con
alcuni rotariani del gruppo. Di seguito è stata scattata la classica
foto ricordo sotto il brigantino interrato. E’ iniziato quindi il
tradizionale scambio degli omaggi: il Presidente Bernardini ha
consegnato all’Ammiraglio la medaglia d’argento e il guidoncino del Club
con il libro del centenario, omaggi che sono stati molto graditi. A sua
volta l’Ammiraglio ha donato al Presidente il Crest dell’Accademia. Dopo
la cerimonia il gruppo si è trasferito nella stanza del simulatore dove
ha provato l’emozione della navigazione in alto mare, esperienza molto
apprezzata. Di seguito si sono trasferiti all’Ufficio Meteorologico e
Radionavigazione: qui sono stati illustrati i moderni metodi per fare il
"punto nave" indispensabile per la
navigazione ed il metodo di avere le
rotte sul computer anziché disegnate sulle mappe nautiche. Da qui sono
passati alla "sala storica delle bandiere" ed hanno potuto vedere,
chiuse in un armadio protettivo, la Bandiera della Repubblica Veneta, la
Bandiera del Regno delle due Sicilie, la bandiera del Regno della
Sardegna, la bandiera della Regia Accademia Navale in uso dal 1906 al
1946 e la bandiera dei Cavalieri di Santo Stefano: pezzo forte la
bandiera dell’Accademia consegnata il 4 Dicembre 1948 dal Presidente
della repubblica Luigi Einaudi. E’ continuata la visita al Museo Navale
dove sono conservati ed esposti in teca i reperti storici e su mensole i
modelli di nave da guerra delle varie epoche: apprezzato il modello
della Corazzata "Pisa" del 1907 e naturalmente molto ammirato quello
della nave scuola "Amerigo Vespucci" , orgoglio della nostra Marina.
Quindi sono passati nella sala dove sono esposte tutte le bandiere dei
corsi e successivamente hanno visitato la Chiesa dell’Accademia.
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CONVIVIALE DEL 5 APRILE 2006 |
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Un gruppo di tavoli in attesa della cena e della conferenza del prof.
Bertini |
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Altro tavolo di soci ed il tavolo della Presidenza |
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Il
Presidente presenta l’oratore Prof. Luciano Bertini, storico, figlio di
un ammiraglio e nipote di un famoso medico pisano del secolo passato.
L’oratore completa il titolo della conversazione con una domanda "Quali
sono le fonti cui attingiamo per risalire alla storia?".
1°) Lo studio di documenti dell’epoca: per il passato remoto ve ne sono
pochi, questi aumentano man mano che ci avviciniamo ai nostri tempi: lo
storico può ricostruire i fatti basandosi su atti che vengono
conservati, sia privati che pubblici. Pisa è stata dominata dai
Longobardi già nel 579, periodo in cui fu conquistata gran parte
dell’Italia, e fin da allora possiamo attingere notizie da una
documentazione. Fa l’esempio di un signore che aveva conservato
nell’archivio 90 documenti, che sono andati perduti col passar del
tempo, però ne possediamo l’elenco.
2°) Altra fonte di notizie è la letteratura; infatti gli scrittori di
tutti i tempi hanno inserito personaggi di fantasia in un contesto
storico reale.
3°) L’archeologia è un’altra fonte estremamente importante, non solo per
quanto riguarda l’architettura, ma anche studiando le discariche,
l’immondezzai. Qui si trovano oggetti rotti e gettati, come cocci di
vasellame (conosciamo l’arte degli etruschi proprio grazie a queste
ricerche). Non solo, questi pozzi d’immondizie ci danno anche notizie
sull’alimentazione. Nelle tombe troviamo le ossa e studiandole possiamo
risalire ad usi e costumi, sistemi alimentari ecc. propri di quelle
popolazioni.
4°) Una fonte importante è la toponomastica: infatti molte località
iniziano con Castel.... ecc: questo significa che in quel posto vi era
una struttura militare; magari l’architettura è scomparsa ma resta il
nome. Località che terminano in Ani, Ano, Ana, derivano da luoghi dove
esistevano fattorie romane; altro esempio la località di Gello che
deriva da Agello, insediamento agricolo romano. Prendiamo ad es. la
chiesa San Michele in Borgo, costruita nell’800-900 DC: è detta così
perchè situata nel borgo, cioè in un agglomerato urbano al di fuori
della civitas vera e propria. Accanto alle prime mura, di cui non
sappiamo niente (forse andavano dalla chiesa dei Galletti verso nord,
Bagni di Nerone, p.zza Duomo, via S. Maria), si formava un borgo con
case, botteghe, locali vari e la relativa chiesa costruita lì, per cui
prendeva il nome "In Borgo".
Via del Borghetto è detta così perchè era situata in un una piccolo
agglomerato, non aveva ancora dignità di borgo.
P.zza delle Gondole: c’era un porticciolo da dove partivano barconi
(forse li chiamavano gondole in ricordo di Venezia) per trasportare i
signori lungo il fosso Macinante fino a San Giuliano Terme per usufruire
delle "acque buone" come dicevano allora. E’ bene ricordare che Pisa non
ha mai avuto una buona acqua fino a che i Medici fecero l’acquedotto per
portare l’acqua di Asciano (Uno dei rari regali fatti dai Medici a
Pisa).
Qui nasce un simpatico battibecco tra il Presidente e l’oratore
ricordandoci che fin dal 1406 i Pisani non hanno buon sangue con
Firenze, vedi la battaglia di Stampace dove combatterono donne e frati,
figure che non erano abituate a combattere.
Poi via del Giardino: è il secondo luogo dove fu fatto l’orto botanico;
il primo era dove ora sono i capannoni dei Medici alla Cittadella, poi
fu trasferito proprio in via del Giardino ma dopo pochi anni, visto il
clima e la poca luce, fu di nuovo dislocato dove si trova ora (fa un
accenno alla prima magnolia portata in occidente e da cui, per seme o
margotta, derivano quasi tutte le magnolie d’Italia.).
Continua a snocciolare toponimi che dimostrano come fosse fiorente
l’artigianato pisano:
via degli Artigiani che erano molti come si evince dagli atti di compra
vendita e lasciti;
via Battichiodi: zona dove c’erano i fabbricanti di chiodi
indispensabili per le costruzioni;
via dei Calafati, coloro che impermeabilizzavano gli scafi delle navi;
via dei Concia, dove si trovavano i conciatori e via Concetta forse
perchè questa zona era meno importante;
via Consoli del Mare, qui si va in una casta altolocata;
p.zza dei Facchini, questi erano gli autotrasportatori di allora; dato
che l’Arno aveva molte piazzole e scali dove arrivavano e partivano
merci occorrevano molti facchini per il relativo trasporto;
via del Lavatoio dove lavoravano le lavandaie;
via delle Maioliche dove artigiani lavoravano la ceramica: avevano
imparato a produrla in nord Africa (vedi i bacini ceramici di Pisa
conosciuti per importanza in tutto il mondo) e dopo il 1000 cominciano a
produrle con metodo proprio specie per l’invetriatura, la fase più
difficile per la maiolica. Poi via Mercanti e i nome dice tutto,
via degli Orafi,
via dell’Oro (questo è difficile ad interpretarlo),
via Rigattieri,
via dei Somari (l’Ape di quei tempi),
via La Tinta,
via Tavoleria ecc che richiamano le più svariate attività come piazza
delle Vettovaglie o piazza dei Cavoli oggi della Berlina. Tutto questo
per dimostrare che l’ubicazione di arti e mestieri fanno capire
l’organizzazione sociale dell’epoca. Lo stesso si può dire per il
meretricio con nomi appropriati tipo
via delle Belle Donne,
via delle Donzelle,
via dell’Occhio che sfocia in p.zza dei Grilletti:
la dice lunga anche via della Nunziatina che poteva essere
tranquillamente una signora di facili costumi e molto nota. L’oratore ci
invita a soffermarci sulla toponomastica della città da cui si può
sempre imparare qualche cosa, e ci esorta ad opporci al cambiamento dei
nomi perchè è un modo per distruggere un indizio storico. A questo punto
ringrazia dell’attenzione e cede la parola al pubblico.
Allora il Presidente fa un breve excursus della storia pisana partendo
dalla repubblica pisana venduta ai fiorentini dai Visconti. Arrivano i
fiorentini che fanno man bassa con eccidi; le famiglie bene di Pisa
allora emigrano portando con se centinaia di famigli e parenti e vanno
in Sicilia a Palermo dove esiste ancora il Quartiere dei Pisani, la
Chiesa dei Pisani. Il capo era uno della famiglia degli
Agliata.
Pisa restò con poco più di cinquemila abitanti. Alla discesa del Re di
Francia viene la seconda repubblica pisana che dura 19 anni, poi cade ma
contemporaneamente cade anche la repubblica fiorentina ed arrivano i
Medici che hanno un occhio di riguardo verso Pisa. Istaurano l’istituto
Fiumi e Fossi, potenziano l’Università, creano i Cavalieri di Santo
Stefano ecc. Quindi, anche per la simpatia che avevano i Medici verso
Pisa, i pisani possono odiare i fiorentini ma non i Medici al contrario
dei fiorentini che amavano Firenze e odiavano i Medici. A quei tempi
esisteva il lago di Bientina che dava notevoli problemi, e nell’800
Leopoldo II° fece un emissario che portasse l’acqua del lago in mare: il
passaggio del canale era ostacolato dall’Arno, ma il problema fu risolto
costruendo la Botte di San Giovanni con il progetto dell’architetto
Manetti e manod’opera locale. La lapide commemorativa iniziata nel 1859
è stata completata nel 1989 dato che l’opera era stata ignorata dai
Savoia. Il Presidente visto che non vi sono domande chiude la
conversazione.
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CAMINETTO DEL 12 APRILE 2006 |
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In assenza del Presidente Rodolfo Bernardini causa
impegni di lavoro, presiede il Caminetto l'amico Savino Sardella che
legge alcuni inviti i cui programmi sono a disposizione presso il
Segretario.
Di seguito presenta il socio Pietro Pescatore che ci intratterrà con il
seguente argomento.
LA FIGURA DEL SEGRETARIO COMUNALE
Con l’approvazione della legge costituzionale di
modifica del titolo V° si venne a riprodurre la domanda se con
l’evoluzione a rango costituzionale degli elementi fondanti del sistema
autonomistico si potesse concepire il mantenimento di una figura
necessaria per tutti gli enti, regolata da una disciplina fondamentale
di legge, con un Albo nazionale gestito per l’intera rete delle
Autonomie.
Non si considerava che la figura del segretario era stata oggetto di
un’incisiva e sostanziale riforma, il cui sofferto valore stava proprio
nella capacità di aver riconsiderato la figura stessa in aderenza
all’evoluzione degli assetti dei poteri che ordinandosi secondo il
criterio della sussidiarietà si andavano a riposizionare assumendo come
epicentro dell’Amministrazione il territorio ed i governi locali. Ne
scaturì una profonda incertezza sul futuro del segretario, nonostante la
lungimirante e intelligente risposta nei riguardi della riforma della
stragrande maggioranza dei segretari consistente nell’aver accettato la
sfida dell’innovazione del sistema amministrativo con le relative
fatiche (si pensi all’accentuata richiesta di capacità direzionali per
fronteggiare i complessi fenomeni di trasformazione organizzativa e
gestionale di comuni e province).
Invece di dedicare ogni sforzo su cosa dovesse essere corretto affinché
il sistema posto in essere trovasse i suoi migliori assetti e quali gli
investimenti da fare si tornava con variegate posizioni e motivazioni
istituzionali, a rimettere in discussione figura, ruolo e gestione.
Rispetto all’iniziale dibattito, che scontava la non esemplare chiarezza
della riforma del titolo V° della Costituzione, si è registrato che più
ponderate valutazioni abbiano potuto mettere in evidenza come la forza
del sistema territoriale amministrativo e di governo risieda proprio nel
potersi caratterizzare per alcuni tratti comuni, espressione dell’unità
dell’ordinamento e che trovano le loro fonti in leggi generali, le
quali, lungi dal ridurre le pregnanti potestà adesso garantite dalla
Costituzione, ne consentono invece il più efficace servizio. Fra questi
elementi che esprimono l’unitarietà del sistema può annoverarsi la
presenza di una funzione come quella del segretario espressione di
valori tipici di un buon sistema amministrativo dotato di amplissimi
compiti e responsabilità.
E’ su questo terreno che appariva del tutto inconcepibile che la scelta
adesso codificata nella Costituzione, della strutturazione
dell’Amministrazione italiana con i comuni quali soggetti primari,
dovesse determinare, a fronte appunto di un’accentuazione della
responsabilità dell’Amministrazione territoriale, un depotenziamento o,
peggio, la non necessarietà di una figura che, semmai, doveva
pretendersi ancora più qualificata.
Davvero si poteva pensare che fosse un valore autonomistico far
tramontare la già rinnovata figura del segretario negli enti? E poiché è
figura nominata dal Sindaco o dal Presidente della Provincia (come gli
altri Dirigenti) si poteva ritenere che la doverosità della scelta di un
Albo, che ha la funzione di garantire qualificazione e preparazione,
costituisse un vulnus per le prerogative degli Enti locali?
La cosiddetta legge "La Loggia" concernente la delega al Governo per la
rielaborazione T.U.O.E.L. adeguato al nuovo Titolo V° della
Costituzione, nel prevedere alla lettera m) dell’articolo 2 "che siano
mantenute le disposizioni in vigore… volte ad assicurare la conformità
dell’attività amministrativa alla legge, allo statuto e ai regolamenti",
ha aperto scenari e prospettive del tutto nuove per raffrontare, in un
contesto in cui può essere recuperato il giusto spirito positivo, tutte
le tematiche inerenti al ruolo ed alle funzioni del segretario.
Nei primi commenti è emersa già in tutta la sua rilevanza la questione
di come dal riaffermato incardinamento del segretario
nell’organizzazione degli Enti si debba passare alla ridefinizione della
sfera delle funzioni ed in definitiva del ruolo nell’ambito di ciascun
sistema locale.
E’ ormai eliminata ogni forma di controllo esterno ma non certo
l’esigenza del rispetto della legalità; dunque quella è da ritenere
l’area delle funzioni del segretario? Sembra ritornare la formula del
parere di legittimità previsto dalla legge 142/1990? Si è voluto evocare
compiti riconducibili alla questione sul come garantire che l’attività
dell’ente si svolga entro i binari della regolarità amministrativa? Ma
con quali concrete traduzioni in fatto di compiti e responsabilità?.
Si deve partire necessariamente dall’esperienza maturata in quasi dieci
anni dalla riforma Bassanini, ragionarci con attenzione e senza
preconcetti e sviluppare le proposte pensando al sistema amministrativo
locale che si va perseguendo. Nel fare ciò occorre nel contempo tener
ben presenti i caratteri dell’organizzazione comunale e provinciale e
del bisogno di governance che assicuri il realizzarsi dei
programmi da parte di chi è stato investito di responsabilità di governo
per i vari mandati elettorali.
Del resto, già da tempo, si è posta la questione di come l’introduzione
per legge della funzione di direzione generale (quale espressione di
autonomia organizzativa degli Enti) che poteva essere soggettivamente
tenuta distinta dalla funzione, sempre presente e necessaria, del
segretario, avesse portato, nei casi di nomina esterna del direttore
generale, a situazioni di scarsa chiarezza, a comportamenti gestionali
con molte buone intenzioni ma non con altrettanta capacità di renderle
concrete per via di una complessità non ben conosciuta e padroneggiata e
con una scarsa capacità di incidere nella cultura dirigenziale degli
enti.
A quelle situazioni, vissute sovente come svilimento del segretario, mi
pare di poter affermare che non abbia corrisposto, nella maggior parte
dei casi, un arricchimento delle capacità quali si credeva acquisibili
con apporti esterni.
E’ senso comune sia degli amministratori, sia degli apparati che
l’azione dell’ente, nelle sue molteplici espressioni che vanno dalla
programmazione, alla gestione e alla realizzazione, alle attività
regolative, alla funzione promozionale e di sviluppo, richiedevano – e
richiedono – capacità direzionali in cui siano compresenti sia una
profonda preparazione tecnico-amministrativa che capacità operative e
gestionali. Laddove, poi siano richieste molteplicità di saperi
professionali, occorre allora la presenza di centri direzionali dotati
di solida cultura di direzione complessiva.
Più l’attività si connota per complessità e innovazione più aumenta il
bisogno di legalità; il bisogno cioè di condurre tali attività in
maniera da mantenere entro i canoni che reggono l’agire pubblico giacché
è l’unico modo affinché le nuove frontiere, e comunque l’azione degli
enti, non scontino poi a posteriori contraccolpi di vario tipo che
vengono a scaricarsi sulle attività stesse o addirittura sui soggetti
(sia politici che burocratici) che ne portano la responsabilità.
La complessità dell’amministrare e l’affermarsi di un’azione pubblica
con una forte caratterizzazione locale implica una forte capacità di
integrazione governata proprio dagli enti locali, spinge verso una
figura di segretario che esprima una cultura di direzione complessiva,
che lo renda particolarmente affidabile per facilitare la realizzazione
delle politiche dell’ente, che abbia una profonda conoscenza della
Pubblica Amministrazione.
L’amministrazione si muove sui binari della legalità quale è venuta
evolvendosi per rispondere alle aspettative dei cittadini.
Il segretario non può che collocarsi nella posizione che consenta
all’ente ed ai suoi amministratori di sviluppare con il massimo di
garanzia di legalità che è rispetto dei moderni canoni di
un’amministrazione efficiente, le politiche pubbliche dei vari enti in
un quadro di integrazione orizzontale e verticale.
Mi pare utile che la sfera di funzioni del segretario sia sempre e
comunque di portata più ampia dell’ambito gestionale stretto, che è
l’area delle responsabilità tipiche della dirigenza e dei responsabili
dei servizi.
E’ proprio partendo dall’esperienza maturata a seguito della riforma del
1997 che l’attività del segretario,di necessaria presenza e assistenza
collaborativa e d’impulso, deve caratterizzarsi per questo nucleo di
responsabilità nei riguardi dell’ente, nell’insieme dei suoi organi. La
sfera di funzioni del segretario si sostanzia come collante necessario
della complessiva attività degli enti, sin dal momento in cui la stessa
viene progettata. La sua funzione di garanzia non può essere relegata,
pertanto, ad un ruolo formale di controllo, quasi in posizione di
terzietà, specie se incompatibile e scollegato dalle funzioni di governo
dell’ente e anche dalla gestione.
Si affermerebbe, in conclusione, una funzione ormai desueta poiché
avulsa dal diretto ed immediato riferimento al buon andamento,
all’efficienza e all’efficacia dell’azione amministrativa nell’interesse
dei cittadini.
Pietro Pescatore
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CONVIVIALE DEL 19 APRILE 2006 |
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Il tavolo della presidenza e il Dott. Francesco Francesca con il
Presidente Rodolfo Bernardini |
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Tavoli di soci ed il Dott. Francesca. |
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Conviviale del 19 Aprile 2006
Il
Presidente presenta l’oratore, il Dott. Francesco Francesca insigne
urologo dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa il quale chiede comprensione
alle gentili signore per l’argomento che può non interessare
direttamente loro, ma le possono coinvolgere per l’amore che hanno per i
loro compagni. Comincia col parlare della politica sanitaria inerente il
tumore della prostata, tumore purtroppo molto frequente nell’uomo che si
aggira sulla percentuale del 5,7%, una frequenza simile ad altre
malattie tipo diabete e calcolosi urinaria. L’urologo si trova in
difficoltà per il non poter riconoscere anticipatamente quelle forme che
possono essere mortali da quelle che non lo saranno nel corso della vita
del paziente, al punto che in età avanzata può morire per altre cause ma
non per il tumore: quindi è una malattia impegnativa dal punto di vista
diagnostico cui dobbiamo confrontarci. E’ calcolato che 1 uomo su 40 a
60 anni è portatore di tumore, a 75 anni 1 su 9, chi ha la fortuna di
arrivare e superare i 90 ha sicuramente il tumore. Il dramma
dell’urologo è quello di non poter riconoscere quale è il tumore che
deve essere trattato subito da quello che basta monitorarlo nel tempo.
Da qui l’importanza della prevenzione, operazione che ha un costo
notevole per il SSN.
Si parla di prevenzione primaria per tutti quegli atti, tipo
dieta, igiene di vita ecc, che possono prevenire la degenerazione della
prostata e la formazione del tumore.
Si parla di prevenzione secondaria con quegli atti che permettano
una diagnosi precoce, in modo da poter aggredire il tumore in fase
preclinica con interventi che portano anche alla guarigione totale.
Seguendo il positivo iter della prevenzione dei tumori femminili (utero
mammella) con mammografie e Pap Test, si procede anche per la prostata
con un ottimo indice che è il PSA (antigene prostatico specifico) che ci
fa capire quale sia lo stato di salute della ghiandola: però non ci fa
fare una diagnosi precisa, per cui se l’esame è alterato bisogna
procedere ad ulteriori indagini. Fare un percorso dal PSA fino alla
diagnosi precisa per tutti i soggetti a rischio per età non è
economicamente utile, in quanto troveremmo tumori prostatici che vanno
trattati, ma anche molti tumori che è inutile trattare in quanto
permettono una vita serena per il paziente. Sono in atto degli studi per
valutare se sia utile una prevenzione totale di massa, ma le risposte le
avremo fra diversi anni dato che devono essere valutati parametri
correlati alla malattia e li avremo dopo molto tempo dell’attuazione del
progetto.
Per quanto riguarda la prevenzione primaria, come accade spesso
in medicina, un gruppo di medici scandinavi hanno sottoposto due gruppi
di volontari ad una valutazione preventiva per il melanoma. Un gruppo è
stato trattato con vitamina A C D e Selenio, mentre l’altro ha fatto
dieta libera. Dopo un certo numero di anni hanno visto che la frequenza
del melanoma nel gruppo trattato era uguale all’altro, mentre era
notevolmente diminuita l’incidenza di tumori prostatici: per
approfondire l’argomento sono tuttora in atto studi i cui risultati
saranno noti fra diversi anni. Come prevenzione primaria farmacologica
si adopera una sostanza, la Finasteride (Prostar, Finastide ecc.), che
riduce del 25% l’insorgenza del tumore per chi la assume per ameno 4 – 5
anni. Come contropartita, i soggetti trattati che si ammalano sembra
abbiano un tumore più aggressivo: dico sembrano perchè la diagnosi
istologica potrebbe essere falsata da una alterazione morfologica che
inganna l’istologo ma in realtà il tumore non è più aggressivo degli
altri. Fare una prevenzione su tutti i soggetti da 50 anni in su,
porterebbe ad una spesa insostenibile da qualsiasi SSN, per cui i
ricercatori hanno il compito di individuare le fasce di rischio in cui
può essere giustificata la prevenzione con la Finasteride, vedi la
familiarità e quell’ 8% di soggetti in cui con la biopsia si notano le
alterazioni precancerose.
Non abbiamo certezze su chi dobbiamo trattare con questo trattamento
farmacologico, ma è certo che una prevenzione primaria può essere
praticata da tutti adottando una dieta mediterranea, ricca di verdure,
frutta, legumi che contengono vitamine A C E e selenio: adoperare nella
dieta i pomodori che hanno una forte quantità di una sostanza
antiossidante. L’insieme di queste sostanze, essendo antiossidanti,
prevengono l’invecchiamento delle nostre cellule quindi anche quelle
della prostata. Chiude qui l’intervento e si passa alle domande da dove
emerge che:
1°)non vi è sostanziale differenza di incidenza del tumore tra paesi
mediterranei e scandinavi anche se la dieta è diversa: certo da noi può
esserci un impatto negativo per l’inquinamento ambientale. C’è
differenza tra la razza negra e la caucasica a favore di questa ultima.
Notevole l’influenza dell’ambiente ed alimentazione: in oriente c’è
scarsa incidenza che aumenta negli orientali che si stabiliscono in
America.
2°) Vi è un piccolo gruppo di pazienti che hanno un tipo di carcinoma
ereditario per trasmissione genetica dovuto ad alterazione di un genoma.
Non si può prevenire, ma sia chiaro che il tumore della prostata è
sicuramente connaturato con l’invecchiamento, come detto all’inizio
della relazione.
3°) E’ preferibile la verdura fresca di stagione, ma in genere qualsiasi
tipo di frutta e verdura contiene la vit. A C E. Per quanto riguarda i
pomodori è valido anche il passato dato che la sostanza antiossidante è
nella polpa. Importante è non abbondare nei grassi animale che
contengono estrogeni e facilitano la formazione di testosterone che è
causa dell’alterazione prostatica. Chi non ama la dieta mediterranea può
ricorrere all’assunzione di vitamine e selenio con gli integratori
alimentari.
4°) La Serenoa, sostanza vegetale, ha un effetto placebo mentre la
finasteride diminuisce il volume della prostata e previene il tumore,
tutto documentato con lavori clinici seri.
5°) l’asportazione della prostata avviene solo in caso di tumore. Di
normale si tratta di adenomi che comprimono l’uretra per via centripeta
o periferica, da qui la necessità di asportare solo l’adenoma e ciò può
essere effettuato a cielo aperto o per via endoscopica. Vi sono molti
altri metodi tipo laser, alcoolizzazione, folgorazione ecc. che sono
sempre in fase sperimentale. Il più sicuro è quello endoscopico: si
ricorre al cielo aperto quando l’adenoma, che deve essere asportato a
pezzetti, è talmente grande che occorre più di un’ora, un’ora e mezza
per portarlo via.
6°) Dopo una prostatecmia con tumore localizzato abbiamo un tempo di
circa 8 anni prima che si ripresenti e lo vediamo col PSA; a questo
punto il tumore tende a generalizzarsi e interveniamo con una terapia
ormonosoppressiva (distrugge il testosterone) e abbiamo ancora 5 anni di
vita circa. Quando avviene una ormonoresistenza si passa alla
chemioterapia con antiblastici tradizionali: il paziente
avrà
degli alti e bassi fino a quando non venga il decesso. Però non è detto
che il tumore si ripresenti, può esserci una guarigione come accade in
altri tipi di tumore.
Qualora il tumore al momento della diagnosi sia extra capsulare vi sono
armi diverse, dalla ormonosoppressione alla chemioterapia e sta allo
specialista scegliere l’arma migliore per quel determinato momento.
A questo punto l’oratore viene omaggiato con la
medaglia ed il gagliardetto del Club .
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CAMINETTO DEL 26 APRILE 2006 |
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Dopo le comunicazioni e la lettura degli inviti e
manifestazioni i cui programmi sono a disposizione del Segretario. Il
Presidente invita l’amico Diara, istruttore del Club, ad illustrare il
nuovo Piano Direttivo Distrettuale
IL NUOVO PIANO DIRETTIVO
Il problema
Sulla base di una diffusa constatazione dello scarso
coinvolgimento della maggior parte dei Rotariani nelle attività dei
rispettivi Club, con conseguente calo di efficienza ed efficacia
dell'azione e dell'immagine del Rotary nel territorio di competenza,
scarsa preparazione dei dirigenti a livello di Club, di Distretto e
dello stesso Rotary International (RI), i dirigenti del RI hanno
pianificato una revisione complessiva della organizzazione del1e
strutture operative, cioè appunto Club, Distretti e RI. Il primo passo è
stato quello della messa a punto di un Piano Direttivo Distrettuale (PDD)
con la creazione della figura dell' Assistente del Governatore, entrato
in vigore, e quindi obbligatorio per tutti i Distretti, dall' anno
rotariano 1997 -98, dopo una fase di sperimentazione che ha coinvolto 12
Distretti di varie parti del mondo, e una fase di implementazione
facoltativa, intesa a preparare e predisporre i Distretti alle nuove
regole. Il successo del PDD è oggi indiscutibile, ma, per dovere di
cronaca, dobbiamo ricordare le perplessità e le incertezze che suscitò
nei primi tempi in non pochi Distretti. Questa riluttanza al cambiamento
è assolutamente fisiologica e comprensibile, soprattutto per uno
Sodalizio come il nostro propenso a conservare la tradizione di un
glorioso passato. Lo scopo del PDD è quello di assistere meglio i Club
del Distretto favorendo la informazione e la formazione dei Rotariani
chiamati alle responsabilità di guida e di gestione dei Club. Il PDD ha
permesso di approfondire la conoscenza delle cause dello scarso
coinvolgimento della maggior parte dei Rotariani. Tra queste emerge la
discontinuità e talora la incoerenza de\1e attività programmate anno
dopo anno. Il ruolo dei dirigenti eletti per un solo anno ha prodotto
non poche deviazioni di tipo autocratico e/o autarchico che
hanno
gradualmente portato a sminuire la responsabilità e lo stesso ruolo di
chi si avvicenda alla guida del Club. A parte i casi patologici, che
richiedono rimedi drastici e difficili come ben sanno i Governatori
Distrettuali, il RI ha pensato ai "normali" Club dove latita il
Rotariano tipo, cordiale amico di specchiate virtù, che non vede nel
Club il mezzo ideale per contribuire ad un mondo migliore. Questa
persona ha tutte le buone intenzioni, ma non ha incentivi, e vede nel
Club una struttura sostanzialmente sterile ai fini della realizzazione
dei "sogni" di persona buona e di buona volontà: questi "sogni"
richiedono impegno coerente e continuato, anno dopo anno. Ma spesso il
presidente si limita a preoccuparsi del "mio anno", senza curarsi del
dopo. Per cambiare questo tipo di atteggiamento delle persone è
necessario procedere in modo graduale e sistematico: il Club è
efficiente se i soci sono scelti con criterio e se essi si scelgono
dirigenti validi; d'altro canto un Club efficiente contribuisce a fare
di una persona di buona volontà un Rotariano attivo. Scegliere i soci è
compito di grande responsabilità, scegliere un Presidente di Club è
altrettanto difficile, gestire le attività del Club è difficilissimo.
Come fare? L'unica soluzione è promuovere il lavoro di squadra: tutto il
Club è una squadra. Una squadra che si conserva e si consolida anno dopo
anno, una squadra che alterna alle funzioni più delicate alcuni dei suoi
componenti, ma resta coerente e coesa secondo un programma concreto di
cose da fare.
Questa visione del Rotary Club vuole mettere in pratica il metodo
Service above self, che il Rotary ha scelto per conseguire il suo scopo
di promuovere la comprensione e la pace nel mondo.
La soluzione
E’ dunque necessario pianificare la continuità di azione e fare di essa
un vincolo imprescindibile per la vita del Club. Questo significa
fissare alcune linee guida di carattere generale e rivedere di
conseguenza il Regolamento tipo del Rotary Club. L'attuale Regolamento
tipo del Rotary Club prevede 4 Commissioni principali, una per ogni via
del Servizio Rotariano e 17 altre Commissioni o sotto commissioni. La
struttura, andatasi complicando col passare degli anni, è stata
giudicata inutilmente complessa e controproducente ai fini della
efficienza del Club. Per questo motivo, con la decisione N. 152,
Novembre 2000, il Board del R.I. chiese al Segretario Generale di
redigere la bozza di un Piano Direttivo del Club per lo sviluppo di Club
efficienti, basato su 5 funzioni principali:
1. sostegno dell'Effettivo (inclusa Az. Interna);
2. Pubbliche Relazioni del Club;
3. gestione del Club (Amministrazione e aspetti organizzativi);
4. progetti di Servizio (Az. Interesse Pubblico, APIM e Az.
Professionale);
5. sostegno alla Rotary Foundation.
Una commissione ad hoc del RI, il Leadership Development and
Training Committee (LDTC), ha avuto l'incarico di rivedere il contenuto
del Regolamento del Rotary Club e, in particolare, gli aspetti relativi
alla guida del Club. Il LDTC ha convenuto sulla importanza di
predisporre una continuità di azione alle Commissioni del Club, in
alternativa alla designazione di nuovi membri da parte del presidente
eletto ogni anno. Tenendo presente le 5 funzioni chiave richieste dal
Board il LDTC ha quindi proposto un Piano Direttivo del Club. PDC, con
lo scopo di favorire l'efficienza del Club. Un Club efficiente viene
identificato in base alla sua capacità di:
. mantenere e/o accrescere il suo effettivo;
. realizzare progetti di successo relativi alle necessità della
comunità, sia a livello locale che a livello internazionale;
. sostenere la Rotary Foundation con contributi finanziari e
partecipazione ai programmi;
. esprimere Leader Rotariani a livello distrettuale.
Il PDC si propone di raggiungere questi obiettivi favorendo:
A). la continuità nei progetti e nei criteri decisionali;
B). il consenso nei criteri decisionali e nella individuazione degli
obiettivi;
C). una migliore preparazione dei leader a livello di Club; di una
maggiore disponibilità di leader per le attività del Distretto;
E). una strategia dell'avvicendamento dei leader del Club.
Per rendere operativo il PDC, il Presidente deve lavorare col suo
predecessore e col suo successore con lo scopo di mettere a punto una
strategia di azione che tenga conto dei seguenti aspetti:
. pianificare a lunga scadenza le azioni di servizio e lo sviluppo
dell'effettivo;
. evidenziare le necessità presenti e future delle Commissioni per
conseguire gli obiettivi del Club;
. garantire la continuità di azione all'interno delle commissioni;
. definire ruolo e responsabilità dei membri del Consiglio Direttivo e
delle Commissioni;
. programmare la comunicazione tra Presidente, Consiglio, Presidenti di
Commissione, Soci, Assistenti del Governatore e Commissioni
Distrettuali;
. predisporre una continuità nella guida del Club;
. garantire la partecipazione di ogni Socio del Club;.
. realizzare un adeguato bilanciamento tra attività di intrattenimento e
attività di servizio;.
. garantire l'informazione e la formazione continua di tutti i Soci sui
programmi e l'evoluzione del Rotary.
Le Commissioni del Club hanno l'incarico di conseguire gli obiettivi del
Club espressi dal Presidente, secondo il parere degli altri responsabili
del Club e le linee strategiche convenute.
Le Commissioni devono impegnarsi a guidare le attività di gestione del
Club su cinque linee principali, a ciascuna delle quali deve
corrispondere una Commissione.
Le Cinque Commissioni del Club
1.Effettivo 2. Relazioni Pubbliche del Club 3. Amministrazione del
Club 4. Progetti di Servizio 5. Rotary Foundation
Altre Commissioni possono essere istituite solamente per scopi specifici
identificati dal presidente e dagli altri dirigenti del Club.
Commissioni che non corrispondono a questi criteri non devono essere
costituite.
Continuità nella guida delle Commissioni
Nel corso del primo anno del Club Leadership Plan, il Presidente, in
accordo col suo predecessore e col Presidente Eletto, nomina i membri
delle 5 Commissioni. Si suggerisce un minimo di 3 membri per
Commissione, uno dei quali resta in carica 1 anno, il secondo 2 anni, il
terzo 3 anni. Negli anni successivi il Presidente di turno nomina un
nuovo membro per Commissione con incarico triennale.
Ogni anno il Presidente del Club designa uno dei membri della
Commissione alla carica di Presidente della Commissione.
Criteri di scelta dei Membri delle CommissioniLa eleggibilità a
membro di Commissione è riservata ai soli soci attivi che siano
pienamente inseriti nella vita del Club. Si raccomanda che il presidente
di Commissione abbia maturato una certa esperienza come membro della
stessa Commissione. I Presidenti delle Commissioni devono partecipare
all'Assemblea Distrettuale che precede l'entrata in carica.
Adempimenti delle Commissioni di Club
Le Commissioni del Club devono operare in concerto con le corrispondenti
Commissioni Distrettuali e con le Commissioni e le Task Forces del RI e
della Rotary Foundation, nonché con i Rotariani incaricati dal
Presidente del RI o dal Presidente dei Trustees della Rotary Foundation
di sostenere a livello di Club specifiche azioni o programmi del RI e
della Rotary Foundation.
Le Commissioni del Club devono redigere con cadenza regolare un rapporto
al Consiglio Direttivo sulle attività svolte e, quando si ritenga
opportuno, dame notizia all'Assemblea dei Soci. Le Commissioni devono
riferire al RI su attività innovative e di successo affinché ne venga
data notizia nelle pubblicazioni e/o sul sito web del RI.
Avendo definito questi criteri di massima, il LDTC ha redatto un
rapporto al Board, che ha approvato l'analisi e le proposte e ha quindi
richiesto ai membri 2002-03 del LDTC di condurre una verifica sull'arco
di tre anni con Club della propria area geografica.
Tre Club del Distretto 2040 hanno condotto la "sperimentazione": Milano
Nord, Bergamo Sud, Colli Briantei, riportando sistematicamente
difficoltà e vantaggi della nuova formula. La sperimentazione ha
coinvolto 24 Club di vari Paesi del mondo. I riscontri sono stati
largamente positivi già al secondo anno di sperimentazione. Osservazioni
e critiche costruttive sono state recepite dal DLTC che ha proposto al
Board di invitare tutti i Club del mondo ad adottare le nuove regole.
A questo scopo il DLTC ha redatto un nuova versione del Regolamento tipo
del Rotary Club che codifica le innovazioni del Piano Direttivo del
Club. Questa modifica, fatta propria dal Board sarà sottoposta alI'
approvazione formale del Consiglio di Legislazione del 2007. Dopo questo
atto il PDC diventerà obbligatorio.
E’ dunque opportuno che i Club si preparino per tempo a questa svolta e
che i Presidenti designati per l' anno rotariano 2007 -08 vengano resi
edotti delle innovazioni. Anzi, essi dovrebbero essere eletti dopo che
tutto il Club sia stato informato del prossimo cambiamento delle regole.
Se un Club non ritiene opportuno procedere subito alla modifica del
Regolamento, dovrebbe tuttavia predisporsi a farlo nella primavera del
2007, immediatamente dopo la chiusura del Consiglio di Legislazione, in
modo da essere pronto per l' anno rotariano 2007-08.
Come commento conclusivo mi sento di ribadire un principio fondamentale.
Il Rotary Club è un gruppo di sodales che opera in armonia verso un
obiettivo concreto condiviso. Questa identità non ha bisogno di
regolamenti, ma di motivazioni. Le regole servono solamente in casi
estremi e la lettura di un regolamento viene richiamata solamente quando
il buon senso non basta.
La vera innovazione del PDC è la aspirazione alla continuità e alla
coerenza.
Se questi requisiti esistono già, il PDC non dovrebbe costituire un
"trauma". Se invece essi non fanno parte della fisionomia del Club, il
PDC può essere di aiuto, ma da solo non servirà a molto.
Alberto Schiraldi
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