ROTARY CLUB PISA-PACINOTTI


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1 APRILE 2006 VISITA ALL'ACCADEMIA NAVALE DI LIVORNO

Sabato primo Aprile, a seguito dell’interessamento del Presidente Rodolfo Bernardini e del socio Rossi Cesare, è stato possibile effettuare una visita guidata all’Accademia Navale di Livorno. Ad attendere il gruppo dei nostri rotariani c’era il C.F. Roberto Cervino che con squisita cortesia ha accompagnato il gruppo. Si è iniziato alle ore 10,05 con il benvenuto da parte del Comandante in seconda C.V. Luciano Ricao,cui è stata donata la medaglia di bronzo e il guidoncino del Club, che ha rivolto brevi parole di circostanza, dopo di che i visitatori si sono trasferiti nel piazzale; sono stati subito raggiunti dal Comandante dell’Accademia Amm. Div. Cristiano Bettini che ha porto il tradizionale benvenuto e si è intrattenuto cordialmente con alcuni rotariani del gruppo. Di seguito è stata scattata la classica foto ricordo sotto il brigantino interrato. E’ iniziato quindi il tradizionale scambio degli omaggi: il Presidente Bernardini ha consegnato all’Ammiraglio la medaglia d’argento e il guidoncino del Club con il libro del centenario, omaggi che sono stati molto graditi. A sua volta l’Ammiraglio ha donato al Presidente il Crest dell’Accademia. Dopo la cerimonia il gruppo si è trasferito nella stanza del simulatore dove ha provato l’emozione della navigazione in alto mare, esperienza molto apprezzata. Di seguito si sono trasferiti all’Ufficio Meteorologico e Radionavigazione: qui sono stati illustrati i moderni metodi per fare il "punto nave" indispensabile per la navigazione ed il metodo di avere le rotte sul computer anziché disegnate sulle mappe nautiche. Da qui sono passati alla "sala storica delle bandiere" ed hanno potuto vedere, chiuse in un armadio protettivo, la Bandiera della Repubblica Veneta, la Bandiera del Regno delle due Sicilie, la bandiera del Regno della Sardegna, la bandiera della Regia Accademia Navale in uso dal 1906 al 1946 e la bandiera dei Cavalieri di Santo Stefano: pezzo forte la bandiera dell’Accademia consegnata il 4 Dicembre 1948 dal Presidente della repubblica Luigi Einaudi. E’ continuata la visita al Museo Navale dove sono conservati ed esposti in teca i reperti storici e su mensole i modelli di nave da guerra delle varie epoche: apprezzato il modello della Corazzata "Pisa" del 1907 e naturalmente molto ammirato quello della nave scuola "Amerigo Vespucci" , orgoglio della nostra Marina. Quindi sono passati nella sala dove sono esposte tutte le bandiere dei corsi e successivamente hanno visitato la Chiesa dell’Accademia.

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CONVIVIALE DEL 5 APRILE 2006
Un gruppo di tavoli in attesa della cena e della conferenza del prof. Bertini
Altro tavolo di soci ed il tavolo della Presidenza

Il Presidente presenta l’oratore Prof. Luciano Bertini, storico, figlio di un ammiraglio e nipote di un famoso medico pisano del secolo passato.
L’oratore completa il titolo della conversazione con una domanda "Quali sono le fonti cui attingiamo per risalire alla storia?".
1°) Lo studio di documenti dell’epoca: per il passato remoto ve ne sono pochi, questi aumentano man mano che ci avviciniamo ai nostri tempi: lo storico può ricostruire i fatti basandosi su atti che vengono conservati, sia privati che pubblici. Pisa è stata dominata dai Longobardi già nel 579, periodo in cui fu conquistata gran parte dell’Italia, e fin da allora possiamo attingere notizie da una documentazione. Fa l’esempio di un signore che aveva conservato nell’archivio 90 documenti, che sono andati perduti col passar del tempo, però ne possediamo l’elenco.
2°) Altra fonte di notizie è la letteratura; infatti gli scrittori di tutti i tempi hanno inserito personaggi di fantasia in un contesto storico reale.
3°) L’archeologia è un’altra fonte estremamente importante, non solo per quanto riguarda l’architettura, ma anche studiando le discariche, l’immondezzai. Qui si trovano oggetti rotti e gettati, come cocci di vasellame (conosciamo l’arte degli etruschi proprio grazie a queste ricerche). Non solo, questi pozzi d’immondizie ci danno anche notizie sull’alimentazione. Nelle tombe troviamo le ossa e studiandole possiamo risalire ad usi e costumi, sistemi alimentari ecc. propri di quelle popolazioni.
4°) Una fonte importante è la toponomastica: infatti molte località iniziano con Castel.... ecc: questo significa che in quel posto vi era una struttura militare; magari l’architettura è scomparsa ma resta il nome. Località che terminano in Ani, Ano, Ana, derivano da luoghi dove esistevano fattorie romane; altro esempio la località di Gello che deriva da Agello, insediamento agricolo romano. Prendiamo ad es. la chiesa San Michele in Borgo, costruita nell’800-900 DC: è detta così perchè situata nel borgo, cioè in un agglomerato urbano al di fuori della civitas vera e propria. Accanto alle prime mura, di cui non sappiamo niente (forse andavano dalla chiesa dei Galletti verso nord, Bagni di Nerone, p.zza Duomo, via S. Maria), si formava un borgo con case, botteghe, locali vari e la relativa chiesa costruita lì, per cui prendeva il nome "In Borgo".
Via del Borghetto è detta così perchè era situata in un una piccolo agglomerato, non aveva ancora dignità di borgo.
P.zza delle Gondole: c’era un porticciolo da dove partivano barconi (forse li chiamavano gondole in ricordo di Venezia) per trasportare i signori lungo il fosso Macinante fino a San Giuliano Terme per usufruire delle "acque buone" come dicevano allora. E’ bene ricordare che Pisa non ha mai avuto una buona acqua fino a che i Medici fecero l’acquedotto per portare l’acqua di Asciano (Uno dei rari regali fatti dai Medici a Pisa).
Qui nasce un simpatico battibecco tra il Presidente e l’oratore ricordandoci che fin dal 1406 i Pisani non hanno buon sangue con Firenze, vedi la battaglia di Stampace dove combatterono donne e frati, figure che non erano abituate a combattere.
Poi via del Giardino: è il secondo luogo dove fu fatto l’orto botanico; il primo era dove ora sono i capannoni dei Medici alla Cittadella, poi fu trasferito proprio in via del Giardino ma dopo pochi anni, visto il clima e la poca luce, fu di nuovo dislocato dove si trova ora (fa un accenno alla prima magnolia portata in occidente e da cui, per seme o margotta, derivano quasi tutte le magnolie d’Italia.).
Continua a snocciolare toponimi che dimostrano come fosse fiorente l’artigianato pisano:
via degli Artigiani che erano molti come si evince dagli atti di compra vendita e lasciti;
via Battichiodi: zona dove c’erano i fabbricanti di chiodi indispensabili per le costruzioni;
via dei Calafati, coloro che impermeabilizzavano gli scafi delle navi;
via dei Concia, dove si trovavano i conciatori e via Concetta forse perchè questa zona era meno importante;
via Consoli del Mare, qui si va in una casta altolocata;
p.zza dei Facchini, questi erano gli autotrasportatori di allora; dato che l’Arno aveva molte piazzole e scali dove arrivavano e partivano merci occorrevano molti facchini per il relativo trasporto;
via del Lavatoio dove lavoravano le lavandaie;
via delle Maioliche dove artigiani lavoravano la ceramica: avevano imparato a produrla in nord Africa (vedi i bacini ceramici di Pisa conosciuti per importanza in tutto il mondo) e dopo il 1000 cominciano a produrle con metodo proprio specie per l’invetriatura, la fase più difficile per la maiolica. Poi via Mercanti e i nome dice tutto,
via degli Orafi,
via dell’Oro (questo è difficile ad interpretarlo),
via Rigattieri,
via dei Somari (l’Ape di quei tempi),
via La Tinta,
via Tavoleria ecc che richiamano le più svariate attività come piazza delle Vettovaglie o piazza dei Cavoli oggi della Berlina. Tutto questo per dimostrare che l’ubicazione di arti e mestieri fanno capire l’organizzazione sociale dell’epoca. Lo stesso si può dire per il meretricio con nomi appropriati tipo
via delle Belle Donne,
via delle Donzelle,
via dell’Occhio che sfocia in p.zza dei Grilletti:
la dice lunga anche via della Nunziatina che poteva essere tranquillamente una signora di facili costumi e molto nota. L’oratore ci invita a soffermarci sulla toponomastica della città da cui si può sempre imparare qualche cosa, e ci esorta ad opporci al cambiamento dei nomi perchè è un modo per distruggere un indizio storico. A questo punto ringrazia dell’attenzione e cede la parola al pubblico.
Allora il Presidente fa un breve excursus della storia pisana partendo dalla repubblica pisana venduta ai fiorentini dai Visconti. Arrivano i fiorentini che fanno man bassa con eccidi; le famiglie bene di Pisa allora emigrano portando con se centinaia di famigli e parenti e vanno in Sicilia a Palermo dove esiste ancora il Quartiere dei Pisani, la Chiesa dei Pisani. Il capo era uno della famiglia degli Agliata. Pisa restò con poco più di cinquemila abitanti. Alla discesa del Re di Francia viene la seconda repubblica pisana che dura 19 anni, poi cade ma contemporaneamente cade anche la repubblica fiorentina ed arrivano i Medici che hanno un occhio di riguardo verso Pisa. Istaurano l’istituto Fiumi e Fossi, potenziano l’Università, creano i Cavalieri di Santo Stefano ecc. Quindi, anche per la simpatia che avevano i Medici verso Pisa, i pisani possono odiare i fiorentini ma non i Medici al contrario dei fiorentini che amavano Firenze e odiavano i Medici. A quei tempi esisteva il lago di Bientina che dava notevoli problemi, e nell’800 Leopoldo II° fece un emissario che portasse l’acqua del lago in mare: il passaggio del canale era ostacolato dall’Arno, ma il problema fu risolto costruendo la Botte di San Giovanni con il progetto dell’architetto Manetti e manod’opera locale. La lapide commemorativa iniziata nel 1859 è stata completata nel 1989 dato che l’opera era stata ignorata dai Savoia. Il Presidente visto che non vi sono domande chiude la conversazione.

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CAMINETTO DEL 12 APRILE 2006
 

In assenza del Presidente Rodolfo Bernardini causa impegni di lavoro, presiede il Caminetto l'amico Savino Sardella che legge alcuni inviti i cui programmi sono a disposizione presso il Segretario.
Di seguito presenta il socio Pietro Pescatore che ci intratterrà con il seguente argomento.

LA FIGURA DEL SEGRETARIO COMUNALE

Con l’approvazione della legge costituzionale di modifica del titolo V° si venne a riprodurre la domanda se con l’evoluzione a rango costituzionale degli elementi fondanti del sistema autonomistico si potesse concepire il mantenimento di una figura necessaria per tutti gli enti, regolata da una disciplina fondamentale di legge, con un Albo nazionale gestito per l’intera rete delle Autonomie.
Non si considerava che la figura del segretario era stata oggetto di un’incisiva e sostanziale riforma, il cui sofferto valore stava proprio nella capacità di aver riconsiderato la figura stessa in aderenza all’evoluzione degli assetti dei poteri che ordinandosi secondo il criterio della sussidiarietà si andavano a riposizionare assumendo come epicentro dell’Amministrazione il territorio ed i governi locali. Ne scaturì una profonda incertezza sul futuro del segretario, nonostante la lungimirante e intelligente risposta nei riguardi della riforma della stragrande maggioranza dei segretari consistente nell’aver accettato la sfida dell’innovazione del sistema amministrativo con le relative fatiche (si pensi all’accentuata richiesta di capacità direzionali per fronteggiare i complessi fenomeni di trasformazione organizzativa e gestionale di comuni e province).
Invece di dedicare ogni sforzo su cosa dovesse essere corretto affinché il sistema posto in essere trovasse i suoi migliori assetti e quali gli investimenti da fare si tornava con variegate posizioni e motivazioni istituzionali, a rimettere in discussione figura, ruolo e gestione.
Rispetto all’iniziale dibattito, che scontava la non esemplare chiarezza della riforma del titolo V° della Costituzione, si è registrato che più ponderate valutazioni abbiano potuto mettere in evidenza come la forza del sistema territoriale amministrativo e di governo risieda proprio nel potersi caratterizzare per alcuni tratti comuni, espressione dell’unità dell’ordinamento e che trovano le loro fonti in leggi generali, le quali, lungi dal ridurre le pregnanti potestà adesso garantite dalla Costituzione, ne consentono invece il più efficace servizio. Fra questi elementi che esprimono l’unitarietà del sistema può annoverarsi la presenza di una funzione come quella del segretario espressione di valori tipici di un buon sistema amministrativo dotato di amplissimi compiti e responsabilità.
E’ su questo terreno che appariva del tutto inconcepibile che la scelta adesso codificata nella Costituzione, della strutturazione dell’Amministrazione italiana con i comuni quali soggetti primari, dovesse determinare, a fronte appunto di un’accentuazione della responsabilità dell’Amministrazione territoriale, un depotenziamento o, peggio, la non necessarietà di una figura che, semmai, doveva pretendersi ancora più qualificata.
Davvero si poteva pensare che fosse un valore autonomistico far tramontare la già rinnovata figura del segretario negli enti? E poiché è figura nominata dal Sindaco o dal Presidente della Provincia (come gli altri Dirigenti) si poteva ritenere che la doverosità della scelta di un Albo, che ha la funzione di garantire qualificazione e preparazione, costituisse un vulnus per le prerogative degli Enti locali?
La cosiddetta legge "La Loggia" concernente la delega al Governo per la rielaborazione T.U.O.E.L. adeguato al nuovo Titolo V° della Costituzione, nel prevedere alla lettera m) dell’articolo 2 "che siano mantenute le disposizioni in vigore… volte ad assicurare la conformità dell’attività amministrativa alla legge, allo statuto e ai regolamenti", ha aperto scenari e prospettive del tutto nuove per raffrontare, in un contesto in cui può essere recuperato il giusto spirito positivo, tutte le tematiche inerenti al ruolo ed alle funzioni del segretario.
Nei primi commenti è emersa già in tutta la sua rilevanza la questione di come dal riaffermato incardinamento del segretario nell’organizzazione degli Enti si debba passare alla ridefinizione della sfera delle funzioni ed in definitiva del ruolo nell’ambito di ciascun sistema locale.
E’ ormai eliminata ogni forma di controllo esterno ma non certo l’esigenza del rispetto della legalità; dunque quella è da ritenere l’area delle funzioni del segretario? Sembra ritornare la formula del parere di legittimità previsto dalla legge 142/1990? Si è voluto evocare compiti riconducibili alla questione sul come garantire che l’attività dell’ente si svolga entro i binari della regolarità amministrativa? Ma con quali concrete traduzioni in fatto di compiti e responsabilità?.
Si deve partire necessariamente dall’esperienza maturata in quasi dieci anni dalla riforma Bassanini, ragionarci con attenzione e senza preconcetti e sviluppare le proposte pensando al sistema amministrativo locale che si va perseguendo. Nel fare ciò occorre nel contempo tener ben presenti i caratteri dell’organizzazione comunale e provinciale e del bisogno di governance che assicuri il realizzarsi dei programmi da parte di chi è stato investito di responsabilità di governo per i vari mandati elettorali.
Del resto, già da tempo, si è posta la questione di come l’introduzione per legge della funzione di direzione generale (quale espressione di autonomia organizzativa degli Enti) che poteva essere soggettivamente tenuta distinta dalla funzione, sempre presente e necessaria, del segretario, avesse portato, nei casi di nomina esterna del direttore generale, a situazioni di scarsa chiarezza, a comportamenti gestionali con molte buone intenzioni ma non con altrettanta capacità di renderle concrete per via di una complessità non ben conosciuta e padroneggiata e con una scarsa capacità di incidere nella cultura dirigenziale degli enti.
A quelle situazioni, vissute sovente come svilimento del segretario, mi pare di poter affermare che non abbia corrisposto, nella maggior parte dei casi, un arricchimento delle capacità quali si credeva acquisibili con apporti esterni.
E’ senso comune sia degli amministratori, sia degli apparati che l’azione dell’ente, nelle sue molteplici espressioni che vanno dalla programmazione, alla gestione e alla realizzazione, alle attività regolative, alla funzione promozionale e di sviluppo, richiedevano – e richiedono – capacità direzionali in cui siano compresenti sia una profonda preparazione tecnico-amministrativa che capacità operative e gestionali. Laddove, poi siano richieste molteplicità di saperi professionali, occorre allora la presenza di centri direzionali dotati di solida cultura di direzione complessiva.
Più l’attività si connota per complessità e innovazione più aumenta il bisogno di legalità; il bisogno cioè di condurre tali attività in maniera da mantenere entro i canoni che reggono l’agire pubblico giacché è l’unico modo affinché le nuove frontiere, e comunque l’azione degli enti, non scontino poi a posteriori contraccolpi di vario tipo che vengono a scaricarsi sulle attività stesse o addirittura sui soggetti (sia politici che burocratici) che ne portano la responsabilità.
La complessità dell’amministrare e l’affermarsi di un’azione pubblica con una forte caratterizzazione locale implica una forte capacità di integrazione governata proprio dagli enti locali, spinge verso una figura di segretario che esprima una cultura di direzione complessiva, che lo renda particolarmente affidabile per facilitare la realizzazione delle politiche dell’ente, che abbia una profonda conoscenza della Pubblica Amministrazione.
L’amministrazione si muove sui binari della legalità quale è venuta evolvendosi per rispondere alle aspettative dei cittadini.
Il segretario non può che collocarsi nella posizione che consenta all’ente ed ai suoi amministratori di sviluppare con il massimo di garanzia di legalità che è rispetto dei moderni canoni di un’amministrazione efficiente, le politiche pubbliche dei vari enti in un quadro di integrazione orizzontale e verticale.
Mi pare utile che la sfera di funzioni del segretario sia sempre e comunque di portata più ampia dell’ambito gestionale stretto, che è l’area delle responsabilità tipiche della dirigenza e dei responsabili dei servizi.
E’ proprio partendo dall’esperienza maturata a seguito della riforma del 1997 che l’attività del segretario,di necessaria presenza e assistenza collaborativa e d’impulso, deve caratterizzarsi per questo nucleo di responsabilità nei riguardi dell’ente, nell’insieme dei suoi organi. La sfera di funzioni del segretario si sostanzia come collante necessario della complessiva attività degli enti, sin dal momento in cui la stessa viene progettata. La sua funzione di garanzia non può essere relegata, pertanto, ad un ruolo formale di controllo, quasi in posizione di terzietà, specie se incompatibile e scollegato dalle funzioni di governo dell’ente e anche dalla gestione.
Si affermerebbe, in conclusione, una funzione ormai desueta poiché avulsa dal diretto ed immediato riferimento al buon andamento, all’efficienza e all’efficacia dell’azione amministrativa nell’interesse dei cittadini.

Pietro Pescatore
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CONVIVIALE DEL 19 APRILE 2006
 

Il tavolo della presidenza e il Dott. Francesco Francesca con il Presidente Rodolfo Bernardini

Tavoli di soci ed il Dott. Francesca.
 

Conviviale del 19 Aprile 2006

Il Presidente presenta l’oratore, il Dott. Francesco Francesca insigne urologo dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa il quale chiede comprensione alle gentili signore per l’argomento che può non interessare direttamente loro, ma le possono coinvolgere per l’amore che hanno per i loro compagni. Comincia col parlare della politica sanitaria inerente il tumore della prostata, tumore purtroppo molto frequente nell’uomo che si aggira sulla percentuale del 5,7%, una frequenza simile ad altre malattie tipo diabete e calcolosi urinaria. L’urologo si trova in difficoltà per il non poter riconoscere anticipatamente quelle forme che possono essere mortali da quelle che non lo saranno nel corso della vita del paziente, al punto che in età avanzata può morire per altre cause ma non per il tumore: quindi è una malattia impegnativa dal punto di vista diagnostico cui dobbiamo confrontarci. E’ calcolato che 1 uomo su 40 a 60 anni è portatore di tumore, a 75 anni 1 su 9, chi ha la fortuna di arrivare e superare i 90 ha sicuramente il tumore. Il dramma dell’urologo è quello di non poter riconoscere quale è il tumore che deve essere trattato subito da quello che basta monitorarlo nel tempo.
Da qui l’importanza della prevenzione, operazione che ha un costo notevole per il SSN.
Si parla di prevenzione primaria per tutti quegli atti, tipo dieta, igiene di vita ecc, che possono prevenire la degenerazione della prostata e la formazione del tumore.
Si parla di prevenzione secondaria con quegli atti che permettano una diagnosi precoce, in modo da poter aggredire il tumore in fase preclinica con interventi che portano anche alla guarigione totale. Seguendo il positivo iter della prevenzione dei tumori femminili (utero mammella) con mammografie e Pap Test, si procede anche per la prostata con un ottimo indice che è il PSA (antigene prostatico specifico) che ci fa capire quale sia lo stato di salute della ghiandola: però non ci fa fare una diagnosi precisa, per cui se l’esame è alterato bisogna procedere ad ulteriori indagini. Fare un percorso dal PSA fino alla diagnosi precisa per tutti i soggetti a rischio per età non è economicamente utile, in quanto troveremmo tumori prostatici che vanno trattati, ma anche molti tumori che è inutile trattare in quanto permettono una vita serena per il paziente. Sono in atto degli studi per valutare se sia utile una prevenzione totale di massa, ma le risposte le avremo fra diversi anni dato che devono essere valutati parametri correlati alla malattia e li avremo dopo molto tempo dell’attuazione del progetto.
Per quanto riguarda la prevenzione primaria, come accade spesso in medicina, un gruppo di medici scandinavi hanno sottoposto due gruppi di volontari ad una valutazione preventiva per il melanoma. Un gruppo è stato trattato con vitamina A C D e Selenio, mentre l’altro ha fatto dieta libera. Dopo un certo numero di anni hanno visto che la frequenza del melanoma nel gruppo trattato era uguale all’altro, mentre era notevolmente diminuita l’incidenza di tumori prostatici: per approfondire l’argomento sono tuttora in atto studi i cui risultati saranno noti fra diversi anni. Come prevenzione primaria farmacologica si adopera una sostanza, la Finasteride (Prostar, Finastide ecc.), che riduce del 25% l’insorgenza del tumore per chi la assume per ameno 4 – 5 anni. Come contropartita, i soggetti trattati che si ammalano sembra abbiano un tumore più aggressivo: dico sembrano perchè la diagnosi istologica potrebbe essere falsata da una alterazione morfologica che inganna l’istologo ma in realtà il tumore non è più aggressivo degli altri. Fare una prevenzione su tutti i soggetti da 50 anni in su, porterebbe ad una spesa insostenibile da qualsiasi SSN, per cui i ricercatori hanno il compito di individuare le fasce di rischio in cui può essere giustificata la prevenzione con la Finasteride, vedi la familiarità e quell’ 8% di soggetti in cui con la biopsia si notano le alterazioni precancerose.
Non abbiamo certezze su chi dobbiamo trattare con questo trattamento farmacologico, ma è certo che una prevenzione primaria può essere praticata da tutti adottando una dieta mediterranea, ricca di verdure, frutta, legumi che contengono vitamine A C E e selenio: adoperare nella dieta i pomodori che hanno una forte quantità di una sostanza antiossidante. L’insieme di queste sostanze, essendo antiossidanti, prevengono l’invecchiamento delle nostre cellule quindi anche quelle della prostata. Chiude qui l’intervento e si passa alle domande da dove emerge che:
1°)non vi è sostanziale differenza di incidenza del tumore tra paesi mediterranei e scandinavi anche se la dieta è diversa: certo da noi può esserci un impatto negativo per l’inquinamento ambientale. C’è differenza tra la razza negra e la caucasica a favore di questa ultima. Notevole l’influenza dell’ambiente ed alimentazione: in oriente c’è scarsa incidenza che aumenta negli orientali che si stabiliscono in America.
2°) Vi è un piccolo gruppo di pazienti che hanno un tipo di carcinoma ereditario per trasmissione genetica dovuto ad alterazione di un genoma. Non si può prevenire, ma sia chiaro che il tumore della prostata è sicuramente connaturato con l’invecchiamento, come detto all’inizio della relazione.
3°) E’ preferibile la verdura fresca di stagione, ma in genere qualsiasi tipo di frutta e verdura contiene la vit. A C E. Per quanto riguarda i pomodori è valido anche il passato dato che la sostanza antiossidante è nella polpa. Importante è non abbondare nei grassi animale che contengono estrogeni e facilitano la formazione di testosterone che è causa dell’alterazione prostatica. Chi non ama la dieta mediterranea può ricorrere all’assunzione di vitamine e selenio con gli integratori alimentari.
4°) La Serenoa, sostanza vegetale, ha un effetto placebo mentre la finasteride diminuisce il volume della prostata e previene il tumore, tutto documentato con lavori clinici seri.
5°) l’asportazione della prostata avviene solo in caso di tumore. Di normale si tratta di adenomi che comprimono l’uretra per via centripeta o periferica, da qui la necessità di asportare solo l’adenoma e ciò può essere effettuato a cielo aperto o per via endoscopica. Vi sono molti altri metodi tipo laser, alcoolizzazione, folgorazione ecc. che sono sempre in fase sperimentale. Il più sicuro è quello endoscopico: si ricorre al cielo aperto quando l’adenoma, che deve essere asportato a pezzetti, è talmente grande che occorre più di un’ora, un’ora e mezza per portarlo via.
6°) Dopo una prostatecmia con tumore localizzato abbiamo un tempo di circa 8 anni prima che si ripresenti e lo vediamo col PSA; a questo punto il tumore tende a generalizzarsi e interveniamo con una terapia ormonosoppressiva (distrugge il testosterone) e abbiamo ancora 5 anni di vita circa. Quando avviene una ormonoresistenza si passa alla chemioterapia con antiblastici tradizionali: il paziente avrà degli alti e bassi fino a quando non venga il decesso. Però non è detto che il tumore si ripresenti, può esserci una guarigione come accade in altri tipi di tumore.
Qualora il tumore al momento della diagnosi sia extra capsulare vi sono armi diverse, dalla ormonosoppressione alla chemioterapia e sta allo specialista scegliere l’arma migliore per quel determinato momento.

A questo punto l’oratore viene omaggiato con la medaglia ed il gagliardetto del Club .

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CAMINETTO DEL 26 APRILE 2006
 

Dopo le comunicazioni e la lettura degli inviti e manifestazioni i cui programmi sono a disposizione del Segretario. Il Presidente invita l’amico Diara, istruttore del Club, ad illustrare il nuovo Piano Direttivo Distrettuale

IL NUOVO PIANO DIRETTIVO

Il problema

Sulla base di una diffusa constatazione dello scarso coinvolgimento della maggior parte dei Rotariani nelle attività dei rispettivi Club, con conseguente calo di efficienza ed efficacia dell'azione e dell'immagine del Rotary nel territorio di competenza, scarsa preparazione dei dirigenti a livello di Club, di Distretto e dello stesso Rotary International (RI), i dirigenti del RI hanno pianificato una revisione complessiva della organizzazione del1e strutture operative, cioè appunto Club, Distretti e RI. Il primo passo è stato quello della messa a punto di un Piano Direttivo Distrettuale (PDD) con la creazione della figura dell' Assistente del Governatore, entrato in vigore, e quindi obbligatorio per tutti i Distretti, dall' anno rotariano 1997 -98, dopo una fase di sperimentazione che ha coinvolto 12 Distretti di varie parti del mondo, e una fase di implementazione facoltativa, intesa a preparare e predisporre i Distretti alle nuove regole. Il successo del PDD è oggi indiscutibile, ma, per dovere di cronaca, dobbiamo ricordare le perplessità e le incertezze che suscitò nei primi tempi in non pochi Distretti. Questa riluttanza al cambiamento è assolutamente fisiologica e comprensibile, soprattutto per uno Sodalizio come il nostro propenso a conservare la tradizione di un glorioso passato. Lo scopo del PDD è quello di assistere meglio i Club del Distretto favorendo la informazione e la formazione dei Rotariani chiamati alle responsabilità di guida e di gestione dei Club. Il PDD ha permesso di approfondire la conoscenza delle cause dello scarso coinvolgimento della maggior parte dei Rotariani. Tra queste emerge la discontinuità e talora la incoerenza de\1e attività programmate anno dopo anno. Il ruolo dei dirigenti eletti per un solo anno ha prodotto non poche deviazioni di tipo autocratico e/o autarchico che hanno gradualmente portato a sminuire la responsabilità e lo stesso ruolo di chi si avvicenda alla guida del Club. A parte i casi patologici, che richiedono rimedi drastici e difficili come ben sanno i Governatori Distrettuali, il RI ha pensato ai "normali" Club dove latita il Rotariano tipo, cordiale amico di specchiate virtù, che non vede nel Club il mezzo ideale per contribuire ad un mondo migliore. Questa persona ha tutte le buone intenzioni, ma non ha incentivi, e vede nel Club una struttura sostanzialmente sterile ai fini della realizzazione dei "sogni" di persona buona e di buona volontà: questi "sogni" richiedono impegno coerente e continuato, anno dopo anno. Ma spesso il presidente si limita a preoccuparsi del "mio anno", senza curarsi del dopo. Per cambiare questo tipo di atteggiamento delle persone è necessario procedere in modo graduale e sistematico: il Club è efficiente se i soci sono scelti con criterio e se essi si scelgono dirigenti validi; d'altro canto un Club efficiente contribuisce a fare di una persona di buona volontà un Rotariano attivo. Scegliere i soci è compito di grande responsabilità, scegliere un Presidente di Club è altrettanto difficile, gestire le attività del Club è difficilissimo. Come fare? L'unica soluzione è promuovere il lavoro di squadra: tutto il Club è una squadra. Una squadra che si conserva e si consolida anno dopo anno, una squadra che alterna alle funzioni più delicate alcuni dei suoi componenti, ma resta coerente e coesa secondo un programma concreto di cose da fare.
Questa visione del Rotary Club vuole mettere in pratica il metodo Service above self, che il Rotary ha scelto per conseguire il suo scopo di promuovere la comprensione e la pace nel mondo.
La soluzione
E’ dunque necessario pianificare la continuità di azione e fare di essa un vincolo imprescindibile per la vita del Club. Questo significa fissare alcune linee guida di carattere generale e rivedere di conseguenza il Regolamento tipo del Rotary Club. L'attuale Regolamento tipo del Rotary Club prevede 4 Commissioni principali, una per ogni via del Servizio Rotariano e 17 altre Commissioni o sotto commissioni. La struttura, andatasi complicando col passare degli anni, è stata giudicata inutilmente complessa e controproducente ai fini della efficienza del Club. Per questo motivo, con la decisione N. 152, Novembre 2000, il Board del R.I. chiese al Segretario Generale di redigere la bozza di un Piano Direttivo del Club per lo sviluppo di Club efficienti, basato su 5 funzioni principali:
1. sostegno dell'Effettivo (inclusa Az. Interna);
2. Pubbliche Relazioni del Club;
3. gestione del Club (Amministrazione e aspetti organizzativi);
4. progetti di Servizio (Az. Interesse Pubblico, APIM e Az. Professionale);
5. sostegno alla Rotary Foundation.
Una commissione ad hoc del RI, il Leadership Development and Training Committee (LDTC), ha avuto l'incarico di rivedere il contenuto del Regolamento del Rotary Club e, in particolare, gli aspetti relativi alla guida del Club. Il LDTC ha convenuto sulla importanza di predisporre una continuità di azione alle Commissioni del Club, in alternativa alla designazione di nuovi membri da parte del presidente eletto ogni anno. Tenendo presente le 5 funzioni chiave richieste dal Board il LDTC ha quindi proposto un Piano Direttivo del Club. PDC, con lo scopo di favorire l'efficienza del Club. Un Club efficiente viene identificato in base alla sua capacità di:
. mantenere e/o accrescere il suo effettivo;
. realizzare progetti di successo relativi alle necessità della comunità, sia a livello locale che a livello internazionale;
. sostenere la Rotary Foundation con contributi finanziari e partecipazione ai programmi;
. esprimere Leader Rotariani a livello distrettuale.
Il PDC si propone di raggiungere questi obiettivi favorendo:
A). la continuità nei progetti e nei criteri decisionali;
B). il consenso nei criteri decisionali e nella individuazione degli obiettivi;
C). una migliore preparazione dei leader a livello di Club; di una maggiore disponibilità di leader per le attività del Distretto;
E). una strategia dell'avvicendamento dei leader del Club.
Per rendere operativo il PDC, il Presidente deve lavorare col suo predecessore e col suo successore con lo scopo di mettere a punto una strategia di azione che tenga conto dei seguenti aspetti:
. pianificare a lunga scadenza le azioni di servizio e lo sviluppo dell'effettivo;
. evidenziare le necessità presenti e future delle Commissioni per conseguire gli obiettivi del Club;
. garantire la continuità di azione all'interno delle commissioni;
. definire ruolo e responsabilità dei membri del Consiglio Direttivo e delle Commissioni;
. programmare la comunicazione tra Presidente, Consiglio, Presidenti di Commissione, Soci, Assistenti del Governatore e Commissioni Distrettuali;
. predisporre una continuità nella guida del Club;
. garantire la partecipazione di ogni Socio del Club;.
. realizzare un adeguato bilanciamento tra attività di intrattenimento e attività di servizio;.
. garantire l'informazione e la formazione continua di tutti i Soci sui programmi e l'evoluzione del Rotary.
Le Commissioni del Club hanno l'incarico di conseguire gli obiettivi del Club espressi dal Presidente, secondo il parere degli altri responsabili del Club e le linee strategiche convenute.
Le Commissioni devono impegnarsi a guidare le attività di gestione del Club su cinque linee principali, a ciascuna delle quali deve corrispondere una Commissione.
Le Cinque Commissioni del Club
1.Effettivo 2. Relazioni Pubbliche del Club 3. Amministrazione del Club 4. Progetti di Servizio 5. Rotary Foundation
Altre Commissioni possono essere istituite solamente per scopi specifici identificati dal presidente e dagli altri dirigenti del Club. Commissioni che non corrispondono a questi criteri non devono essere costituite.
Continuità nella guida delle Commissioni
Nel corso del primo anno del Club Leadership Plan, il Presidente, in accordo col suo predecessore e col Presidente Eletto, nomina i membri delle 5 Commissioni. Si suggerisce un minimo di 3 membri per Commissione, uno dei quali resta in carica 1 anno, il secondo 2 anni, il terzo 3 anni. Negli anni successivi il Presidente di turno nomina un nuovo membro per Commissione con incarico triennale.
Ogni anno il Presidente del Club designa uno dei membri della Commissione alla carica di Presidente della Commissione.
Criteri di scelta dei Membri delle CommissioniLa eleggibilità a membro di Commissione è riservata ai soli soci attivi che siano pienamente inseriti nella vita del Club. Si raccomanda che il presidente di Commissione abbia maturato una certa esperienza come membro della stessa Commissione. I Presidenti delle Commissioni devono partecipare all'Assemblea Distrettuale che precede l'entrata in carica.
Adempimenti delle Commissioni di Club
Le Commissioni del Club devono operare in concerto con le corrispondenti Commissioni Distrettuali e con le Commissioni e le Task Forces del RI e della Rotary Foundation, nonché con i Rotariani incaricati dal Presidente del RI o dal Presidente dei Trustees della Rotary Foundation di sostenere a livello di Club specifiche azioni o programmi del RI e della Rotary Foundation.
Le Commissioni del Club devono redigere con cadenza regolare un rapporto al Consiglio Direttivo sulle attività svolte e, quando si ritenga opportuno, dame notizia all'Assemblea dei Soci. Le Commissioni devono riferire al RI su attività innovative e di successo affinché ne venga data notizia nelle pubblicazioni e/o sul sito web del RI.
Avendo definito questi criteri di massima, il LDTC ha redatto un rapporto al Board, che ha approvato l'analisi e le proposte e ha quindi richiesto ai membri 2002-03 del LDTC di condurre una verifica sull'arco di tre anni con Club della propria area geografica.
Tre Club del Distretto 2040 hanno condotto la "sperimentazione": Milano Nord, Bergamo Sud, Colli Briantei, riportando sistematicamente difficoltà e vantaggi della nuova formula. La sperimentazione ha coinvolto 24 Club di vari Paesi del mondo. I riscontri sono stati largamente positivi già al secondo anno di sperimentazione. Osservazioni e critiche costruttive sono state recepite dal DLTC che ha proposto al Board di invitare tutti i Club del mondo ad adottare le nuove regole.
A questo scopo il DLTC ha redatto un nuova versione del Regolamento tipo del Rotary Club che codifica le innovazioni del Piano Direttivo del Club. Questa modifica, fatta propria dal Board sarà sottoposta alI' approvazione formale del Consiglio di Legislazione del 2007. Dopo questo atto il PDC diventerà obbligatorio.
E’ dunque opportuno che i Club si preparino per tempo a questa svolta e che i Presidenti designati per l' anno rotariano 2007 -08 vengano resi edotti delle innovazioni. Anzi, essi dovrebbero essere eletti dopo che tutto il Club sia stato informato del prossimo cambiamento delle regole. Se un Club non ritiene opportuno procedere subito alla modifica del Regolamento, dovrebbe tuttavia predisporsi a farlo nella primavera del 2007, immediatamente dopo la chiusura del Consiglio di Legislazione, in modo da essere pronto per l' anno rotariano 2007-08.
Come commento conclusivo mi sento di ribadire un principio fondamentale.
Il Rotary Club è un gruppo di sodales che opera in armonia verso un obiettivo concreto condiviso. Questa identità non ha bisogno di regolamenti, ma di motivazioni. Le regole servono solamente in casi estremi e la lettura di un regolamento viene richiamata solamente quando il buon senso non basta.
La vera innovazione del PDC è la aspirazione alla continuità e alla coerenza.
Se questi requisiti esistono già, il PDC non dovrebbe costituire un "trauma". Se invece essi non fanno parte della fisionomia del Club, il PDC può essere di aiuto, ma da solo non servirà a molto.
Alberto Schiraldi
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