ROTARY CLUB PISA-PACINOTTI


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CONVIVIALE DEL 4 NOVEMBRE 2009
 
Conviviale del 4 novembre 09

Il Presidente dopo le classiche comunicazioni che interessano i soci, presenta l’amico Carmine De Felice che, forte della sua esperienza personale, ci intrattiene su di un argomento con un titoli intrigante:

PARACADUTISMO: PERCHE’

Di seguito riporto fedelmente quanto detto:

Quando nel lontano 1963 venni a Pisa, alla Scuola Militare di Paracadutismo per frequentare il corso di abilitazione al lancio fui affidato ad un vecchio istruttore molto bravo, non solo per la sua preparazione tecnica, ma anche e soprattutto per la sua carica umana. Questo istruttore per allontanare la tensione che ogni giorno si accumulava in attesa del primo lancio, raccontava delle storielle. Ricordo che una di queste narrava della creazione dell'uomo che questo si abituò subito ai piaceri della vita e che ben presto per vincere la noia e la solitudine si rivolse al Padreterno a cui chiese due cose: un paio d'ali per volare come gli uccelli e poter ammirare ancor di più le bellezze del creato ed una. compagnia per poter vincere la solitudine. Il buon Dio nella sua infinita bontà si mise subito all’opera e, forse, preso dall'entusiasmo e dalla gioia di far felice l'uomo commise un'imprudenza: creò prima la donna. Tutti sapete come andò a finire e l'uomo non ebbe le ali e da quel momento cominciò a lambiccarsi il cervello per costruirsele. Questa banalissima storiella insieme alle molte altre leggende testimonia quanto sia sempre stato grande il desiderio dell'uomo di voler dominare il cielo.
Per appagare questo desiderio l'uomo dovrà comunque attendere millenni ed arrivare al 1290 dopo Cristo quando fu eseguita il primo tentativo riuscito di un volo con un mezzo che aveva una certa somiglianza ad un paracadute. Questo esperimento lo riferirono alcuni viaggiatori veneziani tornati dal lontano oriente che raccontarono che l'imperatore cinese FU~CHlEN aveva costretto i giocolieri di corte a gettarsi da a1tissime torri di bambù appesi a degli strani ombrelli per il divertimento dei suoi cortigiani, Questa attività non ebbe comunque un seguito e non si conoscono le cause, forse I’imperatore fini tutti suoi giocolieri, ma più probabilmente perchè questa attività era nata per gioco e come tutti i giochi finì appena finita la novità e la curiosità. Ogni novità per avere un seguito deve consentire un'applicazione ed una utilizzazione pratica, ma soprattutto deve stimolare un interesse scientifico cosa che non accadde alla corte del bizzarro imperatore cinese. Ma per la storia del paracadutismo questo tentativo è importantissimo perchè risulta essere il primo tentativo riuscito che dimostrava la possibilità dell'uomo di potersi gettare ne1 vuoto da una considerevole altezza e di arrivare a terra senza danno con l'aiuto di una macchina,
Ma il primo uomo al mondo che affrontò il problema e studiò un vero e proprio paracaduto, fu, come sempre, il grande Leonardo da Vinci che nel 1495 elaborò uno studio su basi scientifiche completo di disegni, dati, descrizione del funzionamento e dei materiali per la sua costruzione, enunciazione dei principi fisici su cui si basava il funzionamento della macchina. Leonardo dette molta importanza a questa sua ricerca tonto che inserì lo studio dello "strumento alato" , come lui lo aveva chiamato, nel "Codice Atlantico". Leonardo iniziò così il suo documento: "se un uomo ha un padiglione di panno di lino intessuto che sia di dodici braccia per faccia ed alto dodici. potrà gettarsi da ogni grande altezza senza danno di se". L 'idea di Leonardo era di una superficie di panno piramidale a base quadrata rigida con delle funi ai quattro vertici della base che si congiungevano in un punto a cui era appeso un manico per il sostentamento del passeggero.
Con questa idea perchè solo un'idea rimase, Leonardo è da considerarsi l'inventore del paracadute.
Alla teoria di Leonardo si rifece, oltre un secolo più tardi, il Vescovo dalmata FAUSTO VENANZIO DA SEBENTCO. che a Venezia, nel 1615, sperimentò personalmente e con esito positivo un paracadute di sua concezione che differiva da quello di Leonardo unicamente per la forma della velatura che invece di essere piramidale era quadrata. Fausto Venanzio raccolse le sue idee in proposito in uno studio che poi inserì nel suo libro: "MACHINAE NOVAE"..
Per arrivare, però. a degli studi seri e positivi è necessario attendere il risveglio scientifico del secolo successivo, ma soprattutto era necessaria la disponibilità di un mezzo che consentisse di raggiungere altezze considerevoli per poter eseguire esperimenti probanti. Ed il momento arrivò quando i fratelli MONGOLFIER nel 1793. con la macchina di loro ideazione, che da loro prese il nome di mongolfiera. portarono finalmente l'uomo alto nel cielo. Con la disponibilità di questo mezzo, che per l'epoca appariva quasi magico, gli esperimenti di lancio ripresero in maniera frenetica. Dalla navicella della mongolfiera veniva scaravento giù ogni ben di Dio specialmente animali che, appesi agli attrezzi più strani, dovettero soddisfare la bramosia scientifica di qualche pseudo inventore e la spregiudicatezza di qualche esibizionista, finchè finalmente, il 22 ottobre del 1797. il francese Jacques de GARNEREN si lanciò da una quota di ottocento metri ed atterrò felicemente nel parco di MONCEAU in mezzo ad una folla in delirio e sbigottita. L’impresa ebbe grande risonanza. tanto che Jacques GARNEREN insieme al fratello Jean ed alla figlia Elise, fece del paracadutismo una professione, girò tutta l’Europa compiendo centinaia di lanci, tutti conclusisi felicemente contribuendo non poco a propagandare e diffondere questa attività. I fratelli GARNEREN effettuavano le loro esibizioni sistemati in una. cesta appesa ad un paracadute che per forma dimenzioni e caratteristiche era molto simile a quelli usati oggi.
Ma il definitivo contributo allo sviluppo di questa attività fu dato dall'avvento dell'aereo perchè il paracadute fu subito individuato come unico mezzo che offriva delle possibili prospettive di salvataggio per i piloti in difficoltà. Il primo uomo che si lanciò con un paracadute da un aeroplano fu l’americano CLEM SON che nel 1911 utilizzò un paracadute di sua ideazione e fabbricazione.
Molti altri appassionati continuarono a praticare questa attività, ma come accade sempre fu la guerra la Grande Guerra ad imporre un ritmo frenetico ai progressi tecnologici ed in particolare a quelli aeronautici. Di conseguenza il paracadute finalmente diventò dotazione individuale obbligatoria degli occupanti dei velivoli contribuendo alla salvezza di molti piloti. Questi paracadute erano contenuti in una sacca assicurata alla parte esterna della fusoliera del velivolo e collegati con una lunga fune alla cintura del pilota. All'emergenza, quando il pilota abbandonava l'aereo, procurava per strappo, l'apertura della borsa che liberava la velatura del paracadute. Le opportunità che l’uso di questo mezzo poteva offrire non potevano sfuggire agli Stati Maggiori degli eserciti in guerra che fruttarono subito la possibilità di trasferire al di la delle linee nemiche uomini con compiti informativi e di sabotaggio. Il primo uomo in assoluto che compi questo) tipo di missione fu un ufficiale italiano: il tenente degli alpini Alessandro TANDURA che,durante la Grande Guerra. si lanciò al di la delle linee nemiche con compiti informati ed in quella circostanza meritò anche la medaglia d'oro al valor militare.
Terminata la Grande Guerra, l'attività di studio c di ricerca nel campo aeronautico, si sviluppò in maniera frenetica e di conseguenza anche quella relativa al paracadute. E fu proprio in Italia che il Tenente FRERI della regia aeronautica ideò un paracadute da applicarsi, finalmente sulle spalle del pilota mediante una imbracatura contribuendo non poco a garantire un elevato grado di sicurezza. Questo paracadute proprio per il compito che doveva assolvere, fu chiamato "SALVADOR" e per l'elevato grado di sicurezza che offriva prodotto e venduto in tutto il mondo. Siamo alla fine degli anni venti in pieno regime, l'arma aeronautica è in grande sviluppo e nei giorni festivi gli aeroporti sono il teatro di grandi manifestazioni aeree a cui non poteva mancare anche il numero delle esibizione dei paracadutisti che, insieme ai piloti, con la loro spregiudicatezza e spavalderia offrivano uno spettacolo di grande fascino ed emotivitù ad un numero di spettatori sempre più grande. Purtroppo questo paracadute, nato come mezzo di salvataggio, non è che funzionasse sempre alla perfezione e diverse manifestazioni furono funestate da gravi incidenti. In uno di questi, nell'aeroporto di MONTECELLO presso Roma, mori il generale GUIDONl e da quel giorno l’aeroporto e la cittadina che vi sorgeva intorno, presero il nome di GUIDONIA. Nonostante questi avvenimenti funesti l'attività continuò, il paracadute venne perfezionato, fino a diventare un mezzo abbastanza sicuro tanto che si comincia a pensare a costituire i primi reparti. L’idea nasce dalla necessità di dover controllare nelle colonie grandi spazi con pochi uomini. Truppe aviolanciate potevano intervenire con tempestività dove c'era bisogno. Ed è proprio per questo motivo come avevano già fatto Russia Francia e Germania, nel 1938 nacque a CASTEL BENITO in Libia, la prima scuola di paracadutismo italiana dove vennero addestrati i famosi "FANTI DELL'ARIA". II battaglione fu ripetutamente impiegato in azioni di polizia con risultati eccellenti. La prima Grande Unità formata in territorio metropolitano fu la mitica Divisione "FOLGORE". che ebbe un impiego sfortunato, ma gloriosissimo e che si immolò nel deserto di "EL ALAMEIN". Oggi le tradizioni della mitica Divisione "Folgore" continuano con la brigata paracadutisti "Folgore" che per capacità ed efficienza non ha niente da invidiare ad altri reparti simili di altri paesi.

Oggi il paracadutismo è un'attività di massa, svolta in tutti i paesi del mondo e non solo per fini bellici ma anche e soprattutto per hobby, per fini sportivi ed agonistici; è un'attività giovane che ha a disposizione mezzi abbastanza sicuri e che molte donne ed uomini svolgono attratti dal fascino di questo sport.

Carmine De Felice

Dopo l’esposizione Carmine ci proietta un filmato che riguarda il paracadutismo. Inizia con la preparazione e i lanci di paracadutisti al primo battesimo dell’aria: si notano gli sforzi per apparire calmi e baldanzosi. Di seguito lanci di uomini già usi a tale attività fino a esibizioni di professionisti in gare nazionali ed internazionali con giochi in aria da far accapponare la pelle. Figure in aria come si vedevano nelle piscine nei film di show acquatici con Ester Willians. Non ultimo alcune immagini sexi con giovani paracadutiste a seno nudo. Spettacolo di lanci veramente bello. Dopo la conferenza i soci si sono complimentati e il Presidente ha suonato la campana.

 

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CAMINETTO DEL 11 NOVEMBRE 2009
 
11 novembre 09

Questo caminetto è stato breve in quanto al termine doveva riunirsi il direttivo per delibere importanti. Inizia con la comunicazione che il R. Pisa ha invitato il nostro Club il 25/11/09 alla conviviale in quanto avrebbe parlato un grosso personaggio: l’assemblea ha deciso di non partecipare in quanto in questo giorno si svolgerà la nostra assemblea per la nomina del presidente dell’annata 2011 – 2012 e tutti i soci devono avere la possibilità di votare. Con rammarico il Presidente rifiuterà l’invito. Di seguito alla voce indicazione di un socio del nostro Club alla candidatura del futuro Governatore 2011 – 2012, all’unanimità è stato indicato il nominativo del nostro amico Antonio Trivella che ben merita questa nomina per la preparazione e dedizione al Rotary. Si chiude il caminetto al suono della campana.

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CONVIVIALE DEL 18 NOVEMBRE 2009
 
Alcuni soci al tavolo degli aperitivi, al tavolo della Conviviale ed il tavolo della presidenza
 

Conviviale del 18 Novembre 2009

Presiede la conviviale il Vicepresidente Vicario Nicola Scalera in quanto il Presidente è degente per una forma influenzale. Dopo aver comunicato che il 23 Novembre c.a. a Cascina si terrà una conviviale interclub, introduce l’oratore Roberto Sonnini, esperto sulla storia di Galileo Galilei, che ci illustrerà il Grande scienziato in un campo alquanto sconosciuto dai più: Galilei e il rapporto con la sua città natale PISA. L’argomento è molto interessante, ma per la brevità del tempo concesso ha dovuto sintetizzare e sottintendere alcune cose. Mi sono rivolto all’oratore sottolineando le mie perplessità sulla complessità dell’argomento e l’ho pregato di mandarmi un’esposizione il più completa possibile per la maggior comprensione di questo interessantissimo argomento. Siete pregati, se vi interessa la figura e la vita di Galileo Galilei, di leggere quanto Il Sonnini ha scritto e mi ha inviato da sottoporre alla vostra attenzione. Riporto integralmente quanto inviatomi.

 

L’autore

Roberto Sonnini, giornalista, si è laureato in filosofia a Pisa, conseguendo successivamente l’abilitazione all’insegnamento. Esperto di temi galileiani, è stato uno dei referenti pisani del giornalista e saggista James Reston per il suo best – seller Galileo. A life. E’autore di Una conversazione con Francesco Barone su Galileo Galilei e la scienza futura – Gli anni pisani di Galileo, presentato nel 2004 a palazzo Gambacorti a Pisa con l’allora presidente del Senato professor Marcello Pera. Ha successivamente realizzato il Percorso galileiano "per i luoghi e le vicende biografiche di Galileo a Pisa". Un suo contributo, pubblicato nella rivista dell’Azienda per il Turismo di Pisa Eventi, è oggi ospitato in forma sintetica nel sito web dell’Ente.

Per l’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze Sonnini ha poi redatto, assieme alla dottoressa Elena Fani, la scheda sulla Casa natale di Galileo e promosso, con docenti e allievi delle scuole medie di Pisa, un progetto didattico con elaborato informatico conclusivo per la manifestazione Primavera della scienza. Ha collaborato con il progetto europeo Sidereus Nuncius- narrazioni tra arte, fede e scienza. Ha prodotto un ciclo di manifestazioni pubbliche –tra queste il testo per il teatro Vicenzo e Galileo, un padre e un figlio - a Santa Maria a Monte con la locale Amministrazione Comunale, in occasione delle Manifestazioni Galileiane che là si svolgono. Suo è il saggio Fortune di Galileo e collezionismo privato a Pisa per il catalogo della mostra Galileo e Pisa, svoltasi presso il Musées d’Art et d’Histoire di Ginevra.

Oggi partecipa attivamente a diverse iniziative intraprese per il Quattrocentesimo delle scoperte astrali galileiane, le più recenti nell’ambito del cartellone delle manifestazioni estive promosse sul litorale pisano. Imminente la pubblicazione del suo Galileo Galilei e la nascita della scienza a Pisa.

 

 

L’argomento di questa nostra conversazione sono le vicende di Galileo, raccontate attraverso i luoghi di Pisa che hanno più o meno direttamente parte nella sua vicenda biografica: luoghi tanto numerosi da giustificare l’esistenza di un Percorso galileiano - già sperimentato per le scuole e per gruppi di turisti italiani e stranieri. - per le vie e le piazze della nostra città,
Pisa non sempre ha dedicato la dovuta attenzione al suo figlio più illustre. Lo scorso inverno un nostro intelligente amministratore pubblico combinava una piccola gaffe – nel corso di una conferenza dedicata a Galileo – affermando che si apprestava a seguire un corso di fisica "discorsivo", dal quale erano esclusi proprio quei calcoli matematici che furono il carattere distintivo e più innovativo del pensiero del Pisano. Le spoglie mortali di Galileo, conservate in Santa Croce a Firenze, probabilmente furono scosse in quel momento da un lieve sussulto di disappunto.
In effetti le scoperte astrali ottenute per mezzo del cannocchiale, il convinto sostegno alla teoria eliocentrica, il processo e la condanna conseguenti hanno spesso finito per offuscare i tratti generali della personalità scientifica di Galileo; tanto rilevanti da consentirci di affermare che con Galileo nasce a Pisa la figura di studioso della natura che più compiutamente prefigura l’immagine del moderno scienziato.
In lui convivono - e sono messi in pratica nella ricerca effettiva - i caratteri principali di un metodo d’indagine che oggi riteniamo ovvio, ma che con fatica si affermò dopo duri scontri con l’establishment culturale scientifico dell’epoca. Il metodo galileiano antepose ai vecchi schemi qualitativi di comprensione dei fenomeni naturali le "certe dimostrazioni" (la matematica) e le "sensate esperienze" (l’esperimento), poiché – citando un celeberrimo brano del Saggiatore

la filosofia (ovvero il sapere) è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo) , ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.

E assieme e strettamente correlata alle "sensate esperienze" e le "certe dimostrazioni", in Galileo troviamo l’adozione della tecnica, intesa come strumentazione per misurare – è il caso della Bilancetta idrostatica e del Compasso geometrico militare -; per effettuare gli esperimenti – un esempio, il Piano inclinato -; per magnificare la percezione, come avvenne per il cannocchiale e per l’"occhialino", il microscopio.
 Con il cannocchiale Galileo giungerà a un completo rivolgimento della concezione del mondo del suo tempo. Puntatolo al cielo dall’agosto del 1609 , scoprirà che luna non è più la perfetta sfera che si credeva, ma si presenta con montagne e valli pressappoco come la terra; che la via Lattea non sono vapori ma agglomerati di infinite stelle; che il pianeta Giove infine ha quattro satelliti. Quelle osservazioni condurranno infine all’affermarsi della concezione eliocentrica e geocinetica, fino al definitivo accantonamento dell’astronomia aristotelico – tolemaica.

Pisa nella biografia di Galileo - Galileo vive a Pisa gli anni dell’infanzia, dalla nascita, il 15 febbraio del 1564, al 1574 quando con la famiglia si sposta a Firenze. A Pisa ritorna dal settembre 1580 al 1585 per studiarvi medicina, e di nuovo quando gli viene assegnata la cattedra di matematica presso lo Studio, tra il 1589 e il 1592. Dall’anno seguente per Galileo si apre l’ineguagliabile stagione alla cattedra di matematica di Padova – da lui stesso definita "li diciotto anni migliori di tutta la mia età". Le scoperte celesti, diffuse con la pubblicazione del Sidereus Nuncius il 12 marzo del 1610, aprono a Galileo le porte dell’ultimo soggiorno fiorentino, "matematico primario dello studio di Pisa e filosofo del Ser.mo Granduca" impegnato nel rinnovamento del pensiero scientifico anche attraverso il sostegno alla teoria eliocentrica. Di Galileo sono poi note le amare vicissitudini a seguito della pubblicazione del Discorso sui due massimi sistemi nel 1632 e la condanna nell’anno successivo. Dal 1610 al 1642, anno della morte, tuttavia Pisa mai scompare dai suoi orizzonti. Anche a Pisa si annidano i suoi detrattori, mentre la cattedra di matematica dello Studio – occupata da Benedetto Castelli - catalizza le solidarietà a suo favore. A palazzo Reale a Pisa infine risiede per vari mesi dell’anno la corte medicea, luogo del potere e dunque di trame e intrighi.

La casa natale di Galileo - Il sipario su Pisa e Galileo si apre con un documento essenziale, oggi custodito nell’archivio arcivescovile: l’atto di battesimo, vergato all’interno del Libro dei battezzati. In esso si apprende del sacramento impartito a Galileo, nato in "chapella di santo andrea" e genitori "Vincenzio ghalilei e madonna Giulia sua donna", il 19 febbraio del 1564.
Confermata la nascita pisana e il luogo del battesimo in Battistero, come era usanza al tempo, l’atto si rivelava ambiguo rispetto all’individuazione della casa natale, poiché erano allora due le chiese e dunque le parrocchie intitolate in Pisa a Sant'Andrea: Sant’Andrea in Kinzica e Sant’Andrea Foriporta.
I Galilei avevano abitato a Firenze fino alla seconda metà del Quattrocento. Vivendo in una società fortemente gerarchica e condizionata dal volere dei governanti, Galileo – esposto a grande precarietà per la sua professione – si dichiarava "patrizio fiorentino" soprattutto per sottolineare le proprie origini nobiliari ed enfatizzare la sua condizione di suddito granducale.
Tali professioni di "fiorentinità" a Pisa portarono ad attribuire a Vincenzo, padre di Galileo e in realtà musicista, una qualche funzione all’interno degli apparati militari ospitati in Fortezza Nuova. Galileo doveva dunque essere nato in Kinzica, da tempo inglobata all’interno di quel presidio. Quando l’equivoco si dissipò, una maggiore attenzione al modo in cui erano compilati gli atti di battesimo – si vide anche che si annotava semplicemente Sant’Andrea per la chiesa di Foriporta, più grande e nota dell’altra, per la quale al contrario si specificava con la dizione "in forteza" – spostò l’attenzione degli studiosi sulla seconda alternativa.
Gli archivi relativi a Foriporta – oggi San Francesco- furono accuratamente consultati, ma niente nel quartiere risultò fosse mai appartenuto o preso in affitto da un Galilei. Per suggerimento di Antonio Fàvaro – curatore dell’edizione nazionale delle opere dello scienziato - si ricercò allora l’eventuale residenza degli Ammannati, la famiglia materna di Galileo. In quei tempi infatti era in uso, specie alla nascita del primogenito per il quale si richiedevano particolari cure, di partorire in casa dei genitori della gestante. L’indicazione risultò preziosa: gli Ammannati avevano abitato in quel quartiere, circa agli attuali numeri civici 22, 24 e 26 dell’odierna via Giusti. E casa Ammannati è oggi decisamente considerata attendibile come la casa natale di Galileo.
Nessun dubbio sul fonte battesimale, il Battistero in piazza del Duomo, e fugate molte incertezze circa la casa natale, l’atto di battesimo custodisce ancora un piccolo enigma riguardo all’identificazione dei due padrini di Galileo. "M.re haverardo de’medici" è probabilmente quell’Averardo de’Medici, tra le prime figure dello stato granducale, che troviamo in carica dal primo luglio al 31 ottobre 1587 nel consiglio degli Otto di Guardia e di Balìa, il massimo tribunale penale e di polizia. "El S.re Popeo" è di ancora più difficile identificazione. Di lui si dà solo il nome, come se per la sua importanza, fosse inessenziale riportarne il cognome. L’estensore dell’atto si ritiene inoltre obbligato a intervenire correggendo il "m.re" (messere) in un primo tempo vergato, in "S.re" (signore). Una delle ipotesi considerate lo identifica con Pompeo della Barba: di Pescia come gli Ammannati; medico rinomato e dunque di buon auspicio per i desideri di Vicenzo di fare di Galileo un medico; in dimestichezza con Pisa, avendovi studiato medicina e filosofia presso lo Studio; fedele seguace dei Medici, tanto da potergli affidare la delicata salute di una loro creatura politica, papa Pio IV.

Il luogo degli studi e della prima docenza – A Pisa, il Palazzo della Sapienza è il luogo che meglio compendia gli anni di studi e del primo insegnamento. Pisa non ebbe mai l’autorevolezza delle più celebrate università di Padova e Bologna, ma occorre osservare che fu pisano uno dei primi orti botanici in Europa. D’altra parte l'ammonitrice citazione biblica "Principium Sapientiae Timor Domini" - versetto 10 dal salmo 111 dell’Antico Testamento - ovvero "il timore di Dio è l'inizio della sapienza", ancora oggi murata all'ingresso dell’edificio, suggerisce che in alcuni casi i diritti della conoscenza a Pisa non avrebbero potuto trovare favorevoli accoglienze.
Per cinque anni Galileo studiò alla Facoltà di Arti per diventare medico, su insistenza del padre Vicenzo, che sperava per lui in una brillante e ben remunerata carriera. Perso poi interesse per la medicina, seguì con sempre maggiore passione le lezioni di fisica di Francesco Buonamici, un aristotelico eterodosso seguace della Scuola di Parigi. Tuttavia, qualche decennio dopo, nel Saggiatore ricorderà così quel tempo: " … sento grandissima nausea da quelle altercazioni (gli argomenti della fisica aristotelica) nelle quali io altresì nella mia fanciullezza, mentr’ero ancor sotto il pedante (Aristotele), con diletto m’ingolfavo …" .
Ad Aristotele – o meglio, ai suoi maldestri continuatori – Galileo antepose l’insegnamento di Archimede ed Euclide, cui giunse attraverso le lezioni che Ostilio Ricci, amico del padre e insegnante alla corte dei Medici, gli impartì a cavallo tra il 1582 e il 1583, avvicinandolo alla geometria e a un tipo di matematica caratterizzata soprattutto dai suoi risvolti pratici. Preso dai nuovi interessi, Galileo lasciò Pisa senza avervi concluso gli studi ma, con l’emergere del suo talento, otterrà infine la docenza di matematica allo Studio pisano nel 1589.

Vincenzo Viviani e Nicolò Gherardini, biografi coevi di Galileo, consentono di determinare un ritratto sufficientemente accurato dello scienziato fin da questi anni. Viviani ne ricorda il gioviale giocondo aspetto …; il Gherardini ne richiama la statura più tosto alta, gli occhi vivaci, la carnagione bianca e il pelo che pendea nel rossiccio." Quanto al carattere, Viviani ne mette in evidenza la generosità, la facondia, lo spirito amichevole: "Muovevasi facilmente all’ira, ma più facilmente si placava. Fu nelle conversazion universalmente amabilissimo, poiché discorrendo sul serio era ricchissimo di sentenze e concetti gravi, e ne’ discorsi piacevoli l’arguzie et i sali non gli mancavano ... "
Lui, Galileo, si descrive indirettamente – ma eloquentemente – nel suo Capitolo del portar la toga, quando polemizza a riguardo alla pretesa dello Studio pisano di far indossare ai suoi docenti la toga magistrale come una divisa anche fuori dell’aula. Elenca con provata sapienza le taverne di Pisa e, ricordando il buon vino che vi si beve, ne riferisce gli alti pregi, spesso in netto contrasto con l’aspetto dimesso dei fiaschi nei quali è conservato. Come il fiasco rispetto al vino – e si noti l’irriverenza del paragone - così la toga che si pretende di fare indossare ha ben poco valore – se non è addirittura causa di travisamenti – perché quello che conta è l’uomo che "ci sta dentro", che appunto la indossa.

Boccadarno e le prime ricerche sul moto – Inaspettatamente, un luogo galileiano a Pisa è Boccadarno. In quella parte più accessibile di una costa allora selvaggia e pressoché disabitata, Galileo – nel 1590 lettore di matematica presso lo studio di Pisa - decise di ambientare un dialogo poi intitolato De Motu.
Nel De Motu Galileo dichiara nel modo più compiuto il debito contratto con il grande Archimede, vissuto a Siracusa tra il 287 e il 212 a.C., le cui opere appena riscoperte avevano portato il metodo matematico al centro dello studio della natura. Come una sorta di risarcimento per quel suo maestro, Galileo ambientò il suo dialogo sulla riva mare – nel caso la costa pisana – volendo così richiamare gli specchi marini e le sabbiose coste della Sicilia ai quali la tradizione rimandava per vari episodi della vita e degli studi del Siracusano. Le microscopiche dimensioni dei granelli di sabbia servono a evocare e poi dimostrare la possibilità, per Archimede, di scrivere e calcolare numeri enormi. Ed è sulla spiaggia della sua Siracusa che, preso da figure tracciate sulla sabbia al punto da smarrire il senso del pericolo, esclamerà al milite romano che sta per ucciderlo: "Noli turbare circolos meos"
Nel De Motu i protagonisti sono Alessandro (Alexander) e Domenico (Domenicus), una sorta di antesignani dei personaggi di Filippo Salviati, Gianfrancesco Sagredo e l’aristotelico Simplicio che animeranno le opere della maturità: il Dialogo sui due massimi sistemi e i Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze. Di Alessandro sappiamo che Galileo vi volle ritrarre se stesso. Di Domenico invece mancano elementi sufficienti a una qualunque identificazione, ma il suo compito è prevalentemente di porgere a Alessandro il destro per meglio esplicare le sue tesi.
La scena è la foce dell’Arno ante Taglio ferdinandeo, all’inizio di una mattina soleggiata. Alessandro, che è già arrivato, vede sopraggiungere l’accaldato Domenico e i due si salutano cordialmente per quello che sembra un appuntamento consueto. Inizia così un incontro fervido di argomenti, nel corso del quale si affacciano anche le celebri esperienze effettuate da "alte torri" riguardo alla caduta dei gravi.
Piccoli accadimenti sullo sfondo del vasto scenario che si apre agli occhi dei due - la spiaggia di affioranti dune e l’ampio mare di fronte - nutrono la conversazione. Così a un certo punto Alessandro si serve dell’apparizione sul mare di una imbarcazione che volge verso Pisa per meglio esplicare i modi dell’attrito come ostacolo del movimento. E’ poi Domenico che invita Alessandro a ricorrere a un bastoncino (virgula) per tracciare sulla sabbia qualche figura geometrica.
E nella quieta solitudine di Bocca d’Arno – una brezza sottile a muovere le diseguali macchie di vegetazione per le dune di sabbia; sopra, un cielo sgombro di nubi; il silenzio appena turbato dal muovere delle onde e dai richiami degli uccelli acquatici - più facile fu per il grande Galileo suggerire i rarefatti spazi nei quali muove l’intelletto alla ricerca delle segrete leggi della natura.

Palazzo Reale e il tempo del ritorno in Toscana da Padova - Con palazzo Reale si dischiudono gli scenari successivi alle scoperte astrali e al successo che consentirà a Galileo di tornare infine in Toscana al servizio del Granduca Cosimo II de’Medici.
Dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius Galileo, che ancora risiede a Venezia, insiste – in una missiva - di poter essere ricevuto dal granduca che in quel momento soggiorna a Pisa con la corte, per mostrargli le "meraviglie del cannocchiale". Lo scienziato spiega infatti che solo una mano esperta come la sua permetterebbe il migliore utilizzo dell’"occhiale", un esemplare del quale invia allegato

Padova, 19 marzo 1610. Galileo a Belisario Vinta in Pisa

" Invio a Vostra Signoria Illustrissima la dedicazione de i quattro nuovi pianeti alla Serenissima et felicissima Casa Medici, sotto gli auspici del serenissimo Graduca Cosimo II nostro signore; la quale mando a Sua altezza serenissima. insieme con un occhiale assai buono, se ben son sicuro di presentargli in breve cosa migliore … ".

Portandosi di persona a discutere con il granduca e i suoi funzionari, Galileo certo pensa di poter meglio negoziare anche le condizioni del ritorno in Toscana. Per le vacanze di Pasqua del 1610 lo scienziato torna nella sua città natale, e nelle sale di palazzo Reale riesce a strappare risultati particolarmente favorevoli. Dalla torre del Cantone infine dischiude a Cosimo i segreti del cielo.
Non corre molto tempo e palazzo Reale di nuovo torna a essere un teatro decisivo per i destini di Galileo. Le nuove scoperte astronomiche, dando attendibilità alla teoria copernicana, vengono ritenute in aperto conflitto con le Sacre Scritture e Galileo viene fatto segno a sempre meno larvate critiche. Egli decide dunque di non farsi coinvolgere in qualunque questione di natura teologica. Questo fino al dicembre 1613, quando a palazzo Reale Cosimo II, la granduchessa Maria Maddalena e la granduchessa madre Maria Cristina di Lorena si ritrovano a pranzo con Benedetto Castelli, seguace di Galileo e suo intimo amico.
Benedetto entra in conversazione con Cosimo, Maria Cristina e il filosofo aristotelico Boscagli e assieme discutono delle ultime scoperte astrali, per le quali il solo Boscagli avanza riserve riguardo al moto della terra, che "aveva dell’incredibile e non poteva essere, massime che la Sacra Scrittura era manifestamente contraria a questa sentenza". Al termine del banchetto Castelli lascia il palazzo, ma è costretto a ritornarvi poco dopo. A Benedetto è in breve rinfacciata l’eterodossia della teoria copernicana rispetto delle Sacre Scritture, un’accusa alla quale replica con efficacia e con esiti fondamentalmente positivi. Solamente il Boscaglia "si restava senza dir altro" e i suoi silenzi, alla luce dei successivi accadimenti, saranno di ben maggiore peso che il clamore dei consensi raccolti.
Castelli si sente obbligato a riferire l’intera vicenda al suo maestro, affidandone la dettagliata cronaca a una missiva che impressiona grandemente Galileo. Lo scienziato – poco convinto dell’ingenuo ottimismo del suo corrispondente – intuisce che anche a corte si tramando ai suoi danni e decide, rompendo gli indugi, di addentrarsi nel tema spinosissimo del rapporto tra Sacre Scritture e eliocentrismo articolando argomenti a favore della loro compatibilità. Il 21 dicembre scrive una replica alla missiva inviatagli da Castelli, che diverrà poi nota come la prima delle quattro "lettere copernicane". Quella stessa lettera contribuirà a determinare la solenne ammonizione a lui sanzionata nel 1616 e che costituirà la ragione fondante della successiva condanna del 1633.
E tutto ebbe inizio a Pisa, a palazzo Reale.
La scuola Sant’Anna e gli studi successivi alla condanna della teoria copernicana - Il 24 febbraio del 1616 La Congregazione del Sant’Uffizio deliberò la condanna della teoria della mobilità della Terra. Galileo, giunto a Roma per difendere le ragioni del sistema copernicano, ormai indissolubilmente associate alle sue personali, venne ammonito dal cardinale Roberto Bellarmino.
Deluso nelle sue speranze, Galileo si defila, pur mantenendo un vivo interesse per le osservazioni astronomiche. Cerca in particolare di misurare esattamente i periodi dei quattro satelliti di Giove, per risolvere uno dei problemi più cospicui per la navigazione marittima del tempo: il calcolo della longitudine,
Preliminarmente deve però essere escogitato un modo per dare stabilità alla visione con il cannocchiale, disturbata dagli effetti di instabilità prodotti dal moto ondoso. Nel marzo 1617 Galileo è così a Livorno per sperimentare sul mare il "celatone":

"Fui a Livorno, e perché non vi era alcun vassello fuori del molo, non potetti veder l’effetto dell’occhiale se non sopra una navetta dentro del molo, dove il moto dell’acqua era poco, benché il vento fusse gagliardissimo, e quel poco movimento non apportava impedimento alcuno all’uso di esso occhiale:

Sulla via del ritorno Galileo si ferma a Pisa da Benetto Castelli e con lui nei giorni di permanenza in città scruta il cielo da un non meglio precisato luogo "nel Long’Arno esposto al mezo giorno" e " nel giardino de’Padri di S.Girolamo".
Il convento di San Girolamo sorgeva ai bordi dell’attuale piazza Martiri della Libertà e oggi è parte dell’area sulla quale sorge la scuola Sant’Anna. Vi risiedeva una comunità appartenente all’Ordine dei Gesuati, con i quali Castelli, ecclesiastico anche lui, intratteneva rapporti molto cordiali. Gli bastava una breve passeggiata da dove abitava, in via della Faggiola, per arrivare dai frati suoi amici. Galileo partecipò dunque alle osservazioni che il Castelli effettuò nei giorni del suo soggiorno pisano da San Girolamo e lì sperimentò un macchinario forse del tipo del "celatone", avendo come riferimento il campanile della vicina chiesa di Santa Caterina.
Galileo instaurò anch’egli rapporto particolarmente amichevole con la comunità conventuale tanto che Castelli, in una lettera che lo raggiunse ormai a Firenze, gli ricordava l’attesa che i "buoni padri" avevano del vino da lui promesso per sdebitarsi dell’ospitalità ricevuta.
Sorprende come un gioco del destino, che quattrocento anni prima della costituzione della scuola Sant’Anna - celebre per gli aspetti applicativi della ricerca scientifica – il grande Galileo si sia ritrovato a sperimentare proprio in questi luoghi strumentazioni derivate e "applicative" dei suoi studi.

Il Duomo e la Torre Pendente - Vincenzo Viviani e Niccolò Gherardini vollero legare alcuni dei momenti più rilevanti delle esperienze scientifiche galileiane ai monumenti della piazza del Duomo. Lo esigeva la tradizione biografica rinascimentale e vasariana, che tendeva a trovare nelle vite dei grandi, momenti, situazioni e coincidenze "eccezionali"; lo richiedevano i gusti e le aspettative dei lettori d’allora – ma anche, in fondo, di quelli d’oggi. E pazienza se ogni verosimiglianza veniva – e viene - in qualche occasione sacrificata.
L’ombra del dubbio, e qualcosa di più, oscura dunque la circostanza per la quale fu in Duomo che il giovane Galileo, osservando le oscillazioni di una lampada appesa e mossa dal vento, scoprì l'isocronismo delle piccole oscillazioni del pendolo e con esso un modo di misurare il tempo particolarmente accurato. Certo è che la grande lampada che troviamo al centro del chiesa e che comunemente viene indicata come la lampada di Galileo, vi fu collocata in epoca posteriore all’enunciazione della legge. Allo stesso modo appare poco credibile l’esperimento dalla sommità della Torre che portò alla legge sulla caduta dei gravi, legge che Galileo maturò molto più tardi, durante il soggiorno padovano.
Collocato nella controfacciata della cattedrale, il monumento funebre dell’arcivescovo di Pisa Giuliano de’Medici ( 1574-16 gennaio 1636) ci riporta invece a un personaggio "galileiano" a tutti gli effetti. Dal 1608 al 1618 Giuliano fu ambasciatore presso la corte imperiale a Praga e in quella veste fece da tramite tra Galileo e Kepler, astronomo di corte, nel loro scambio di informazioni scientifiche. Fu a lui che lo scienziato pisano mandò una copia del Sidereus Nuncius, per farla poi conoscere a Kepler e Kepler, a sua volta, gli dedicò la Dissertatio cum Nuncio Sidereo. Galileo fece poi Giuliano depositario della individuazione – attraverso il cannocchiale - della forma "tricorporea" di Saturno e delle fasi di Venere, a lui comunicate per missiva in forma criptica per tutelarne la priorità della scoperta. E al momento di disvelare il significato del testo criptato a proposito delle fasi di Venere, con Giuliano infine Galileo abbandonò ogni prudenza dichiarandogli le proprie, definitive convinzioni eliocentriche.
Un secondo altare espone invece un crocifisso in bronzo di Pietro Tacca. Il Tacca, artista di rilievo europeo, nel 1636 fu chiamato a realizzare il monumento equestre a Filippo IV di Spagna. Si richiedeva di creare un cavallo impennato in bronzo di enormi dimensioni. Fu probabilmente Galileo a venire in soccorso del Tacca per congegnare equilibri tali da rendere realizzabile l’opera, oggi esposta a Madrid nella Plaza de Oriente.

Ed ecco che il nostro percorso per i luoghi di Pisa e per le vicende di Galileo giunge al termine.

Un grazie ancora per la vostra pazienza e un grazie al Rotary Pacinotti per l’accoglienza che mi ha voluto riservare. La vostra attenzione è stata il miglior premio per me.

Roberto Sonnini.

1^ foto: atto di nascita di Galilei
2^ foto: ritratto di galilei del Tintoretto
3^ foto: lapide in memoria di Galilei
4^ foto: Cristina di Lorena

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CAMINETTO DEL 25 NOVEMBRE 2009
 
 
Caminetto del 25 novembre 09

Il Presidente inizia il caminetto dando la parola al Presidente neo eletto per l’annata rotariana 2010 2011 Pietro Pescatore che al termine annuncerà i nominativi che faranno parte del consiglio direttivo. Riporto integralmente la dichiarazione di Pescatore.

Pisa, 25 novembre 2009

Carissimi amici,

in questi sia pur pochi anni di appartenenza alla famiglia rotariana mi sono più volte chiesto quale sia 1 'universo dei valori che caratterizza il Rotary anche se ciascuno dei quali, in verità, meriterebbe di essere adeguatamente approfondito ma non certo in questa sede.
A mio modesto avviso il Rotary è anzitutto Associazione, espressione alta e consolidata dello spirito consociativo umano e di quell'associazionismo che, nell’America del '900, trovò terreno particolarmente fertile.
E' un'associazione internazionale, frutto non tanto di un'ideologia espansionistica o imperialistica, quanto di una concezione del mondo come "multiverso" più che come "universo".
E' un'associazione internazionale di uomini, cui riconosce il primato di individui e di cui ricerca la realizzazione a livelli di eccellenza della loro specificità soggettiva e delle loro potenzialità umane.
E' un' associazione che negli uomini ricerca e promuove lo specifico umano, un substrato di caratteristiche che culmina nelle "peak-esperiences" e che permea di umanismo la ricerca del vero, dell 'utile, del giusto e della buona volontà.
E' un 'associazione di individui emergenti, di figure leader nel proprio settore professionale, perchè la professione è ritenuta uno degli ambiti più importanti, in cui il singolo esprime le proprie potenzialità.
E' un'associazione di individui, cui richiede di coniugare senza ambiguità eccellenza professionale ed integrità morale, perche lo specifico umano è tenuto in considerazione prioritaria rispetto alla semplice affermazione sociale:
E' un' associazione i cui membri sono legati fra di loro da un rapporto di amicizia, che è forma di relazione specificamente umana, che coniuga sentimento, etica ed impegno operativo.
E' un'associazione di "service", i cui membri mettono le proprie elevate capacità umane e professionali a disposizione della collettività, nella convinzione che esista un feed-back circolare fra evoluzione del singolo e del collettivo.
E' un' associazione ispirata all' impegno ed all' efficienza operativa, perchè i concetti sono ancora ritenuti "strumenti dell'agire" e fondamento delle quattro vie d'azione.
E' un' associazione che ha nel proprio DNA il rapporto con la trasformazione e che è consapevolmente partecipe e impegnata nella trasformazione della società, vale a dire dell’Uomo e del Mondo.
E', soprattutto, un'associazione libera di uomini liberi, di liberi pensatori nel senso etimologico del termine. Come scrisse Paul Harris "II Rotary è nato in una terra di libertà; avrebbe potuto nascere in qualsiasi altra terra di libertà, ma non in un regime dispotico.
Tutto questo è per me il Rotary ma l' elenco non è di certo esaustivo.
A tutti questi valori ispirerò la mia azione di Presidente per I' annata rotariana 2010/20 11 e mentre mi accingo a compiere il primo e rilevante atto di nomina del Consiglio Direttivo che mi affiancherà nella complessa ma entusiasmante opera di amministrazione del Club, non posso non cogliere
nuovamente l’occasione per ringraziare tutti Voi per la mia nomina a Presidente incarico questo che mi rende orgoglioso e soprattutto mi vede impegnato sin da ora ad agire lasciandomi guidare dal pessimismo dell' intelligenza ma dall'ottimismo della volontà.
Grazie a Voi tutti ed un abbraccio dal profondo del cuore.
Passo ora a renderVi noti i componenti del Consiglio Direttivo:

1. Carmine De Felice - Vice Presidente Vicario

2. Cesare Rossi - Vice Presidente

3. Emanuele Neri - Segretario

4. Riccardo Gifford - Prefetto

5. Luca Paoletti - Tesoriere

6. Maurizio Sbrana- Consigliere

7. Gaetano Giunta - Consigliere

Il Presidente neoeletto

Pietro Pescatore

 
Di seguito si procede, tramite votazione, alla scelta dei nominativi da dover votare definitivamente per il Presidente dell’annata rotariana 2011 2012.

Si forma la commissione elettorale con la scelta dei tre Presidenti: quello in carica Controzzi, quello pregresso Martorano, il futuro Pescatore.

Si procede all’elezione con 46 soci presenti su 53.

Risultato delle primarie: Zanotti 29, Sardella 1, Gifford 16

Si procede all’elezione definitiva tra Zanotti, Sardella, Gifford. I votanti sono divenuti 47 essendo arrivato Zuccolotto. A questo punto Gifford chiede la parola e raccomanda ai soci di votare Zanotti perchè vi sia una unanimità di decisione per unire sempre di più il Club. Segue un nutrito applauso.

Risultati definitivi Zanotti 43 Gifford 2 Sardella 2

Prende la parola Zanotti ringraziando e dichiarando di essere il presidente di tutti, che è bene che i soci siano tutti amici senza animosità, ma che vi sia solo comprensione ed amicizia. Il Club deve essere un luogo dove si riuniscono persone che vogliono lavorare con serenità ed amicizia e pensare a quello che è lo scopo del Rotary, comprensione, solidarietà, amicizia. Un applauso chiude questo caminetto che ha eletto Zanotti Leonardo presidente per l’annata rotariana 2011 – 2012.

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