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Conviviale del 4 novembre 09 Il Presidente dopo le classiche
comunicazioni che interessano i soci, presenta l’amico Carmine De Felice
che, forte della sua esperienza personale, ci intrattiene su di un
argomento con un titoli intrigante:
PARACADUTISMO: PERCHE’
Di seguito riporto fedelmente quanto detto:
Quando nel lontano 1963 venni a Pisa, alla Scuola
Militare di Paracadutismo per frequentare il corso di abilitazione al
lancio fui affidato ad un vecchio istruttore molto bravo, non solo per
la sua preparazione tecnica, ma anche e soprattutto per la sua carica
umana. Questo istruttore per allontanare la tensione che ogni giorno si
accumulava in attesa del primo lancio, raccontava delle storielle.
Ricordo che una di queste narrava della creazione dell'uomo che questo
si abituò subito ai piaceri della vita e che ben presto per vincere la
noia e la solitudine si rivolse al Padreterno a cui chiese due cose: un
paio d'ali per volare come gli uccelli e poter ammirare ancor di più le
bellezze del creato ed una. compagnia per poter vincere la solitudine.
Il buon Dio nella sua infinita bontà si mise subito all’opera e, forse,
preso dall'entusiasmo e dalla gioia di far felice l'uomo commise
un'imprudenza: creò prima la donna. Tutti sapete come andò a finire e
l'uomo non ebbe le ali e da quel momento cominciò a lambiccarsi il
cervello per costruirsele. Questa banalissima storiella insieme alle
molte altre leggende testimonia quanto sia sempre stato grande il
desiderio dell'uomo di voler dominare il cielo.
Per appagare questo desiderio l'uomo dovrà comunque attendere millenni
ed arrivare al 1290 dopo Cristo quando fu eseguita il primo tentativo
riuscito di un volo con un mezzo che aveva una certa somiglianza ad un
paracadute. Questo esperimento lo riferirono alcuni viaggiatori
veneziani tornati dal lontano oriente che raccontarono che
l'imperatore cinese FU~CHlEN aveva costretto i giocolieri di corte a
gettarsi da a1tissime torri di bambù appesi a degli strani ombrelli per
il divertimento dei suoi cortigiani, Questa attività non ebbe comunque
un seguito e non si conoscono le cause, forse I’imperatore fini tutti
suoi giocolieri, ma più probabilmente perchè questa attività era nata
per gioco e come tutti i giochi finì appena finita la novità e la
curiosità. Ogni novità per avere un seguito deve consentire
un'applicazione ed una utilizzazione pratica, ma soprattutto deve
stimolare un interesse scientifico cosa che non accadde alla corte del
bizzarro imperatore cinese. Ma per la storia del paracadutismo questo
tentativo è importantissimo perchè risulta essere il primo tentativo
riuscito che dimostrava la possibilità dell'uomo di potersi gettare ne1
vuoto da una considerevole altezza e di arrivare a terra senza danno con
l'aiuto di una macchina,
Ma il primo uomo al mondo che affrontò il problema e studiò un vero e
proprio paracaduto, fu, come sempre, il grande Leonardo da Vinci che nel
1495 elaborò uno studio su basi scientifiche completo di disegni, dati,
descrizione del funzionamento e dei materiali per la sua costruzione,
enunciazione dei principi fisici su cui si basava il funzionamento della
macchina. Leonardo dette molta importanza a questa sua ricerca tonto che
inserì lo studio dello "strumento alato" , come lui lo aveva chiamato,
nel "Codice Atlantico". Leonardo iniziò così il suo documento: "se un
uomo ha un padiglione di panno di lino intessuto che sia di dodici
braccia per faccia ed alto dodici. potrà gettarsi da ogni grande altezza
senza danno di se". L 'idea di Leonardo era di una superficie di panno
piramidale a base quadrata rigida con delle funi ai quattro vertici
della base che si congiungevano in un punto a cui era appeso un manico
per il sostentamento del passeggero.
Con questa idea perchè solo un'idea rimase, Leonardo è da considerarsi
l'inventore del paracadute.
Alla teoria di Leonardo si rifece, oltre un secolo più tardi, il Vescovo
dalmata FAUSTO VENANZIO DA SEBENTCO. che a Venezia, nel 1615, sperimentò
personalmente e con esito positivo un paracadute di sua concezione che
differiva da quello di Leonardo unicamente per la forma della velatura
che invece di essere piramidale era quadrata. Fausto Venanzio raccolse
le sue idee in proposito in uno studio che poi inserì nel suo libro: "MACHINAE
NOVAE"..
Per arrivare, però. a degli studi seri e positivi è necessario attendere
il risveglio scientifico del secolo successivo, ma soprattutto era
necessaria la disponibilità di un mezzo che consentisse di raggiungere
altezze considerevoli per poter eseguire esperimenti probanti. Ed il
momento arrivò quando i fratelli MONGOLFIER nel 1793. con la macchina di
loro ideazione, che da loro prese il nome di mongolfiera. portarono
finalmente l'uomo alto nel cielo. Con la disponibilità di questo mezzo,
che per l'epoca appariva quasi magico, gli esperimenti di lancio
ripresero in maniera frenetica. Dalla navicella della mongolfiera veniva
scaravento giù ogni ben di Dio specialmente animali che, appesi agli
attrezzi più strani, dovettero soddisfare la bramosia scientifica di
qualche pseudo inventore e la spregiudicatezza di qualche esibizionista,
finchè finalmente, il 22 ottobre del 1797. il francese Jacques de
GARNEREN si lanciò da una quota di ottocento metri ed atterrò
felicemente nel parco di MONCEAU in mezzo ad una folla in delirio e
sbigottita. L’impresa ebbe grande risonanza. tanto che Jacques GARNEREN
insieme al fratello Jean ed alla figlia Elise, fece del paracadutismo
una professione, girò tutta l’Europa compiendo centinaia di lanci, tutti
conclusisi felicemente contribuendo non poco a propagandare e diffondere
questa attività. I fratelli GARNEREN effettuavano le loro esibizioni
sistemati in una. cesta appesa ad un paracadute che per forma dimenzioni
e caratteristiche era molto simile a quelli usati oggi.
Ma il definitivo contributo allo sviluppo di questa attività fu dato
dall'avvento dell'aereo perchè il paracadute fu subito individuato come
unico mezzo che offriva delle possibili prospettive di salvataggio per i
piloti in difficoltà. Il primo uomo che si lanciò con un paracadute da
un aeroplano fu l’americano CLEM SON che nel 1911 utilizzò un paracadute
di sua ideazione e fabbricazione.
Molti altri appassionati continuarono a praticare questa attività, ma
come accade sempre fu la guerra la Grande Guerra ad imporre un ritmo
frenetico ai progressi tecnologici ed in particolare a quelli
aeronautici. Di conseguenza il paracadute finalmente diventò dotazione
individuale obbligatoria degli occupanti dei velivoli contribuendo alla
salvezza di molti piloti. Questi paracadute erano contenuti in una sacca
assicurata alla parte esterna della fusoliera del velivolo e collegati
con una lunga fune alla cintura del pilota. All'emergenza, quando il
pilota abbandonava l'aereo, procurava per strappo, l'apertura della
borsa che liberava la velatura del paracadute. Le opportunità che l’uso
di questo mezzo poteva offrire non potevano sfuggire agli Stati
Maggiori degli eserciti in guerra che fruttarono subito la possibilità
di trasferire al di la delle linee nemiche uomini con compiti
informativi e di sabotaggio. Il primo uomo in assoluto che compi questo)
tipo di missione fu un ufficiale italiano: il tenente degli alpini
Alessandro TANDURA che,durante la Grande Guerra. si lanciò al di la
delle linee nemiche con compiti informati ed in quella circostanza
meritò anche la medaglia d'oro al valor militare.
Terminata la Grande Guerra, l'attività di studio c di ricerca nel campo
aeronautico, si sviluppò in maniera frenetica e di conseguenza anche
quella relativa al paracadute. E fu proprio in Italia che il Tenente
FRERI della regia aeronautica ideò un paracadute da applicarsi,
finalmente sulle spalle del pilota mediante una imbracatura contribuendo
non poco a garantire un elevato grado di sicurezza. Questo paracadute
proprio per il compito che doveva assolvere, fu chiamato "SALVADOR" e
per l'elevato grado di sicurezza che offriva prodotto e venduto in tutto
il mondo. Siamo alla fine degli anni venti in pieno regime, l'arma
aeronautica è in grande sviluppo e nei giorni festivi gli aeroporti sono
il teatro di grandi manifestazioni aeree a cui non poteva mancare anche
il numero delle esibizione dei paracadutisti che, insieme ai piloti, con
la loro spregiudicatezza e spavalderia offrivano uno spettacolo di
grande fascino ed emotivitù ad un numero di spettatori sempre più
grande. Purtroppo questo paracadute, nato come mezzo di salvataggio, non
è che funzionasse sempre alla perfezione e diverse manifestazioni furono
funestate da gravi incidenti. In uno di questi, nell'aeroporto di
MONTECELLO presso Roma, mori il generale GUIDONl e da quel giorno
l’aeroporto e la cittadina che vi sorgeva intorno, presero il nome di
GUIDONIA. Nonostante questi avvenimenti funesti l'attività continuò, il
paracadute venne perfezionato, fino a diventare un mezzo abbastanza
sicuro tanto che si comincia a pensare a costituire i primi reparti.
L’idea nasce dalla necessità di dover controllare nelle colonie grandi
spazi con pochi uomini. Truppe aviolanciate potevano intervenire con
tempestività dove c'era bisogno. Ed è proprio per questo motivo come
avevano già fatto Russia Francia e Germania, nel 1938 nacque a CASTEL
BENITO in Libia, la prima scuola di paracadutismo italiana dove vennero
addestrati i famosi "FANTI DELL'ARIA". II battaglione fu ripetutamente
impiegato in azioni di polizia con risultati eccellenti. La prima Grande
Unità formata in territorio metropolitano fu la mitica Divisione
"FOLGORE". che ebbe un impiego sfortunato, ma gloriosissimo e che si
immolò nel deserto di "EL ALAMEIN". Oggi le tradizioni della mitica
Divisione "Folgore" continuano con la brigata paracadutisti "Folgore"
che per capacità ed efficienza non ha niente da invidiare ad altri
reparti simili di altri paesi.
Oggi il paracadutismo è un'attività di massa, svolta
in tutti i paesi del mondo e non solo per fini bellici ma anche e
soprattutto per hobby, per fini sportivi ed agonistici; è un'attività
giovane che ha a disposizione mezzi abbastanza sicuri e che molte donne
ed uomini svolgono attratti dal fascino di questo sport.
Carmine De Felice
Dopo l’esposizione Carmine ci proietta un filmato che riguarda il
paracadutismo. Inizia con la preparazione e i lanci di paracadutisti al
primo battesimo dell’aria: si notano gli sforzi per apparire calmi e
baldanzosi. Di seguito lanci di uomini già usi a tale attività fino a
esibizioni di professionisti in gare nazionali ed internazionali con
giochi in aria da far accapponare la pelle. Figure in aria come si
vedevano nelle piscine nei film di show acquatici con Ester Willians.
Non ultimo alcune immagini sexi con giovani paracadutiste a seno nudo.
Spettacolo di lanci veramente bello. Dopo la conferenza i soci si sono
complimentati e il Presidente ha suonato la campana.
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L’argomento di questa nostra conversazione sono le
vicende di Galileo, raccontate attraverso i luoghi di Pisa che hanno più
o meno direttamente parte nella sua vicenda biografica: luoghi tanto
numerosi da giustificare l’esistenza di un Percorso galileiano -
già sperimentato per le scuole e per gruppi di turisti italiani e
stranieri. - per le vie e le piazze della nostra città,
Pisa non sempre ha dedicato la dovuta attenzione al suo figlio più
illustre. Lo scorso inverno un nostro intelligente amministratore
pubblico combinava una piccola gaffe – nel corso di una
conferenza dedicata a Galileo – affermando che si apprestava a seguire
un corso di fisica "discorsivo", dal quale erano esclusi proprio quei
calcoli matematici che furono il carattere distintivo e più innovativo
del pensiero del Pisano. Le spoglie mortali di Galileo, conservate in
Santa Croce a Firenze, probabilmente furono scosse in quel momento da un
lieve sussulto di disappunto.
In effetti le scoperte astrali ottenute per mezzo del cannocchiale, il
convinto sostegno alla teoria eliocentrica, il processo e la condanna
conseguenti hanno spesso finito per offuscare i tratti generali della
personalità scientifica di Galileo; tanto rilevanti da consentirci di
affermare che con Galileo nasce a Pisa la figura di studioso della
natura che più compiutamente prefigura l’immagine del moderno
scienziato.
In lui convivono - e sono messi in pratica nella ricerca effettiva - i
caratteri principali di un metodo d’indagine che oggi riteniamo ovvio,
ma che con fatica si affermò dopo duri scontri con l’establishment
culturale scientifico dell’epoca. Il metodo galileiano antepose ai
vecchi schemi qualitativi di comprensione dei fenomeni naturali le
"certe dimostrazioni" (la matematica) e le "sensate esperienze"
(l’esperimento), poiché – citando un celeberrimo brano del Saggiatore
la filosofia (ovvero il sapere) è
scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta
aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo) , ma non si
può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e
conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in
lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed
altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a
intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi
vanamente per un oscuro labirinto.
E assieme e strettamente correlata alle "sensate
esperienze" e le "certe dimostrazioni", in Galileo troviamo l’adozione
della tecnica, intesa come strumentazione per misurare – è il caso della
Bilancetta idrostatica e del Compasso geometrico militare
-; per effettuare gli esperimenti – un esempio, il Piano inclinato
-; per magnificare la percezione, come avvenne per il cannocchiale
e per l’"occhialino", il microscopio.
Con il cannocchiale Galileo giungerà a un completo rivolgimento della
concezione del mondo del suo tempo. Puntatolo al cielo dall’agosto del
1609 , scoprirà che luna non è più la perfetta sfera che si credeva, ma
si presenta con montagne e valli pressappoco come la terra; che la via
Lattea non sono vapori ma agglomerati di infinite stelle; che il pianeta
Giove infine ha quattro satelliti. Quelle osservazioni condurranno
infine all’affermarsi della concezione eliocentrica e geocinetica, fino
al definitivo accantonamento dell’astronomia aristotelico – tolemaica.
Pisa nella biografia di Galileo - Galileo vive a
Pisa gli anni dell’infanzia, dalla nascita, il 15 febbraio del 1564, al
1574 quando con la famiglia si sposta a Firenze. A
Pisa ritorna dal
settembre 1580 al 1585 per studiarvi medicina, e di nuovo quando gli
viene assegnata la cattedra di matematica presso lo Studio, tra il 1589
e il 1592. Dall’anno seguente per Galileo si apre l’ineguagliabile
stagione alla cattedra di matematica di Padova – da lui stesso definita
"li diciotto anni migliori di tutta la mia età". Le scoperte celesti,
diffuse con la pubblicazione del Sidereus Nuncius il 12 marzo del
1610, aprono a Galileo le porte dell’ultimo soggiorno fiorentino,
"matematico primario dello studio di Pisa e filosofo del Ser.mo
Granduca" impegnato nel rinnovamento del pensiero scientifico anche
attraverso il sostegno alla teoria eliocentrica. Di Galileo sono poi
note le amare vicissitudini a seguito della pubblicazione del
Discorso sui due massimi sistemi nel 1632 e la condanna nell’anno
successivo. Dal 1610 al 1642, anno della morte, tuttavia Pisa mai
scompare dai suoi orizzonti. Anche a Pisa si annidano i suoi detrattori,
mentre la cattedra di matematica dello Studio – occupata da Benedetto
Castelli - catalizza le solidarietà a suo favore. A palazzo Reale a Pisa
infine risiede per vari mesi dell’anno la corte medicea, luogo del
potere e dunque di trame e intrighi.
La casa natale di Galileo - Il sipario su Pisa e
Galileo si apre con un documento essenziale, oggi custodito
nell’archivio arcivescovile: l’atto di battesimo, vergato
all’interno del Libro dei battezzati. In esso si apprende del
sacramento impartito a Galileo, nato in "chapella di santo andrea" e
genitori "Vincenzio ghalilei e madonna Giulia sua donna", il 19 febbraio
del 1564.
Confermata la nascita pisana e il luogo del battesimo in Battistero,
come era usanza al tempo, l’atto si rivelava ambiguo rispetto
all’individuazione della casa natale, poiché erano allora due le chiese
e dunque le parrocchie intitolate in Pisa a Sant'Andrea: Sant’Andrea in
Kinzica e Sant’Andrea Foriporta.
I Galilei avevano abitato a Firenze fino alla seconda metà del
Quattrocento. Vivendo in una società fortemente gerarchica e
condizionata dal volere dei governanti, Galileo – esposto a grande
precarietà per la sua professione – si dichiarava "patrizio fiorentino"
soprattutto per sottolineare le proprie origini nobiliari ed enfatizzare
la sua condizione di suddito granducale.
Tali professioni di "fiorentinità" a Pisa portarono ad attribuire a
Vincenzo, padre di Galileo e in realtà musicista, una qualche funzione
all’interno degli apparati militari ospitati in Fortezza Nuova. Galileo
doveva dunque essere nato in Kinzica, da tempo inglobata all’interno di
quel presidio. Quando l’equivoco si dissipò, una maggiore attenzione al
modo in cui erano compilati gli atti di battesimo – si vide anche che si
annotava semplicemente Sant’Andrea per la chiesa di Foriporta, più
grande e nota dell’altra, per la quale al contrario si specificava con
la dizione "in forteza" – spostò l’attenzione degli studiosi sulla
seconda alternativa.
Gli archivi relativi a Foriporta – oggi San Francesco- furono
accuratamente consultati, ma niente nel quartiere risultò fosse mai
appartenuto o preso in affitto da un Galilei. Per suggerimento di
Antonio Fàvaro – curatore dell’edizione nazionale delle opere
dello scienziato - si ricercò allora l’eventuale residenza degli
Ammannati, la famiglia materna di Galileo. In quei tempi infatti era in
uso, specie alla nascita del primogenito per il quale si richiedevano
particolari cure, di partorire in casa dei genitori della gestante.
L’indicazione risultò preziosa: gli Ammannati avevano abitato in quel
quartiere, circa agli attuali numeri civici 22, 24 e 26 dell’odierna via
Giusti. E casa Ammannati è oggi decisamente considerata attendibile come
la casa natale di Galileo.
Nessun dubbio sul fonte battesimale, il Battistero in piazza del Duomo,
e fugate molte incertezze circa la casa natale, l’atto di battesimo
custodisce ancora un piccolo enigma riguardo all’identificazione dei due
padrini di Galileo. "M.re haverardo de’medici" è probabilmente quell’Averardo
de’Medici, tra le prime figure dello stato granducale, che troviamo in
carica dal primo luglio al 31 ottobre 1587 nel consiglio degli Otto di
Guardia e di Balìa, il massimo tribunale penale e di polizia. "El S.re
Popeo" è di ancora più difficile identificazione. Di lui si dà solo il
nome, come se per la sua importanza, fosse inessenziale riportarne il
cognome. L’estensore dell’atto si ritiene inoltre obbligato a
intervenire correggendo il "m.re" (messere) in un primo tempo vergato,
in "S.re" (signore). Una delle ipotesi considerate lo identifica con
Pompeo della Barba: di Pescia come gli Ammannati; medico rinomato e
dunque di buon auspicio per i desideri di Vicenzo di fare di Galileo un
medico; in dimestichezza con Pisa, avendovi studiato medicina e
filosofia presso lo Studio; fedele seguace dei Medici, tanto da potergli
affidare la delicata salute di una loro creatura politica, papa Pio IV.
Il luogo degli studi e della prima docenza – A
Pisa, il Palazzo della Sapienza è il luogo che meglio compendia gli anni
di studi e del primo insegnamento. Pisa non ebbe mai l’autorevolezza
delle più celebrate università di Padova e Bologna, ma occorre osservare
che fu pisano uno dei primi orti botanici in Europa. D’altra parte
l'ammonitrice citazione biblica "Principium Sapientiae Timor Domini" -
versetto 10 dal salmo 111 dell’Antico Testamento - ovvero "il timore di
Dio è l'inizio della sapienza", ancora oggi murata all'ingresso
dell’edificio, suggerisce che in alcuni casi i diritti della conoscenza
a Pisa non avrebbero potuto trovare favorevoli accoglienze.
Per cinque anni Galileo studiò alla Facoltà di Arti per diventare
medico, su insistenza del padre Vicenzo, che sperava per lui in una
brillante e ben remunerata carriera. Perso poi interesse per la
medicina, seguì con sempre maggiore passione le lezioni di fisica di
Francesco Buonamici, un aristotelico eterodosso seguace della Scuola di
Parigi. Tuttavia, qualche decennio dopo, nel Saggiatore ricorderà
così quel tempo: " … sento grandissima nausea da quelle altercazioni
(gli argomenti della fisica aristotelica) nelle quali io altresì nella
mia fanciullezza, mentr’ero ancor sotto il pedante (Aristotele), con
diletto m’ingolfavo …" .
Ad Aristotele – o meglio, ai suoi maldestri continuatori – Galileo
antepose l’insegnamento di Archimede ed Euclide, cui giunse attraverso
le lezioni che Ostilio Ricci, amico del padre e insegnante alla corte
dei Medici, gli impartì a cavallo tra il 1582 e il 1583, avvicinandolo
alla geometria e a un tipo di matematica caratterizzata soprattutto dai
suoi risvolti pratici. Preso dai nuovi interessi, Galileo lasciò Pisa
senza avervi concluso gli studi ma, con l’emergere del suo talento,
otterrà infine la docenza di matematica allo Studio pisano nel 1589.
Vincenzo Viviani e Nicolò Gherardini, biografi coevi
di Galileo, consentono di determinare un ritratto sufficientemente
accurato dello scienziato fin da questi anni. Viviani ne ricorda il
gioviale giocondo aspetto …; il Gherardini ne richiama la statura
più tosto alta, gli occhi vivaci, la carnagione bianca e il pelo che
pendea nel rossiccio." Quanto al carattere,
Viviani ne mette in evidenza la generosità, la facondia, lo spirito
amichevole: "Muovevasi facilmente all’ira, ma più facilmente si
placava. Fu nelle conversazion universalmente amabilissimo, poiché
discorrendo sul serio era ricchissimo di sentenze e concetti gravi, e
ne’ discorsi piacevoli l’arguzie et i sali non gli mancavano ... "
Lui, Galileo, si descrive indirettamente – ma eloquentemente – nel
suo Capitolo del portar la toga, quando polemizza a riguardo alla
pretesa dello Studio pisano di far indossare ai suoi docenti la toga
magistrale come una divisa anche fuori dell’aula. Elenca con provata
sapienza le taverne di Pisa e, ricordando il buon vino che vi si beve,
ne riferisce gli alti pregi, spesso in netto contrasto con l’aspetto
dimesso dei fiaschi nei quali è conservato. Come il fiasco rispetto al
vino – e si noti l’irriverenza del paragone - così la toga che si
pretende di fare indossare ha ben poco valore – se non è addirittura
causa di travisamenti – perché quello che conta è l’uomo che "ci sta
dentro", che appunto la indossa.
Boccadarno e le prime ricerche sul moto –
Inaspettatamente, un luogo galileiano a Pisa è Boccadarno. In quella
parte più accessibile di una costa allora selvaggia e pressoché
disabitata, Galileo – nel 1590 lettore di matematica presso lo studio di
Pisa - decise di ambientare un dialogo poi intitolato De Motu.
Nel De Motu Galileo dichiara nel modo più compiuto il debito
contratto con il grande Archimede, vissuto a Siracusa tra il 287 e il
212 a.C., le cui opere appena riscoperte avevano portato il metodo
matematico al centro dello studio della natura. Come una sorta di
risarcimento per quel suo maestro, Galileo ambientò il suo dialogo sulla
riva mare – nel caso la costa pisana – volendo così richiamare gli
specchi marini e le sabbiose coste della Sicilia ai quali la tradizione
rimandava per vari episodi della vita e degli studi del Siracusano. Le
microscopiche dimensioni dei granelli di sabbia servono a evocare e poi
dimostrare la possibilità, per Archimede, di scrivere e calcolare numeri
enormi. Ed è sulla spiaggia della sua Siracusa che, preso da figure
tracciate sulla sabbia al punto da smarrire il senso del pericolo,
esclamerà al milite romano che sta per ucciderlo: "Noli turbare circolos
meos"
Nel De Motu i protagonisti sono Alessandro (Alexander) e Domenico
(Domenicus), una sorta di antesignani dei personaggi di Filippo Salviati,
Gianfrancesco Sagredo e l’aristotelico Simplicio che animeranno le opere
della maturità: il Dialogo sui due massimi sistemi e i
Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze. Di Alessandro
sappiamo che Galileo vi volle ritrarre se stesso. Di Domenico invece
mancano elementi sufficienti a una qualunque identificazione, ma il suo
compito è prevalentemente di porgere a Alessandro il destro per meglio
esplicare le sue tesi.
La scena è la foce dell’Arno ante Taglio ferdinandeo, all’inizio
di una mattina soleggiata. Alessandro, che è già arrivato, vede
sopraggiungere l’accaldato Domenico e i
due si salutano cordialmente per
quello che sembra un appuntamento consueto. Inizia così un incontro
fervido di argomenti, nel corso del quale si affacciano anche le celebri
esperienze effettuate da "alte torri" riguardo alla caduta dei gravi.
Piccoli accadimenti sullo sfondo del vasto scenario che si apre agli
occhi dei due - la spiaggia di affioranti dune e l’ampio mare di fronte
- nutrono la conversazione. Così a un certo punto Alessandro si serve
dell’apparizione sul mare di una imbarcazione che volge verso Pisa per
meglio esplicare i modi dell’attrito come ostacolo del movimento. E’ poi
Domenico che invita Alessandro a ricorrere a un bastoncino (virgula) per
tracciare sulla sabbia qualche figura geometrica.
E nella quieta solitudine di Bocca d’Arno – una brezza sottile a muovere
le diseguali macchie di vegetazione per le dune di sabbia; sopra, un
cielo sgombro di nubi; il silenzio appena turbato dal muovere delle onde
e dai richiami degli uccelli acquatici - più facile fu per il grande
Galileo suggerire i rarefatti spazi nei quali muove l’intelletto alla
ricerca delle segrete leggi della natura.
Palazzo Reale e il tempo del ritorno in Toscana da
Padova - Con palazzo Reale si dischiudono gli scenari
successivi alle scoperte astrali e al successo che consentirà a Galileo
di tornare infine in Toscana al servizio del Granduca Cosimo II de’Medici.
Dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius Galileo, che
ancora risiede a Venezia, insiste – in una missiva - di poter essere
ricevuto dal granduca che in quel momento soggiorna a Pisa con la corte,
per mostrargli le "meraviglie del cannocchiale". Lo scienziato spiega
infatti che solo una mano esperta come la sua permetterebbe il migliore
utilizzo dell’"occhiale", un esemplare del quale invia allegato
Padova, 19 marzo 1610. Galileo a
Belisario Vinta in Pisa
" Invio a Vostra Signoria Illustrissima
la dedicazione de i quattro nuovi pianeti alla Serenissima
et felicissima Casa Medici, sotto gli auspici del
serenissimo Graduca Cosimo II nostro signore; la quale mando
a Sua altezza serenissima. insieme con un occhiale assai
buono, se ben son sicuro di presentargli in breve cosa
migliore … ".
Portandosi di persona a discutere con il granduca e i
suoi funzionari, Galileo certo pensa di poter meglio negoziare anche le
condizioni del ritorno in Toscana. Per le vacanze di Pasqua del 1610 lo
scienziato torna nella sua città natale, e nelle sale di palazzo Reale
riesce a strappare risultati particolarmente favorevoli. Dalla torre del
Cantone infine dischiude a Cosimo i segreti del cielo.
Non corre molto tempo e palazzo Reale di nuovo torna a essere un teatro
decisivo per i destini di Galileo. Le nuove scoperte astronomiche, dando
attendibilità alla teoria copernicana, vengono ritenute in aperto
conflitto con le Sacre Scritture e Galileo viene fatto segno a sempre
meno larvate critiche. Egli decide dunque di non farsi coinvolgere in
qualunque questione di natura teologica. Questo fino al dicembre 1613,
quando a palazzo Reale Cosimo II, la granduchessa Maria Maddalena e la
granduchessa madre Maria Cristina di Lorena si ritrovano a pranzo con
Benedetto Castelli, seguace di Galileo e suo intimo amico.
Benedetto entra in conversazione con Cosimo, Maria Cristina e il
filosofo aristotelico Boscagli e assieme discutono delle ultime scoperte
astrali, per le quali il solo Boscagli avanza riserve riguardo al moto
della terra, che "aveva dell’incredibile e non poteva essere, massime
che la Sacra Scrittura era manifestamente contraria a questa sentenza".
Al termine del banchetto Castelli lascia il palazzo, ma è costretto a
ritornarvi poco dopo. A Benedetto è in breve rinfacciata l’eterodossia
della teoria copernicana rispetto delle Sacre Scritture, un’accusa alla
quale replica con efficacia e con esiti fondamentalmente positivi.
Solamente il Boscaglia "si restava senza dir altro" e i suoi silenzi,
alla luce dei successivi accadimenti, saranno di ben maggiore peso che
il clamore dei consensi raccolti.
Castelli si sente obbligato a riferire l’intera vicenda al suo maestro,
affidandone la dettagliata cronaca a una missiva che impressiona
grandemente Galileo. Lo scienziato – poco convinto dell’ingenuo
ottimismo del suo corrispondente – intuisce che anche a corte si
tramando ai suoi danni e decide, rompendo gli indugi, di addentrarsi nel
tema spinosissimo del rapporto tra Sacre Scritture e eliocentrismo
articolando argomenti a favore della loro compatibilità. Il 21 dicembre
scrive una replica alla missiva inviatagli da Castelli, che diverrà poi
nota come la prima delle quattro "lettere copernicane". Quella stessa
lettera contribuirà a determinare la solenne ammonizione a lui
sanzionata nel 1616 e che costituirà la ragione fondante della
successiva condanna del 1633.
E tutto ebbe inizio a Pisa, a palazzo Reale.
La scuola Sant’Anna e gli studi successivi alla condanna della teoria
copernicana - Il 24 febbraio del 1616 La Congregazione del Sant’Uffizio
deliberò la
condanna della teoria della mobilità della Terra. Galileo,
giunto a Roma per difendere le ragioni del sistema copernicano, ormai
indissolubilmente associate alle sue personali, venne ammonito dal
cardinale Roberto Bellarmino.
Deluso nelle sue speranze, Galileo si defila, pur mantenendo un vivo
interesse per le osservazioni astronomiche. Cerca in particolare di
misurare esattamente i periodi dei quattro satelliti di Giove, per
risolvere uno dei problemi più cospicui per la navigazione marittima del
tempo: il calcolo della longitudine,
Preliminarmente deve però essere escogitato un modo per dare stabilità
alla visione con il cannocchiale, disturbata dagli effetti di
instabilità prodotti dal moto ondoso. Nel marzo 1617 Galileo è così a
Livorno per sperimentare sul mare il "celatone":
"Fui a Livorno, e perché non vi era alcun
vassello fuori del molo, non potetti veder l’effetto
dell’occhiale se non sopra una navetta dentro del molo, dove
il moto dell’acqua era poco, benché il vento fusse
gagliardissimo, e quel poco movimento non apportava
impedimento alcuno all’uso di esso occhiale:
Sulla via del ritorno Galileo si ferma a Pisa da
Benetto Castelli e con lui nei giorni di permanenza in città scruta il
cielo da un non meglio precisato luogo "nel Long’Arno esposto al mezo
giorno" e " nel giardino de’Padri di S.Girolamo".
Il convento di San Girolamo sorgeva ai bordi dell’attuale piazza Martiri
della Libertà e oggi è parte dell’area sulla quale sorge la scuola Sant’Anna.
Vi risiedeva una comunità appartenente all’Ordine dei Gesuati, con i
quali Castelli, ecclesiastico anche lui, intratteneva rapporti molto
cordiali. Gli bastava una breve passeggiata da dove abitava, in via
della Faggiola, per arrivare dai frati suoi amici. Galileo partecipò
dunque alle osservazioni che il Castelli effettuò nei giorni del suo
soggiorno pisano da San Girolamo e lì sperimentò un macchinario forse
del tipo del "celatone", avendo come riferimento il campanile della
vicina chiesa di Santa Caterina.
Galileo instaurò anch’egli rapporto particolarmente amichevole con la
comunità conventuale tanto che Castelli, in una lettera che lo raggiunse
ormai a Firenze, gli ricordava l’attesa che i "buoni padri" avevano del
vino da lui promesso per sdebitarsi dell’ospitalità ricevuta.
Sorprende come un gioco del destino, che quattrocento anni prima della
costituzione della scuola Sant’Anna - celebre per gli aspetti
applicativi della ricerca scientifica – il grande Galileo si sia
ritrovato a sperimentare proprio in questi luoghi strumentazioni
derivate e "applicative" dei suoi studi.
Il Duomo e la Torre Pendente - Vincenzo Viviani e
Niccolò Gherardini vollero legare alcuni dei momenti più rilevanti delle
esperienze scientifiche galileiane ai monumenti della piazza del Duomo.
Lo esigeva la tradizione biografica rinascimentale e vasariana, che
tendeva a trovare nelle vite dei grandi, momenti, situazioni e
coincidenze "eccezionali"; lo richiedevano i gusti e le aspettative dei
lettori d’allora – ma anche, in fondo, di quelli d’oggi. E pazienza se
ogni verosimiglianza veniva – e viene - in qualche occasione
sacrificata.
L’ombra del dubbio, e qualcosa di più, oscura dunque la circostanza per
la quale fu in Duomo che il giovane Galileo, osservando le oscillazioni
di una lampada appesa e mossa dal vento, scoprì l'isocronismo delle
piccole oscillazioni del pendolo e con esso un modo di misurare il tempo
particolarmente accurato. Certo è che la grande lampada che troviamo al
centro del chiesa e che comunemente viene indicata come la lampada di
Galileo, vi fu collocata in epoca posteriore all’enunciazione della
legge. Allo stesso modo appare poco credibile l’esperimento dalla
sommità della Torre che portò alla legge sulla caduta dei gravi, legge
che Galileo maturò molto più tardi, durante il soggiorno padovano.
Collocato nella controfacciata della cattedrale, il monumento
funebre dell’arcivescovo di Pisa Giuliano de’Medici ( 1574-16 gennaio
1636) ci riporta invece a un personaggio "galileiano" a tutti gli
effetti. Dal 1608 al 1618 Giuliano fu ambasciatore presso la corte
imperiale a Praga e in quella veste fece da tramite tra Galileo e Kepler,
astronomo di corte, nel loro scambio di informazioni scientifiche. Fu a
lui che lo scienziato pisano mandò una copia del Sidereus Nuncius,
per farla poi conoscere a Kepler e Kepler, a sua volta, gli dedicò
la Dissertatio cum Nuncio Sidereo. Galileo fece poi Giuliano
depositario della individuazione – attraverso il cannocchiale - della
forma "tricorporea" di Saturno e delle fasi di Venere, a lui comunicate
per missiva in forma criptica per tutelarne la priorità della scoperta.
E al momento di disvelare il significato del testo criptato a proposito
delle fasi di Venere, con Giuliano infine Galileo abbandonò ogni
prudenza dichiarandogli le proprie, definitive convinzioni
eliocentriche.
Un secondo altare espone invece un crocifisso in bronzo di Pietro Tacca.
Il Tacca, artista di rilievo europeo, nel 1636 fu chiamato a realizzare
il monumento equestre a Filippo IV di Spagna. Si richiedeva di creare un
cavallo impennato in bronzo di enormi dimensioni. Fu probabilmente
Galileo a venire in soccorso del Tacca per congegnare equilibri tali da
rendere realizzabile l’opera, oggi esposta a Madrid nella Plaza de
Oriente.
Ed ecco che il nostro percorso per i luoghi di Pisa e
per le vicende di Galileo giunge al termine.
Un grazie ancora per la vostra pazienza e un grazie
al Rotary Pacinotti per l’accoglienza che mi ha voluto
riservare. La vostra attenzione è stata il miglior premio per me.
Roberto Sonnini.
1^ foto: atto di nascita di Galilei
2^ foto: ritratto di galilei del Tintoretto
3^ foto: lapide in memoria di Galilei
4^ foto: Cristina di Lorena
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